A tu per tu con GIORGIO FONTANA

“Ma se tipo io volessi diventare scrittore cosa dovrei fare?”

Può darsi che a molti di voi sia capitato di farsi questa domanda e la risposta, miei cari lettori, è che una risposta non esiste.

Scrittori si nasce, si diventa, si rinuncia ad essere: dipende.

Da molti fattori, forse troppi: fortuna, occasioni, raccomandazioni, spintarelle, lotte, auto pubblicazioni, solenni colpi di culo e chi più ne ha più metta.

I sogni si possono abbandonare o inseguire per sempre, si possono accantonare o mettere su un altare: dipende.

Umberto Eco, del resto, ha scritto “Come si fa una tesi di laurea?” e non“Come si fa a diventare scrittore?”: nemmeno la sua immensa sapienza ha potuto discettare sull’insondabile.

Il talento, infatti, non è una scienza esatta: spesso è incompreso, altre volte è possibile che si scambi per talento qualcosa che talento non è, anche perché molto di frequente la logica del guadagno è nemica della bravura.

Checché ne dicano i saputi critici letterari italiani, di giovani scrittori bravi l’Italia è piena: certo, gli esordienti sono ovunque e intasano le caselle di posta di qualsiasi tipo di casa editrice rendendo il lavoro più difficile a coloro che, magari, un qualche talento lo hanno, ma, ricordatevi, di “esordio” si muore. Quelli che superano la soglia dell’ “opera prima” sono, molto spesso, coloro che una qualche chance di costruirsi una carriera ce l’hanno.

Nemmeno questa è una garanzia di bravura, siamo d’accordo, ma cosa potrebbe esserlo? I romanzi vanno letti con occhio critico, ognuno sa cosa può andare bene per se stesso: così, io oggi ho deciso di presentarvi Giorgio Fontana.

Scrittore giovane, dove l’aggettivo non vuole suonare come un’offesa, molto bravo (e quando a dirlo non sono né solo io né solo un’élite di lettori aristocratici, potete crederci): la sua giovinezza mi ha permesso di rendermi conto che la strada per diventare “scrittore”, pur restando irta di ostacoli, non è impossibile, certo, non è cosa da tutti e i mirabili romanzi di Giorgio Fontana lo dimostrano ma, almeno, una via da percorrere esiste.

Spero, con questa intervista, di poter convincere anche voi del fatto che la letteratura italiana non è morta, almeno, non ancora.

E, adesso, bando alle ciance, buona lettura.

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Nome: Giorgio Fontana
Città Natale: Saronno (VA)
Data di nascita: 22 aprile 1981
Professione: scrittore

Ha pubblicato tre romanzi (Buoni propositi per l’anno nuovo, Novalis, e Per legge superiore), un saggio su berlusconismo e identità italiana (La velocità del buio), e un reportage narrativo sugli immigrati a Milano (Babele 56).
Ha scritto o scrive su Ilsole24ore.com, “Terre di mezzo”, Wired.it, “il manifesto”, “Playboy”, OpenDemocracy.net, “La Lettura”, “lo Straniero”.
È stato fra i condirettori del pamphlet letterario Eleanore Rigby.
Attualmente vive e lavora a Milano, dove è caporedattore del magazine di marketing digitale Web Target e collabora con l’inserto “La Lettura” del Corriere della Sera.

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1) Devo ammettere che sono venuta a disturbarti perché sei uno scrittore giovane e, secondo me, talentuoso: la tua età associata alla tua già così brillante carriera, infatti, mi hanno lasciata alquanto basita. La domanda ti parrà forse stupida ma ti assicuro che è la prima che mi sia venuta in mente: come hai fatto?

Ti ringrazio. Non saprei: molta determinazione, suppongo – specie nei momenti in cui era necessario sacrificare qualcosa di fronte alla scrittura. E un po’ di culo.

2) Diventare “qualcuno” così presto, in un Paese notoriamente gerontocratico quale è l’Italia, è più difficile?

Non credo di essere diventato “qualcuno” (anche fra virgolette): quanto al caso specifico di pubblicare libri, negli ultimi dieci anni l’editoria italiana è andata parecchio a caccia di esordienti e questo ha favorito un certo ricambio generazionale. Poi a mio avviso si è un po’ incancrenita vendendo l’esordiente come figura editoriale tout court, da spendere una tantum, anche se ora la tendenza mi pare abbastanza esaurita. In ogni caso non amo molto i riferimenti all’età anagrafica, in tutti i sensi: ho esordito a ventisei anni, ora ne ho trentadue: sono giovane, ma sono un uomo – non un ragazzino. Qualche mese fa è uscita una mia intervista sulla Stampa dove il titolista si riferiva a me come “baby scrittore”. A trentadue anni. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo.

