SE IL SOGNO MUORE

Ogni persona ha il suo sogno.

Anzi, sarebbe più giusto dire che ogni persona è il suo sogno, in quanto, quando capita di parlare di sogni o di speranze, il confine, già labile di per sé, che intercorre tra essere e avere si assottiglia e, talvolta, perde completamente di senso.

Quindi, ogni persona è il sogno che possiede o, almeno, cerca di assomigliarvi.

I nostri sogni prendono la nostra forma, ci guardano con i nostri stessi occhi, ridono e piangono con noi ma, soprattutto, muoiono con noi.

Non c’è niente che sia più doloroso cheperdere un sogno.

Il fatto che il sogno sia un concetto astratto, un’idea e non una persona in carne e ossa non c’entra: soffriamo perché i nostri sogni sono dentro di noi, rincantucciati in un angolo dell’anima, soffriamo perché quando muore un sogno qualcosa in noi si spezza per sempre, proviamo dolore perché dovevamo custodirlo, proteggerlo e abbiamo fallito.

Il mio sogno, da quando ho dei ricordi, è sempre stato quello di diventare una giornalista.

Non ha mai avuto risvolti troppo razionali ma è sempre stato con me, fin da bambina: per quanto vada indietro con la mente, io non ricordo nessun altro obiettivo, non ho mai saputo immaginarmi diversamente, non ho mai biforcato le strade, non ho mai lasciato aperte porte, vagliato alternative.

Tutto o niente.

Giornalista o cadavere.

In realtà, il mio sogno, che a prima vista potrebbe sembrare quello di qualunque ragazzina invasata di libri e con velleità letterarie, andava molto più nello specifico: io non volevo diventare una giornalista qualsiasi, una generica scribacchina, no, io volevo diventare come Oriana Fallaci.

Avevo meno di otto anni e le torri gemelle se ne stavano ancora  lì, ritte, in piedi nel bel mezzo di Manhattan, Al Qaeda chissà quali piani stava architettando, la striscia di Gaza era momentaneamente tranquilla e io assistevo famelica ai telegiornali, salvifici portatori di brutte notizie.

Più si quietavano le acque internazionali, più io correvo sconsolata da mia madre a dirle: “Spero di poter fare in tempo a diventare grande prima che le guerre finiscano, sennò come farò?”

Ero tremenda e avevo una fretta terribile di crescere per potermi lanciare, con l’unica protezione di un elmetto, nella mischia, in prima linea.

A otto anni giocavo con le barbie e, allo stesso tempo, mi prefiguravo un avvenire inondato di sangue che io avrei raccontato: perché niente come il dolore incolla le retine alle pagine dei giornali.

Per come la vedevo io, nel futuro, le bombe ci dovevano essere, la mia visione romantica e distorta del ruolo di reporter non riusciva ad andare oltre all’Olivetti Lettera 22 e alla mina anti-uomo.

Ero una bambina che viaggiava controcorrente, forse addirittura più dei salmoni, e voleva la guerra nel mondo.

Oriana Fallaci diventò, a suo discapito, la mia seconda madre: di lei mi conquistava, soprattutto, il carattere forte, deciso, determinato.

Mi elettrizzava sapere che durante il massacro di Tlatelolco, in Messico, era stata ferita e trasportata in obitorio ancora viva, mi galvanizzava immaginarla con l’elmetto, tra i soldati. Le invidiavo il coraggio, quel coraggio che le aveva permesso di strapparsi il Chador di fronte a Khomeini, di rispondere per le rime all’arroganza di Muhammad Alì, di trasportare munizioni come staffetta per la Resistenza  Partigiana quando ancora non aveva quindici anni.

Mi piaceva tutto di lei ma, soprattutto, il fegato. Sentivo, inoltre, di doverle tanto, sentivo che tutte noi donne dovevamo ringraziarla perché, come diceva lei stessa, era stata la prima a dimostrare che una donna poteva fare qualsiasi cosa.

Così quando morì piansi e, ancora adesso, la considero cosa mia: quando qualcuno parla male di Oriana io non posso fare a meno di sentire una fitta in mezzo al petto. Perché “chi la capisce è bravo”, perché l’ “alieno”, forse, le aveva fatto perdere speranza e lucidità ma lei era lei e nessuno me la può toccare. Lei è parte della mia famiglia immaginaria insieme a Indro Montanelli, Anna Politkovskaja, Tiziano Terzani. Loro sono parte della mia personale Valle dei Re, sono quello che mi sarebbe piaciuto diventare e che non sono diventata.

