SOTTO FALSO NOME

“Poesia è malattia.”

(Franz Kafka, Conversazioni con Gustav Janouch, 1953)

 

Ho iniziato a scrivere poesie nel 2006: avevo quindici anni e, se devo essere sincera, non avevo nessuna nozione di metrica. Probabilmente, era un
tentativo del mio inconscio di imitare gli scrittori che leggevo, di fare il verso ai miei poeti preferiti.

[La cosa stramba è che non avevo poeti preferiti: ma non ditelo a nessuno.]

Ho iniziato e smesso nel 2006: quello che scrivevo non mi piaceva, consideravo di non avere nulla da dire perché la mia vita si svolgeva tutta a scuola (sui libri) e, poi, a casa (sui libri, sic!).

La profondità dei miei versi era direttamente proporzionale al tediante oblio che avvolgeva i miei giorni: a meno che non avessi voluto mettermi a scrivere poesie futuriste sulla lettura dei manuali di storia, non avrei mai scritto nulla di buono.

Così, smisi, fino al 2010: non scrissi niente, a parte i saggi brevi e i temi in classe, per quattro lunghissimi anni. Come avrò già detto, la prosa mi stancava e mi annoia molto tutt’ora, la poesia non mi riusciva: la Musa è rimasta in silenzio per molto tempo.

Poi, sono arrivata all’Università con tutto il mio fardello di aspettative sulle spalle: ero molto più speranzosa di adesso ed ero anche conscia che il mio futuro avrei dovuto scrivermelo da sola, da quel momento in poi.

In quel periodo ero fanatica di Erica Jong: invece di vergognarmi, come il 90% delle persone avrebbe creduto di dover fare nelle mie condizioni, iniziai a copiarla schifosamente.

Più che a scrivere, iniziai a plagiare.

La mia mente venne colonizzata magicamente da un alveare di pensieri: potevano essere frasi, come lembi di poesie. Potevo scegliere io che cosa farne ma la loro insistenza non mi permetteva di abbandonarli a loro stessi: questi pensieri bramavano di essere scritti.

Nacque in me un’esigenza nuova di agende, di fogli e di penne prêt-à-porter: l’ispirazione arriva quando meno te lo aspetti, più o meno dappertutto, soprattutto, nei mezzi pubblici, nell’oziosa solitudine dei lunghi viaggi.

La prima poesia me la ricordo ancora, la scrissi vicina al termosifone del bagno, era inverno e faceva freddo o forse non è vero, forse associo la stagione all’effetto che le mie poesie hanno su di me, al calore che sanno infondermi.

Quando scrivo una poesia per me è sempre primavera.

La poesia è una malattia, sì, e chissà dove mai l’avrò contratta, chissà se guarirò mai ma, in fondo, spero di no: io parlo spesso di “scrittura automatica” perché, è vero, non so spiegarvi da dove nascano i miei versi, probabilmente, sono sensazioni immagazzinate nel mio cervello e lasciate lì a sedimentare che, poi, un giorno, ritornano alla memoria più belle di prima.

La poesia è dipendenza, è libertà, è sfogo, proprio per questo non deve essere capita, almeno, non sempre: in questo sono totalmente d’accordo con T.S. Eliot quando dice che “La vera poesia può comunicare prima di essere capita.”, la vera poesia è urgenza, bisogno, necessità.

Far leggere le proprie poesie è come lasciarsi stuprare volontariamente: la sensazione, ve lo giuro, è molto, molto simile ad un’invasione, ad una violenza.

I poeti in questo sono scioccamente incoerenti: scrivono, vogliono essere letti, adulati eppure no, si sentono male, malissimo a venire frugati, si sentono depredati dei loro sentimenti, della loro stessa anima.

Seguendo questo incoerente ragionamento sono nati i miei alter ego: dapprima Madonna Sibilman, la poetessa armena ottocentesca, poi, Nadia Solomova, poetessa russa d’avanguardia e, infine, Ignazia Minchiu, poetessa per modo di dire, più che altro volgare cortigiana che fa il verso a Giorgio Baffo ( e lì sì che mi tocca ricordare a tutti che “no, dio mio, no, non le penso davvero quelle cose!”).

Autobiografismo, immaginazione, fantasia oppure realismo: è tutto fuso insieme, io ci sono, certo, eppure esco anche da me, trovo una nuova forma sulla carta perché forse la poesia più che ripiegamento è fuga, è un dimenticarsi, uno spostamento del centro di sé, un cambio di obiettivo, di inquadratura.

Scrivo poesie, quindi, sotto falso nome e, avendolo appena confessato, ora, ho smesso di essere un divertente bluff e mi sono trasformata in un facile bersaglio: ma mi sembrava assurdo considerare di parlare di me e raccontarmi senza aver mai detto una parola sulle poesie che scrivo.

Per quanto mi riguarda, la prosa può solo sfiorare dove invece la poesia incide.

E io vorrei poter aprire le cicatrici nei lettori, voglio la carne viva.

“Occhi d’opale verde

amorfo e opaco

Occhi di strale astrale

colpevoli di destino

Occhi di roccia, di pietra, di minerale

Occhi di lava, di caos, di strage.

Palpebre che sono muraglie lunari
Ciglia protese come gelidi rami
Pupille a spillo
Iridi sfuggenti
Chissà che guardano ora,
cosa hanno guardato.
(la tua retina mai mi ha catturato.)
Occhi a milioni, occhi a sassate
Occhi accesi nei semafori, nei lampioni
Occhi a bottoni, occhi a sirena
che inseguono, inseguono, inseguono…
Occhi di fine,
di varcato confine,
Occhi ricolmi di mai,
Occhi vietati,
Occhi non miei,
Occhi amati.
Occhi caduti
dentro ai miei
per sempre.
Occhi negati
Occhi annegati

E tu
non tornare a cercarli.”

 

[trovate alcune mie poesie alla pagina FB: https://www.facebook.com/poesieLauraPagura/ ]

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