“THE MASTER(piece)”: la follia che non cura la follia

Ieri sera sono stata al cinema a vedere il film “The Master” di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman e Amy Adams. Lo aspettavo da un po’, sia perché mi piace molto Joaquin Phoenix (anche se mai quanto mi piaceva il suo compianto fratello River. AIMH) e sia perché si prospettava un lavoro controverso e provocatorio, un film ispirato alla setta Scientology e alla storia del suo controvertissimo fondatore Ron Hubbard.

In realtà, il film ha deluso le mie aspettative portandomi, in compenso, a delle conclusioni migliori: non è un lavoro biografico, non è un film storico. I riferimenti ad Hubbard ci sono (le gite in crociera che rimandano alla famosa Sea Organization ossia il braccio armato di Scientology, i riferimenti all’auditing, alla possibilità di tornare indietro nel tempo fino alla prenascita e a tutte le vite precedenti, le cause milionarie legali, la teoria deontologica del buon Hubbard risolvibile nel motto “Attack the attacker”…ecc ecc) ma il film non parla di una setta, non si limita a riportare il lungo viaggio di una mente dall’indipendenza alla completa soggiogazione, racconta, certamente, il potere ammaliatorio della parola e della religiosità vissuta come ambiente chiuso (ricordiamoci che gli scientologisti chiamano i loro detrattori con il nome di “persone soppressive” o “criminali” e invitano i loro adepti alla “disconnessione” dal mondo esterno.) ma l’intento finale è completamente staccato da facili demagogie o dietrologie anti-affabulatorie (che restano, comunque, indottrinamenti, o sbaglio?).

“The master” è la storia di un uomo, di nome Freddie Quell, che torna dalla guerra giappo-americana, alcolista, sessuomane e con fantasma a seguito, quello di una sedicenne di nome Doris della quale è innamorato e dalla quale non riesce a tornare. Per caso, in una delle sue tante peregrinazioni allucinate, Freddie entra nella nave guidata dal capitano Lancaster Dodd che si rivela essere, in realtà, il capo di una setta religioso-scientifica-teoretica-e-chi-più-ne-ha-più-metta che sta tentando di diventare un movimento riconosciuto e seguito. Dodd si affeziona, forse si incaponisce su Freddie che non sembra essere fedele alla Causa ma solo a lui come persona ma, soprattutto, non dà l’impressione di ottenere dei miglioramenti dalle pratiche de-ipnotiche della filosofia Dodderiana che promettono di curare anche dalla follia. Freddie è folle, arrabbiato, ubriacone, maniaco sessuale e lo resta fino alla fine. Fino a quando, circostanze fortuite, lo portano ad abbandonare “la nave” della Causa e a ritornare, poi, dal suo Maestro (che lo rivorrebbe indietro), ormai sfatto e al capolinea, per ribadirgli ancora la sua scelta di lasciarlo.

L’impossibilità per un uomo di vivere senza un maestro da venerare, proclamata da Dodd nella scena finale, viene confutata oppure no dal personaggio di Frank? E’ questo il vero interrogativo: Frank è un cane sciolto ma è anche infelice.

Eppure nemmeno Dodd è felice e questo mi ha fatto pensare che non sia in nessun modo possibile imbrigliare il pensiero umano: possiamo spiegarlo, possiamo descriverlo ma non possiamo dominarlo, frenarlo, incasellarlo.

Gli scientologisti sono rinomatamente votati all’antipsichiatria: questo probabilmente perché si ispirano ad essa deformandola, però, rendendola qualcosa che non si limiti a ridonare la libertà al pensiero, all’anima umana ma, più macchinosamente, qualcosa che riesca ad espanderla, probabilmente oltre i limiti consentiti dalla ragionevolezza e dallo stesso senso del ridicolo.

Vi spiegherei tanto volentieri che cosa si nasconda dietro all’etichetta di Scientology ma io non l’ho capito: ho impiegato varie ore della mia vita ad informarmi su questa setta. La mia curiosità, in questo caso, è direttamente proporzionale alla mia incapacità di capire il quid della questione: insomma, che senso può avere una religione che, nel migliore dei casi, non ti permette di raggiungere la perfezione, la completezza dell’essere promessa se non in seguito all’esborso di (ripeto, nel migliore dei casi) 250000 dollari?