3) Anche tu hai un aneddoto leggendario che narri il tuo avvicinamento alle “sacre” scritture?

Niente di leggendario, purtroppo. Ho iniziato a scrivere verso i sedici anni, poesie e raccontini molto brutti. A diciotto ho scritto il primo romanzo, che ho cestinato – faceva schifo: la stessa fine è toccata ad altri tre esperimenti. Poi a ventiquattro ho tirato fuori quello che sarebbe stato il mio esordio.

4) Consideri la scrittura qualcosa di fisiologico, da ripetere tutti i giorni alla stessa ora per un tot di tempo o ritieni che questa concezione sia fuorviante rispetto al concetto stesso di ispirazione?

Mi risulta sempre un po’ difficile parlare del mio metodo di scrittura, perché quando sono in fase di stesura fatico a distinguere i momenti in cui sto lavorando al romanzo da quelli in cui non lo sto facendo. La testa è sempre lì, e il processo creativo non si conclude quando chiudo il computer. Poi dal punto di vista pratico cerco di scrivere ogni giorno, ma a volte sono banalmente stanco o deconcentrato (tieni conto che dedico alla narrativa solo le sere e i weekend, lavorando tutto il giorno in ufficio). Spesso mi capita di concentrare delle sessioni intensive in pochi giorni, ad esempio durante le vacanze estive o invernali. Insomma, mi arrangio. Ma non credo granché nell’ispirazione quando si tratta di lavorare a un libro: credo nel duro lavoro.

5) Secondo te, la letteratura deve essere “verità” o “finzione”? E, nel caso fosse verità, credi ancora che lo scrittore possa rivestire un ruolo sociale nel mondo contemporaneo?

Qualche anno fa ho ragionato proprio su questo tema, in un articolo che si chiama Il problema verità (Il problema verità). Riassumendo, penso che anche la letteratura debba contenere un’urgenza di verità – debba andare, più precisamente, a caccia della propria verità: evitare di ricorrere a trucchetti facili, scolpire una lingua, creare personaggi autentici. Però credo che lo scrittore non rivesta, in questo, nessun ruolo particolare all’interno della società. A dirla tutta, il dibattito su cosa deve o non deve essere uno scrittore dal punto di vista sociale mi annoia spaventosamente ed è tempo rubato all’unica cosa importante: raccontare belle storie.

6) Cosa ne pensi di uno scrittore come Saviano? Consideri che la sua opera di moralizzazione e responsabilizzazione della letteratura abbia giovato oppure, in parte, nuociuto agli scrittori italiani?

Lessi Gomorra appena pubblicato, e mi piacque molto. Poi sinceramente non l’ho più seguito molto: trovo alcuni suoi articoli interessanti, altri troppo retorici, ma non ho materiale a sufficienza per dare un’opinione intelligente sul suo influsso sulla letteratura italiana contemporanea.

7) Quanto conta l’originalità in questo tipo di mestiere? Dev’essere una qualità da ricercare oppure deve nascere spontaneamente?

Naturalmente è molto importante. Credo che all’inizio sia naturale cercare di imitare, più o meno inconsciamente, la voce degli scrittori che più amiamo. In un certo senso è anche un buon esercizio: ma se dopo i primi tentativi non si trova una propria strada, c’è qualcosa che non va. (E può essere anche solo un dettaglio, un modo di porgere le descrizioni, di scrivere i dialoghi, di usare la punteggiatura).

8) Secondo te, il talento fa parte del destino di una persona oppure è una conseguenza di un percorso di studio e dell’impegno?

Senza studio e impegno non si arriva da nessuna parte. Come ti dicevo, sono un fanatico del duro lavoro e la retorica del talento mi lascia piuttosto indifferente. Ciò detto, credo sia normale invidiare chi è arrivato più in fretta a certi risultati senza fare la nostra stessa fatica: quella discriminante non si può eliminare – fa parte di un corredo – ma va coltivata con la massima generosità e la massima abnegazione. Campare di rendita sulle proprie capacità, di qualsiasi grandezza siano, è davvero spiacevole.

9) So che sei laureato in filosofia ma che hai, in un certo senso, smesso i panni di Socrate per vestire quelli di moderno Sciascia (perdona i paragoni ma servono per rendere divertenti le domande): pensi anche tu che la società odierna abbia “ucciso” il pensare filosofico rendendolo qualcosa di anacronistico? Potrei anche sbagliarmi ma mi sembra che gli ultimi filosofi occidentali si siano trasformati, loro malgrado, in analisti politici o, ancor peggio, in censori ultramoralisti da salotti televisivi.

