Battisti e Mogol

“Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
Le mie mani come vedi non tremano più
E ho nell’anima
In fondo all’anima cieli immensi
E immenso amore
E poi ancora, ancora amore, amor per te
Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è…”

(Mogol/Battisti – 1972)

A un certo punto della mia vita di millennial, figlia di una generazione consumistica, atrocemente nostalgica degli anni ‘90 quasi non vissuti, è spuntato un interesse morboso, quasi una volontà di voyeurismo geloso nei confronti degli anni di Piombo, la stagione più fredda del nostro paese, passata, ormai, in secondo piano, dimenticata ma che ha lasciato dietro di sé una scia di morte e di ferite ineguagliabile in qualsiasi altro periodo storico di “pace”.

Tutto è nato come una morbosa attenzione, un fare domande velate ai miei genitori che quel periodo l’avevano vissuto (ahimé, privi di una coscienza politica…) e, poi, lo spionaggio è esploso nei libri: e giù a saccheggiare le biblioteche (per lo più fornitissime) di libri a tema Brigate Rosse, Sinistra Extraparlamentare, Strategia della tensione e quando non sono più bastati i prestiti ho iniziato a comprare saggi di ex terroristi, a raccogliere informazioni in rete, a trovare addirittura uno spunto per un prossimo romanzo distopico (ma distopico mica tanto) dove si possa immaginare un nuovo scontro tra generazioni, tra idee, tra credi diversi.

E, poi, come giunta ad una soglia catartica, mi è piombato in faccia questo libro: “Il tempo di vivere con te” di Giuseppe Culicchia.

Libro Culicchia Copertina

Ed è arrivato anche per me il momento di respirare, di piangere.

Questo romanzo narra la vicenda di Walter Alasia, un brigatista ventenne, ucciso dalla polizia mentre fuggiva dalla finestra di casa sua, freddato in un cortile di Sesto San Giovanni, in un gelido giorno, il 15 dicembre 1976.

Ma Walter non è morto da innocente, almeno per la narrazione dell’epoca, poiché, dopo il blitz a casa sua da parte della polizia, ha tirato fuori le armi (che teneva nascoste nella cameretta dove dormiva dall’infanzia col fratello Oscar) e ha ucciso (nell’entropia generale sono morti due poliziotti ma non sono mai stati accertate le reali circostanze, ossia quanti colpi abbia sparato Walter e, quanti, nella confusione, la stessa polizia in armamento da antisommossa).

Giuseppe Culicchia era il cugino undicenne di Walter che, dopo una trentina di romanzi già pubblicati e 45 anni passati nel rimuginio e nel lutto, prende la penna e scrive la vera storia di Walter Alasia.

Sì, perchè Walter, dovete sapere, non era solo un terrorista e non era, come i giornali del tempo hanno voluto far credere, un assassino temibile, un criminale tra i più efferati, no…era un ragazzo di vent’anni, pieno di ideali e di sogni e che voleva bene a tutti, ironico e scherzoso come solo i fragili sanno essere e che coltivava un bene sincero, profondo per la famiglia e, soprattutto, per quel cugino così piccolo e innocente, Beppe, che nulla sapeva della guerra tra classi e che, tra gli Apache e il generale Custer, tifava per gli Americani usurpatori.

amore tra cugini

Questo libro è un gioiello poiché non è solo elaborazione di un lutto durato tanti anni ma è memoria storica narrata a ritroso e nasconde la volontà di portare a galla il vero ritratto di quei giovani nati già sconfitti, che avevano creduto alla lotta armata, salvo, poi, ritrovarsi dentro la banale catalogazione di “peggio gioventù”.

La delicatezza con cui viene tratteggiato il carattere di Walter porta con sé (con grandissimo talento) lo sguardo del bambino di 11 anni, Beppe, che nulla sa e solo desidera la compagnia nei giochi, nelle rincorse, nei disegni.

Walter non si sottrae mai, Walter inventa mondi ma, soprattutto, Walter è legatissimo alla sua famiglia: un ragazzo perbene, quindi, come la mettiamo con il fatto che fosse entrato nelle Brigate Rosse e che sia morto lasciando in terra due poliziotti?

“Davanti a me c’è un’altra vita
La nostra è già finita
E nuove notti e nuovi giorni
Cara, vai o torni con me
Davanti a te ci sono io (dammi forza, mio Dio)
O un altro uomo (chiedo adesso perdono)
E nuove notti e nuovi giorni
Cara, non odiarmi se puoi…”

(Mogol/Battisti – 1971)

battisti e mogol

Culicchia la mette esattamente com’era: i brigatisti erano figli di un’era che non esiste più e che è molto difficile descrivere a una società intossicata dai social, dal consumismo e dalla passività, i brigatisti volevano contare, volevano cambiare il mondo, creare la rivoluzione sociale, combattere il potere…ma erano persone normali, che prima di scegliere la clandestinità vivevano in famiglia, rispettavano i genitori (per lo più appartenenti alla classe operaia); i loro occhi brillavano di fronte ai racconti della resistenza in tempo di guerra, i loro erano occhi di sognatori, non di assassini.

Walter uomo buono

Per Walter non è stato possibile nemmeno sbagliare con i terribili crimini che verranno dopo, il dolce Walter che aveva chiesto per anni una chitarra ai genitori per strimpellare Battisti o l’Internazionale, è stato trovato e ucciso in una glaciale mattina poco prima di Natale.

Eppure il suo nome rimarrà sui libri di storia per sempre poiché, poco dopo il suo funerale, la colonna milanese delle BR deciderà di chiamarsi “Colonna Walter Alasia” e non dico esagerazioni quando affermo che, quella milanese, sarà la colonna più attiva e, probabilmente, più sanguinaria.

Secondo Culicchia, Walter spara e scappa nel cortile perché non vuole essere preso vivo: traumatizzato dalle testimonianze di altri terroristi finiti in carcere e torturati fisicamente e psicologicamente, il ragazzo sceglie la via più spettacolare ma anche più semplice.

La prospettiva di tacere di fronte alle torture per non tradire per lui, semplice ragazzo di provincia, era intollerabile.

culicchia-alasia

Ho pianto molto leggendo queste pagine: ho versato lacrime amare per Walter, ucciso nel fiore della giovinezza, ma anche per il piccolo Giuseppe che nulla sapeva e che, in quel 15 dicembre 1976, ha perso l’innocenza, e nel diventare adulto ha deciso proprio quel giorno che sarebbe diventato uno scrittore.

Questo libro è un tributo bellissimo a una famiglia distrutta ma è anche un tributo alla Storia, la Storia con la S maiuscola che spezza vite e che tra le sue vittime non ha solo briganti e cattivi esseri umani ma anche, e soprattutto, persone semplici, sospinte da ideali, vittime di uno status quo, di un padrone qualsiasi.

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