STEFANO CUCCHI: una vita e una morte archiviata

STEFANO CUCCHI VIENE REGISTRATO IL 22 OTTOBRE 2009 COME IL NUMERO 148 DECEDUTO NELLE CARCERI ITALIANE. AL 31 DICEMBRE DI QUELLO STESSO ANNO IL NUMERO DEI DECESSI E’ SALITO A 177.

 

«Albanese senza fissa dimora.» (dai verbali dell’inchiesta svolta dalla magistratura)

«Scusate ma non riesco a parlare molto bene.» (frase pronunciata da Stefano Cucchi durante la prima interrogazione in tribunale)

«Era pestato.» (frase pronunciata da un agente della polizia penitenziaria del carcere di Regina Coeli)

«È morto perché la droga ha devastato la sua vita, […] era sieropositivo.» (celebre intervento del sottosegretario di Stato Giovanardi)

«Connubio diabolico tra medici e polizia penitenziaria» (frase dell’avvocato della famiglia Cucchi)

«Questa storia dimostra che lo stigma uccide.» (Presidente di Villa Maraini)

Oggi voglio raccontarvi una storia. Non l’ho inventata io, per fortuna. È una storia vera ma come tutte le storie vere è stata vissuta da molte persone e letta da molti occhi. Io voglio raccontarvi la mia visione dei fatti: trattengo il fiato, mantengo la calma, chiudo la rabbia nel cassetto della rassegnazione (solo per un attimo eh, solo fino alla fine della storia) e racconto.

C’era una volta un ragazzo piccolo e magrolino, uno di quei ragazzetti romani che per farsi belli agli occhi di chi li denigra, di chi li prende in giro farebbero di tutto. Uno di quei ragazzi mingherlini e fragili che sbagliano, che si sentono inadeguati. Stefano Cucchi era uno di questi: viveva in un quartiere di Roma, aveva una bella famiglia e un giorno si fa soffocare dalle sue debolezze. Tradisce i suoi cari iniziando a fare uso di sostanze stupefacenti. Il calvario della famiglia Cucchi inizia molti anni prima di quel tragico 22 ottobre 2009.

Inizia con le menzogne, con la delusione, con le preoccupazioni, con i viaggi della speranza da una comunità all’altra.

Sì, c’era un ragazzo che aveva problemi di tossicodipendenza e quel ragazzo nel 2009 è stato arrestato perché trovato in possesso di 12 pezzi di hashish, 3 bustine di cocaina, 2 pasticche di hashish e, infine, una pastiglia di un medicinale antiepilettico.

Portato a Regina Coeli, processato per direttissima, emaciato sì, malnutrito forse (pesava 43 kg ed era alto 176 cm) ma in tribunale si presenta gonfio, dolorante, abbraccia il padre in manette e dice solo: “Mi hanno incastrato.”.

I giudici e il Pubblico Ministero diranno, poi, di non essersi accorti della sua condizione non avendolo guardato in faccia.

Sarà quella l’ultima volta che vedrà suo padre.

stefano cucchiDa qui iniziano quelle che sono state definite le 12 stazioni della Via Crucis di Stefano: il dolore fortissimo alla colonna vertebrale, definita dal superconsulente una frattura pregressa, la visita del medico del carcere Rolando Degli Angeli che chiederà subito la chiamata di un’autoambulanza che arriverà solo dopo molte ore. Richiesta che gli costerà prima un rapporto dai colleghi e, poi, un encomio.

Stefano si vergogna, non vuole farsi refertare, dicono.

Dicono che si nasconda sotto le lenzuola, che non chieda mai dei suoi familiari.

In questo percorso di morte almeno 140 persone vengono in contatto con lui, ma nessuna grida aiuto o tenta di far qualcosa per salvarlo.

Trasportato all’ospedale penitenziario del Pertini diviene un oggetto nelle mani di medici volontariamente incompetenti: la regola era (e fortunatamente è stata eliminata) che i medici non potevano dare informazioni sui malati di quella struttura protetta nemmeno ai familiari.

“Questo è un carcere, non un ospedale.”, si sente dire il padre di Stefano. “Gli orari sono netti, qui si chiude alle 12.30, le serve il timbro del giudice, le serve il permesso di parlare col detenuto, le serve il timbro del carcere signor Cucchi…” poi, ecco, tutte le carte sono pronte, il signor Cucchi corre verso l’ospedale ma lo aspetta la telefonata agghiacciante della moglie.

Due poliziotti sono venuti a dirle freddamente che suo figlio si è spento e i tempi per l’autopsia sono strettissimi, si cerchino al più presto un consulente.

È morto per bradicardia, come moriamo tutti: come muoiono gli accoltellati, i fucilati, gli ottuagenari. Il cuore smette di battere. Ma a 31 anni, in un ospedale, perché è successo? Perché Stefano da morto sembra un alieno? Perché ha ecchimosi ovunque e pesa 36 kg?

Ma le incongruenze non si fanno attendere: molti testimoni in carcere hanno visto la polizia penitenziaria percuotere Stefano Cucchi e hanno anche parlato dell’accaduto con lo stesso, la Comunità Villa Maraini che viene sempre allertata quando un carcerato tossicodipendente non è in buone condizioni di salute in quei strani e oscuri giorni non viene affatto chiamata nonostante gli operatori fossero sul posto, le tre caserme dei carabinieri in cui Cucchi passerà il primo periodo di detenzione non sono mai state indagate.