Sì, perché, col tempo, più crescevo e più mi rendevo conto che tutta quella mia infantile volontà di potenza, tutto quel gusto da mattatoio era imploso e mi aveva lasciato addosso, attaccato alle cellule, dentro le ossa, solo paura.

Da bambina-macellaia sono diventata una donna-coniglio.

Chi l’avrebbe mai detto che sarei potuta non diventare quello che avevo programmato d’essere?

La donna-coniglio i telegiornali non li guarda più perché le fanno tristezza, la donna-coniglio non andrebbe più in Vietnam e nemmeno in India perché teme la profilassi e gli aghi, la donna-coniglio ha un po’ paura di tutto e vorrebbe che ci fosse la pace nel mondo e anche un po’ dentro di lei.

Ero una bambina che non piangeva mai, che sognava una vita selvaggia, che desiderava ardentemente di diventare Oriana Fallaci e, forse, ancora adesso sono quella bambina e desidero quello che desideravo tanto tempo fa, ma, ora lo so, me ne sono resa conto che di quel sogno è rimasto solo il cadavere che io contemplo perplessa e affranta.

E, allora, cosa dovrei fare? Com’è che ci si comporta quando si capisce di aver coltivato un sogno fuori scala, non della propria taglia?

Si prova un grande dolore, ve lo garantisco.

La doccia fredda non è stata improvvisa: al Liceo ero ancora convinta di poter cambiare, di plasmarmi, di superare tutte le mie paure ma, poi, pian piano, mi sono resa conto che stavo tentando in ogni modo di salvarmi dalla mia stessa vita, che stavo rifiutando me stessa, e non solo le mie debolezze.

Facevo molte cose che Oriana non avrebbe fatto, covavo dubbi, timori, terrori, incertezze, tutte cose che Oriana non avrebbe mai provato: mi differenziavo dal mito con moto inarrestabile e costante, mi ricoprivo della mia identità e ne avrei voluto un’altra, mi vestivo di me stessa e mi sembrava di essere addobbata di stracci.

Scrivevo, scrivo bene, sì, ma soffrivo e soffro anche di telefonofobia, ero un adolescente timida, riservata, introversa, sono diventata una persona adulta che anelerebbe molto di non essere tale.

La mia eterna divisione tra mito e realtà mi portava a squarciarmi in due ogni qual volta mi avvicinassi al foglio: con la penna pungevo, frustavo le coscienze, con l’inchiostro ero velenosa e testarda, nella pagina bianca risaltavo, diventavo quello che non ero, nel foglio mi piaceva specchiarmi e riconoscermi anche se la verità era ben altra e io ero da tutt’altra parte a nascondermi perché nessuno mi vedesse e scoprisse l’inganno.

Ultimamente sono migliorata: fino a sei mesi fa non sarei mai riuscita a scrivere queste frasi. Mi consideravo importante solo in quanto immagine nella mente altrui, mi ritenevo una persona fatta su misura per le opinioni degli altri,  che dovevano essere sempre, immancabilmente positive, sempre fuori dalla portata reale del mio modo di essere.

Ma, pian piano, sto cominciando a capire che non sono sbagliata, anche se sono diversa da ciò che tutti si sarebbero aspettati da me.

Non ho fallito se non sono diventata Oriana Fallaci.

Non sono una donna cazzuta e, di conseguenza, non sarò una giornalista cazzuta: non saltellerò tra gli ordigni esplosivi, non prenderò aerei pericolanti per località fantasma, la mia volontà di autodistruzione non andrà mai oltre i puerili vizi occidentali, alla nicotina, allo smog, alle intossicazioni alimentari involontarie.

Io mi arrendo a quello che sono, mi arrendo all’ammirazione improduttiva e  sconfinata per coloro che non sarò mai, mi arrendo a me stessa e ai miei timori, alle mie fobie, mi arrendo alla morte dei miei sogni.

E chissà, un giorno forse, perché no, magari esisterà da qualche parte una bambina che sognerà di diventare come me.

Chissà.

***

Non potrei definirmi una grande ammiratrice della Fallaci senza lasciarvi un breve (e schifosamente essenziale) Vademecum bibliografico da cui potrete trarre ispirazione.

La mia personale classifica è questa:

1)    PENELOPE ALLA GUERRA (1962): la prima vera opera di narrativa di Oriana. Da letterata-scribacchina in erba ci sono particolarmente affezionata anche perché, a differenza degli altri suoi libri, l’ho incontrato in età più avanzata in un momento non proprio felice e, come sanno tutti, quando un libro riesce a darti quel po’ di conforto che cerchi non lo lasci più andare.