C’è stata sicuramente una “salottizzazione” del filosofo e del pensatore, che sono tornati un po’ di moda negli ultimi anni. Ciò detto, non mi spaventa l’applicazione della filosofia a temi solo a prima vista futili: anzi, credo che il metodo critico possa essere applicato ovunque con lo stesso successo. Quello che mi spaventa invece è lo spacciare per filosofia ciò che in realtà è semplicemente un atteggiamento. Come per la scrittura, il pensiero rigoroso richiede impegno e fatica.

10)Alfano minaccia da qualche settimana di organizzare una manifestazione (che dovrebbe svolgersi il 23 marzo) contro i famosi magistrati mangiabambini e mangianani. Tu hai scritto un romanzo che trattava, per l’appunto, di un magistrato (“Per legge superiore”, Sellerio, 2011 ndr.), immagino ti sia fatto un’idea sia sulla giustizia italiana e, di conseguenza, anche sulla politica allarmista del PDL. Ce la riporti?

Tutto quello che ha cercato e cerca di fare il Pdl contro la magistratura è spaventoso, ipocrita e vile.

11) Ho visto una tua vecchia video-intervista in cui parlavi di come il concetto di “nostalgia” abbia creato non pochi problemi alla nostra società. Pensi che la nostalgia sia tout court una malattia della mente oppure che, in certi ambiti, possa conservare qualche valore positivo?

Eh, bella domanda. Penso che la nostalgia sia un sentimento estremamente interessante e ricco di sfumature meravigliose dal punto di vista narrativo (e umano). Quando però diventa una sorta di fattore pubblico, per cui il passato è sempre meglio e va sempre messo in ostensorio, diventa un problema. Non che sia un fanatico della retorica dell’innovazione ad ogni costo – tutt’altro – ma cadere nella mitologia opposta è anche più pericoloso.

12) Siccome so che sei molto presente sul web (hai un blog e sei caporedattore del magazine di web marketing e cultura online “Web Target”) e, quindi, a proposito di questo, vorrei chiederti cosa ne pensi delle cosiddette “profezie” di Casaleggio. Pensi anche tu che il futuro sarà totalmente on-line?

Cerco di mantenere uno sguardo abbastanza critico al riguardo. Il web ha portato un grosso cambio di paradigma, ma bisogna stare attenti a non cadere in quello che Nathan Jurgenson chiama “dualismo digitale”: online e offline sono la medesima realtà, noi siamo sempre noi, e i nostri bisogni rimangono inalterati. Si declinano però lungo nuove vie, e nascono esigenze diverse. Quanto all’idea di una democrazia digitale, mi sembra un percorso irrealizzabile – il mito della democrazia diretta, impensabile su vasta scala, rilanciato in nuova veste.

13) Hai scritto un saggio sul Berlusconismo dal titolo “La velocità del buio”: era il 2011 e Berlusconi stava giusto per auto-rottamarsi, salvo, poi, tornare alla ribalta e reclamare, alle elezioni, la sua fetta di elettorato masochista. Alla luce dei risultati elettorali, pensi che il “buio” stia accelerando per noi italiani?

Credo di non essermi ancora fatto un’idea precisa della situazione post-elettorale. Sono veramente confuso, e in parte stupito, da quanto è emerso. Il berlusconismo come l’ho definito nel romanzo – l’attacco a verità, etica e argomentazione – è tutt’altro che morto e per molti versi pervade anche la retorica di Grillo. Ma è ancora presto per capire che accadrà.

14) Come prende le critiche del pubblico o degli “esperti” un filosofo?

Io le prendo cercando di distinguere sempre fra i pareri onesti e intelligenti (con una sana argomentazione basata sul testo) e le opinioni completamente soggettive (che siano positive o negative non importa). I primi sono decisamente più rari delle seconde, ma una critica sensata è oro puro. Poi ovvio, inutile fingere: una bacchettata fa male a chiunque.

15) Come scrivi un romanzo? Mi interessa, soprattutto, sapere se le storie che narri si costruiscono da sole oppure se, prima di nascere sulla pagina, vengono al mondo nella mente. Quanto conta la fantasia e quanto, invece, la tua esperienza autobiografica?

Come ti dicevo, mi riesce veramente difficile parlare del mio processo creativo: non per gelosia, quanto perché faccio fatica a razionalizzarlo e in fondo nemmeno mi va. Sarebbe come cercare di capire il trucco dietro a un gioco di magia, mentre a me interessa innanzitutto la magia – quel senso di meraviglia. Esperienza, fantasia, costruzione della storia, lavoro sulla pagina, mutamenti improvvisi di direzione a metà del percorso, scalette, appunti, riscrittura, idee, eccetera – fa tutto parte di un meccanismo che è lì, che cerco di rimettere in moto ogni volta senza riuscire a darlo per scontato (mi sembra sempre di ricominciare da capo, con le stesse paure e gli stessi dubbi). Ma è tutto.

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