Tutto potrebbe svolgersi nel doloroso silenzio di un obitorio, nella sofferenza assordante di una famiglia spezzata ma ci sono delle foto, delle foto tremende, delle foto che potrebbero scuotere l’opinione pubblica, aprire un processo, determinare i colpevoli, dimostrare che Stefano Cucchi è la vittima di uno stato che avrebbe dovuto proteggerlo.

mano obitorio

Le foto vengono mostrate durante la conferenza stampa al Senato: non sono foto davanti alle quali si può rimanere muti, il ministro Alfano parla, dice che sarà fatto tutto il possibile.

Il possibile parte il 14 novembre 2009 giorno in cui la procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo a carico di tre medici dell’ospedale Sandro Pertini dove era stato ricoverato Cucchi e quello di omicidio preterintenzionale a tre agenti della penitenziaria che avevano in custodia il ragazzo nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma, poco prima dell’udienza di convalida dell’arresto.

Il 27 novembre 2009 una commissione parlamentare d’inchiesta, richiesta per far luce sugli errori sanitari nell’area detenuti dell’ospedale Pertini di Roma, conclude che Stefano Cucchi è morto per abbandono terapeutico. Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici del Pertini il favoreggiamento, l’abbandono di incapace, l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità. Tredici in tutto le persone coinvolte dalle indagini. Decadono dunque il reato di omicidio colposo a carico dei medici e quello di omicidio preterintenzionale a carico degli agenti della penitenziaria.

Il 13 dicembre 2012 i periti incaricati dalla corte hanno stabilito che il giovane è morto a causa delle mancate cure dei medici, per grave carenza di cibo e liquidi. Affermano inoltre che lesioni riscontrate post mortem potrebbero essere causa di un pestaggio o di una caduta accidentale e che “né vi sono elementi che facciano propendere per l’una piuttosto che per l’altra dinamica lesiva”.

Primo grado

Il 5 giugno 2013 la III Corte d’Assise condanna in primo grado quattro medici dell’ospedale Sandro Pertini a un anno e quattro mesi e il primario a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), un medico a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve sei tra infermieri e guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero in alcun modo contribuito alla morte di Cucchi.

Per i medici, dunque, il reato di abbandono di incapace viene derubricato in omicidio colposo. Il PM aveva chiesto per quest’ultimi pene tra i cinque anni e mezzo e i 6 anni e 8 mesi. Aveva inoltre sollecitato una pena a quattro anni di reclusione per gli infermieri e due anni per gli agenti penitenziari. Le accuse nei confronti di quest’ultimi erano di lesioni personali e abuso di autorità. Sono stati assolti con la formula che richiama la vecchia insufficienza di prove.

foto di famiglia

Ma Ilaria Cucchi, la sorella-coraggio, accoglie le grida di sdegno di tutti coloro che sono presenti in aula, accoglie anche le sue grida e le sue lacrime e decide di non fermarsi.

Purtroppo questa è una storia non a lieto fine, non ancora almeno.

Secondo grado

La sentenza del processo d’appello tenutasi il 31 ottobre 2014 ha assolto tutti, medici e poliziotti. La famiglia di Ilaria ricorrerà alla suprema corte di Cassazione, ci sarà l’ultimo grado di giudizio ma lo stupore rimane.

In ognuno di noi.

In una bellissima lettera che aveva scritto al padre per chiedergli scusa di tutti i suoi errori e di tutte le delusioni Stefano diceva una frase meravigliosa: “Io non credo che esista un’altra vita, ma credo che in questa vita si possa sempre ricominciare.”

Il mio cuore si corrode al pensiero che a questo giovane uomo non sia stata data questa possibilità. Io immagino la fragilità del suo corpo, le risate di scherno di questi energumeni che noi chiamiamo forze armate, che oggi, 4 novembre, dovremmo festeggiare e il mio pensiero corre attraverso le sbarre silenziose delle prigioni, al troppo potere che si dà a persone che non lo meritano, alle vite umane scartate perché considerate di serie B.

Io ho paura di questo Stato Italiano, di questa Giustizia Sacra che non ha più alcun valore, io ho il terrore di questo carcere che non rieduca ma strappa la coscienza sia a chi ci vive, sia a chi ci lavora.

foto con mammaPaura e sdegno, invoco giustizia ma invoco soprattutto un maggiore controllo su coloro che entrano a far parte delle cosiddette istituzioni, gli uomini con la pistola, cresciuti nelle borgate e nelle periferie violente, ex nostalgici nazisti, attuali forzanuovisti, razzisti. Non tutti. Non bisogna mai generalizzare ma testare le persone sì, assicurarsi che la giustizia sia nelle mani di gente giusta.

E che nessun manganello venga mai più usato contro un ragazzo fino a spezzargli la colonna vertebrale, che nessun manganello venga mai più consegnato in mani violente e senza pietà, che nessun uomo colpevole o innocente muoia in un tribunale italiano.

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