…STO LONTANO DALLO SPREAD

Molto socraticamente lo ammetto: “so di non sapere”.

Per quanto mi riguarda spread è un bel nomignolo adatto ad un cane. (Vieni qui, Spread! A cuccia, Spread!) Proprio per questo motivo l’altro giorno ho 
chiesto l’aiuto del mio economista di fiducia, una specie di Oscar Giannino senza occhiali o fifì. Un economista radicato sul territorio ma non di vedute ristrette. Lascio la sacrosanta parola a lui. 

    La vostra Personaggia

 

Non  è semplice comprendere oggi qual è lo stato di salute della nostra Italia, non è semplice capire a quale stadio della “malattia crisi”siamo giunti, trattandosi come è noto di una malattia cronica, i cui sintomi si vanno manifestando da tempo, e non sono riconducibili soltanto alle malefatte dei “maghi” della finanza creativa. Certo, è a loro che dobbiamo gli equity swap, gli acquisti di credit default swap (una sorta di assicurazione contro il rischio d’insolvenza di uno stato sovrano), le manovre di vendita allo scoperto sui nostri bond, queste ultime all’origine dell’impennata dello spread; parola, quest’ultima, venuta alla ribalta da appena una ventina di mesi, influenza da cui il nostro sistema economico non è ancora guarito, e non guarirà a breve.

Ma allora viene da chiedersi se ed in quale misura il nostro paese, tutti noi, saremo in grado di scrollarci di dosso questo fardello, che si lega materialmente ad un altro macigno gravante sulle nostre spalle, il debito pubblico, che pochi giorni fa ha sfondato quota due trilioni (duemilamiliardi). Già, il debito… colpa (shuld) in tedesco, com’è bizzarra ma allo stesso tempo obiettiva la semantica! Colpa che non ha trovato parziale assoluzione neppure con i  recenti indirizzi di super Mario in politica economica. Dati alla mano, neppure il primo obiettivo, il rigore nei conti è stato raggiunto appieno, visto che ad oggi il rapporto debito/PIL è salito al 126,2 % nel secondo semestre del 2012 e si appresta a sfondare quota 127 nel periodo a cavallo tra quest’anno ed il prossimo; certo pesa non già l’aumento degli impegni, quanto il calo della produzione lorda, a -2,4%; quanto al famigerato pareggio di bilancio (la differenza fra entrate ed uscite dello stato portata a zero), questo avverrà ma solo in termini strutturali (senza, in parole povere, tener conto della crescita, anzi decrescita del prodotto). Per non parlare degli obiettivi di crescita ed equità, una chimera.Borse-in-caduta

Missione fallita dunque? Dovremmo quindi sposare i pareri di chi sostiene che lo spread sia una barzelletta,o magari di chi vuole rottamare l’agenda della peggior tecnocrazia credendosi il campione della lotta al capitale? Oppure dovremmo fermarci un attimo, tutti, a riflettere su che cosa abbiamo perduto in questi anni, e cosa ora abbiamo in parte riguadagnato? Certo, abbiamo compreso come l’austerità nuda e cruda non sia la strada giusta: lo confermano i recenti dati del Fondo Monetario Internazionale, secondo i quali un taglio di un punto del deficit provoca una contrazione pesante, tra lo 0,9 e l’1,7 del PIL (non come direbbero a Bruxelles, “solo” dello 0,5). Ma c’è qualcosa di più dei fondamentali pubblici, che è la credibilità, perduta da molti anni su più fronti, dalla politica al costume nazionale: non è pensabile recuperare dinanzi al mondo una voragine in solo 13 mesi di governo, periodo questo in cui l’Italia è tornata a testa alta sia in politica economica (ce le ricordiamo le lotte in quel di Bruxelles tra Monti e la Merkel sullo scudo antispread nel giugno di quest’anno? Alla fine vinse l’Italia, che fra le altre cose quella sera fiondava due reti ad un Germania calcistica in rotta di collisione), sia in politica estera (pensiamo al ruolo giocato da noi nel riconoscere la Palestina quale osservatore ONU, rompendo un tabù e tornando ad essere protagonisti del Mediterraneo). Credibilità non vuol dire vendersi, visto che la “colpa” debito non è solo nostra, dei Greci o degli Spagnoli, ma anche delle virtuose Francia e Germania (nel 2013 quest’ultima avrà uno stock di debito pari a 2082 miliardi!).

stock-exchange

Oggi, semmai, la vera sfida è acquistare credibilità dai cittadini, vessati dall’ IMU e da una miriade di balzelli, a fronte dei quali il ritorno in termini di servizi e qualità della vita è molto, molto tenue; cittadini, giovani e meno giovani, a cui manca un sostegno concreto alla loro progettualità. Fa senz’altro piacere sentire, in un mare di crisi e vertenze aziendali, un fatto nuovo, ancora poco diffuso in Italia: un mese fa, ad Albignasego, nel padovano, una delle storiche fonderie che producono componenti in ghisa, la ex Zen, ha riavviato la produzione grazie ad un nuovo gruppo dirigente, una nuova compagine societaria al cui interno ( cosa rara e innovativa nel nostro paese) si è costituita una cooperativa formata da lavoratori, la cui nascita, avvenuta grazie all’investimento di parte della liquidazione dei fonditori, ha permesso, seppur grazie all’ausilio di altri soggetti finanziatori, il salvataggio di una realtà produttiva solida da un quasi certo fallimento. Chiamasi workers buyout, e costituisce una modalità di acquisizione d’impresa da parte dei suoi dipendenti, che si fanno imprenditori del proprio saper fare. Ecco le realtà da sostenere fiscalmente e burocraticamente, ma soprattutto da promuovere come emblema di una rinascita del sistema impresa e più in generale, del sistema Paese! La rinascita di una economia sana può e deve avvenire, per recuperare una fede, che i Tedeschi hanno già da tempo, quella nella luterana crescita! Solo così potremmo recuperare il vero spread, e stare lontani dalle beghe della cattiva finanza.

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