E’ stata definita la religione più costosa della storia: l’idea di fondo è che la liberazione del sé costi caro, una cosa assolutamente distorta, nemmeno le avide eminenze cattoliche sono mai arrivate a tanto e l’entrata in paradiso, per il momento, resta ancora gratuita.

La libertà è gratis, il valore delle nostre menti è più che gratuito e diventare savi da folli non è mai costato migliaia di dollari e, probabilmente, è ancora un obiettivo irraggiungibile per questo nostro mondo.

Io cosa ne penso di una religione che millanta basi aliene rintanate nei Pirenei, un Dio megagalattico vissuto trilioni di anni fa di nome Xenu che ha disseminato i nostri corpi di entità crudeli, la possibilità di tornare, con il solo potere della mente, indietro nelle nostre vite trascorse e di curare il 90% delle malattie esistenti, la follia, soprattutto?

Io, essere umano dotato di un cervello funzionante, cosa ne penso?

Penso che sia stupido spendere per sapere, la conoscenza è come l’acqua, la conoscenza non è monopolio di una mente sola da venerare, la conoscenza è raramente soggettiva e non comprende né l’esborso di cifre astronomiche né la fine dei legami con tutti coloro che prima si frequentavano e che, dopo, si ritrovano ad essere scettici nei confronti del nostro nuovo credo (comportamento che, invece, viene imposto dai ministri di Scientology agli adepti).

Eppure si stima che otto milioni di persone nel mondo siano seguaci di Scientology e dire che al mondo esistano otto milioni di stupidi è una banalizzazione che non voglio né posso fare: non penso che la debolezza sia stupidità e mi vergognerei a pensarlo ma penso che sfruttare la fragilità delle menti altrui sia crudeltà, sia una forma di speculazione imperdonabile, sia uno schifo enorme.

L’individuo viene sfruttato, aggirato, accerchiato: Hubbard ha insegnato grazie alla sua strategia denominata “dead agenting” ad informarsi sul proprio nemico e a svergognarlo con ogni mezzo possibile.

I nemici degli scientologisti non sono altro che “tutti coloro che non credono nelle teorie di Hubbard”.

Sono un po’ troppe per un individuo solo, non credete?

Inoltre, non ritengo che la persecuzione di beni incommensurabili e individuali come la libertà e la felicità (obiettivi finali del percorso Dianetics) debbano lasciare dietro di loro così tanti “morti”.

Hubbard, in realtà, è ben ritratto nel personaggio che nel film “The Master” viene interpretato da Hoffman: antidemocratico, volubile, affetto da delirio di onnipotenza, impossibilitato a difendere le proprie idee se non attraverso la denigrazione dell’avversario e il turpiloquio.

Freud non era solito riempire di improperi i detrattori della psicoanalisi e, oltretutto, le sue teorie sono state, in tempi recenti, in gran parte comprovate dalla sperimentazione scientifica e neurologica.

Per intenderci: l’inconscio esiste, il Tethan scientologico no. O, almeno, per voler essere giusti, non è stato ancora comprovato.

(a meno che non si voglia credere alla teoria dell’anima che pesa 21 grammi e che vive anche dopo il corpo e si reincarna, magari, in un bruco o nello spirito di un cactus…ma nessuno di noi è così ingenuo, vero?)

Ma torniamo al film e alla bellezza dei suoi ritratti psicologici, torniamo a Joaquin e alla sua magistrale interpretazione: la solitudine disperata e calma di Freddie non me la dimenticherò facilmente, non mi dimenticherò la sua necessità dolorosa di trovare pace ad una guerra di cui ignora le ragioni. Perché è così che si diventa tristi: ci si dimentica da cosa sia necessario salvarsi.

L’anima del film è racchiusa tutta in questo gioco stralunato tra i due personaggi principali, Freddie, il caso disperato, e Dodd il maestro venerabile: il gioco di due specchi, di due riflessi uguali, della luce e dell’ombra indissolubilmente legate perché nate dallo stesso sole, la follia.

Così la follia non cura la follia, la follia non ammalia la follia e, forse, quando si parla di follia e di sette, di dottrine, di dogmi e di religione, la follia è l’unico modo per non essere contagiati dalla ragione. La ragione con la R maiuscola. Dalla folle Ragione dettata dalle regole indiscutibili, da chi non vuole sentir ragioni.

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