“Io respiro forte nel casco, ingoio rabbia, tutta quella che ho tenuto celata, quella che ho travestito per le grandi occasioni, quella che ho guardato ballare a distanza, quella che m’hanno vietato e che invece mi appartiene e voglio coltivare, sento il collo appesantito, le mani calde, doloranti.”

Il nome della protagonista de L’acqua del lago non è mai dolce  lo si scopre quasi alla fine ed è come ricevere un pugno nello stomaco perché una protagonista così arrabbiata, dalla vita così difficile non la si immagina chiamarsi Gaia, ossia felice, spensierata.

Nata nella miseria, Gaia è costretta a fare a pugni con la vita fin da bambina, cercando sempre di nascondere la povertà, di camuffare la tristezza della sua famiglia, composta da un padre costretto in sedia a rotelle per un incidente sul lavoro e da una madre, Antonia, dispotica, tirannica e piena di certezze in un mondo sgretolato e che la figlia fatica a digerire.

Il risultato è un romanzo di formazione amaro e dallo stile sincopato e tagliente: Gaia non è la ragazzina che subisce le ingiustizie senza fare nulla, è divorata da una rabbia atavica per quella vita che l’ha sempre costretta a fare un passo indietro, a rinunciare, odia la sua miseria, probabilmente odia anche i suoi genitori ma resiste in lei un affetto profondo e vero per il fratello Mariano, giovane anarchico che, cacciato dalla madre per via del suo comportamento sopra le righe, tornerà nel momento del bisogno della sua famiglia confermando un legame ancestrale forte e indissolubile.

Il racconto si snoda dalla fine degli anni novanta ai giorni nostri: Gaia è solo una bambina costretta a giocare tra quattro cantoni di cemento quando si trasferisce con la famiglia vicino al lago di Anguillara, in provincia della capitale, e sarà proprio questa acqua dolce a fare da leit motiv all’intera vicenda.

Un’acqua stagnante, che nasconde segreti, in cui ci si tuffa, ci si diverte e si affoga la giovinezza: sebbene l’ambientazione non sia sempre ben dettagliata, il lago si percepisce sempre, come se fosse uno dei tanti personaggi del romanzo.

Gaia è una protagonista con cui è difficile immedesimarsi se, magari, non si sono vissute vicende simili: la sua rabbia, il suo disprezzo per tutto non sono facilmente comprensibili ad una prima lettura ma, proseguendo e digerendo questa storia dura e feroce, vengono a galla anche nei lettori i sentimenti di rivalsa che prova una ragazzina che non ha mai avuto niente, che si è sempre sentita diversa e, per questo, anche sbagliata.

Ho amato profondamente lo stile secco ma anche molto poetico di Giulia Caminito: le immagini vivide che ha saputo tracciare rimangono in me come tesori preziosi così come tutta la storia composta di amori nati e finiti, di amicizie diverse, di fratellanza e di diversità.

Perché Gaia è naturalmente diversa da tutte le ragazzine della sua età, la sua  è una vita di rivalsa fin dall’inizio e lo si vede da come affronta lo studio, immergendosi nei libri in maniera ossessiva, lo si nota dalla scelta difficile di studiare Filosofia all’università, contrariando chi la vorrebbe in fretta lavoratrice pronta a portare soldi a casa.

È una vita “contro” quella di Gaia e, in quanto tale, non può essere che connotata da isolamento, sofferenza e solitudine.

Nel complesso, ho trovato questo romanzo molto affascinante perché dona uno spaccato di vita e di formazione non scontato e originale che mi ha riportato agli anni della mia adolescenza, delle mie prime scelte consapevoli, riscoprendo quei sentimenti di ribellione e di disperazione che, forse, col passare degli anni, avevo dimenticato.

Perché siamo tutti stati un po’ come Gaia, in fondo: indicibilmente arrabbiati con la vita ma, proprio per questo, genuinamente vivi.

Voto: 5