TRAMA: Ragazza lascia l’Italia per l’America. Qui, ritrova un suo vecchio amore che torna a tormentarla. Epilogo a dir poco farsesco.

CITAZIONE MIGLIORE: “ – […] ce ne sono milioni meglio di lui!

  – E con questo? Ce ne sono milioni anche meglio di me. Comunque io non conosco quelli meglio di lui e non posso consumar la mia vita ad aspettar di conoscerli. E poi se dovessimo cercare la perfezione in un uomo, si amerebbero i santi. I santi son morti e io non vo a letto col calendario!”

2)   UN UOMO (1979): Una volta lessi un’intervista in cui la sorella di Oriana, Paola, dedicava parole molto ciniche nei confronti della storia d’amore tra Oriana e Alekos Panagulis. Disse che Oriana di lui aveva amato l’eroe e non l’uomo e che non l’avrebbe mai amato se fosse stato un tipo qualsiasi e non il capo della resistenza greca ai tempi del regime fascista post-seconda guerra mondiale. Non ho mai capito che genere di colpa avesse avuto desiderio di imputarle. Non lo capisco ancora.

TRAMA: La storia di un amore tra due grandi personaggi che hanno fatto la storia dei loro Paesi, la denuncia del tragico omicidio (?) dell’eroe greco Alekos Panagulis, la semplice e, quasi beffarda, storia di un uomo qualsiasi eppure diverso da tutti gli altri.

CITAZIONE MIGLIORE: “Oggi è un sogno cui dai nome libertà, domani potrebb’essere un sogno cui dare nome verità; non conta che siano o non siano obiettivi reali, conta rincorrerne il miraggio, la luce.”

3)  LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO (1975): questo libro segna il trionfo letterario della Fallaci che giunse, così, al grande pubblico. E’ un romanzo molto commovente che vorrei aver scritto.

TRAMA: Una madre parla al figlio. Una madre discute col figlio che porta in grembo sulla questione del “nascere” o “non nascere.” Ispirata alla storia vera di Oriana che perse il bambino che aspettava dal compagno Panagulis.

CITAZIONE MIGLIORE: “Molte donne si chiedono: metter al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra.”

4)    NIENTE E COSI SIA (1969): Testimonianza dell’anno che Oriana passò in Vietnam tra il 1967 e il 1968. Racconto di guerra e di umanità, racconto che denuncia l’orrore di un conflitto combattuto da disperati con disperazione.

MIGLIORE CITAZIONE:

“«Cos’è la vita?»

«È una cosa da riempire bene, senza perdere tempo. Anche se a riempirla bene si rompe.»

«E quando è rotta?»

«Non serve a niente. Niente e così sia.»”

5)    LA RABBIA E L’ORGOGLIO (2001): Qualcuno lo definisce il romanzo che dà inizio alla seconda produzione di Oriana. La produzione post-Alieno. La produzione post-ritiro a Manhattan. Quando uscì fece scandalo ma venne letto da tutti perché gli esseri umani sono così: adorano schierarsi.

Io non mi schiero, mi sono schierata ai tempi ma è cambiato tutto.

TRAMA: Sermone (come lo definì la Fallaci stessa) su quella che, post Undici settembre, sembrava essere destinata a diventare la nuova guerra santa.

CITAZIONE MIGLIORE: “Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto.

6)  INTERVISTA CON LA STORIA (1974): il libro riporta le varie interviste che Oriana Fallaci fece ai grandi potenti del pianeta Terra: Henry Kissinger, Willy Brandt, il Negus d’Etiopia, lo Scià di Persia, Indirà Gandhi, Ali Bhutto, Giulio Andreotti, Golda Meir, Yasser Arafat, Alekos Panagulis…IMPERDIBILE.

7)  IL SESSO INUTILE (1961): Ritengo veramente Oriana una femminista utile, ritengo che abbia fatto molto per il suo e nostro genere, anche solo vivendo, anche solo scrivendo di donne. Per questo dovrebbe essere ricordata da tutte noi.

TRAMA: Nel 1960 Oriana, inviata de “L’Europeo”, è in Oriente insieme al fotografo Duilio Pallottelli per un’inchiesta sulla condizione delle donne. In questo romanzo-denuncia racconta la sua esperienza.

CITAZIONE MIGLIORE: “Da un capo all’altro della terra le donne vivono in un modo sbagliato: o segregate come bestie in uno zoo, guardando il cielo e la gente da un lenzuolo che le avvolge come il sudario avvolge il cadavere, o scatenate come guerrieri ambiziosi, guadagnando medaglie nelle gare di tiro coi maschi.”

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