Ridotte in schiavitù – La ragazza nella scatola

colleen stan e cameron hooker

Guardate attentamente questa foto:

cameron hooker e colleen stan

Che cosa vi sembra rappresenti? Forse un uomo e una donna innamorati o, comunque, felici.

A prima vista, e anche al secondo sguardo, sembra una fotoricordo normalissima.

Questa foto è diventata un incubo per me da quando ho compreso cosa ritraeva.

L’uomo nella foto, infatti, è Cameron Hooker e la ragazza è Colleen Stan, rapita da Hooker nel 1977, all’età di 20 anni e costretta a vivere per molti anni in una scatola 23 ore su 24 sotto il letto ad acqua di Hooker e di sua moglie Janice.

Questa foto ritrae il momento in cui Hooker permise, dopo anni e anni di lavaggio del cervello, a Colleen  di rivedere i suoi familiari presentandosi come il suo fidanzato. I genitori si accorsero di come la figlia fosse alienata, strana, diversa ma non dissero niente, scattarono questa foto dove aguzzino e schiava si abbracciano sorridendo.

La storia di Colleen Stan è profondamente disturbante. Nel 1977 erano tante le ragazze che utilizzavano l’autostop per viaggiare, Colleen  doveva andare in California e, così, chiese un passaggio ad una famiglia dall’aria apparentemente normale: marito, moglie e un bambino sul seggiolino dietro. L’aria affabile della famiglia rassicurarono Colleen che scelse di salire.

Da lì iniziò il suo calvario: la famiglia cominciò a fare discorsi strani, imboccò una strada sterrata e da quel momento la testa di Colleen  venne imprigionata in una sorta di scatola dalla quale non si poteva vedere nulla e a malapena si respirava.

Spogliata, appesa per i polsi a dei ganci: la possiamo immaginare così ma l’inimmaginabile è ciò che c’è dietro a questo rapimento.

Hooker e consorte avevano già tentato di trovarsi una schiava sessuale, tale Marie Elizabeth Spannhake, ma si resero subito conto della difficoltà del rapimento quando la giovane iniziò ad urlare senza smettere per un solo secondo: Hooker le recise le corde vocali ma, causandole una grossa emorragia, decise di finirla con un colpo di pistola. Il suo cadavere fu seppellito assieme alle illusioni del suo assassino.

Hooker aveva sempre dimostrato di avere problemi a socializzare e trovò conforto solo nell’anonima futura moglie Janice che picchiava e torturava regolarmente: Janice arrivò, però, ad un accordo, chiedendo al marito di sostituirla nelle sevizie con una schiava sessuale e di lasciare a lei solo il suo “lato umano”.

Janice era perciò perfettamente conscia delle crudeltà inflitte dal marito e, anzi, sadicamente ne godeva, tanto da obbligare la povera Colleen chiusa nella scatola sotto il loro materasso ad acqua ad ascoltare e ad essere presente durante i rapporti sessuali tra lei e il marito.

La crudeltà di Hooker non si placò mai nel tempo: poteva dare più libertà alla sua schiava perché sapeva che era completamente soggiogata, infatti, era stato detto a Colleen che una setta dal nome “The company” avrebbe sterminato la sua famiglia se lei non avesse obbedito.

Colleen ebbe più di un’occasione per scappare ma non lo fece: la sindrome di Stoccolma era in lei fortemente radicata tanto che non riusciva a rendersi conto di quello che le stava succedendo.

Fu Janice a farla scappare dopo molte insistenze: la moglie di Hooker infatti si era resa conto che l’accordo con il marito non poteva proseguire e raccontò alla ragazza che non esisteva nessuna setta e che doveva andarsene subito.

Colleen scappò senza denunciare il suo aguzzino, la denuncia arrivò 3 mesi dopo, nel 1984, dopo 7 anni dal rapimento, da parte di Janice che consegnò alla polizia la sua versione sulle nefandezze compiute dal marito.

Questo fatto di cronaca mi ha ferocemente colpito, lo devo ammettere: Coleen aveva vent’anni, era una ragazza adulta, come ha potuto non comprendere che avrebbe dovuto scappare? Come poteva fraternizzare con il suo persecutore che la teneva segregata in una scatola?

Eppure, in molti di questi casi di rapimento a lungo termine, le vittime non condannano subito i loro aguzzini.

I casi eclatanti sono più di quanti vorremmo fossero: Ariel Castro che imprigionò Michelle Knight, Amanda Berry e Gina DeJesus per 11 anni tenendole segregate, abusandone sessualmente e torturandole in tutti i modi possibili, Philip Garrido che tenne in ostaggio per 18 anni Jaycee Dugard in una baracca nel cortile dotata di camera insonorizzata per non far sentire ai vicini le urla durante gli abusi (Jaycee ebbe due figlie e fu anche lei colpita dalla sindrome di Stoccolma).

Joseph Fritzl

Il caso Fritzl merita di essere trattato a sé perché ci troviamo di fronte alla più grande aberrazione di un padre nei confronti della figlia: la scomparsa di Elisabeth Fritzl venne denunciata dai genitori nel 1984 che dissero che era scappata per seguire una setta religiosa.

La polizia non indagò oltre ma, in realtà, Elisabeth era stata chiusa dal padre in un bunker nel seminterrato.

Il seminterrato aveva un soffitto alto 1,70 metri, al quale si accedeva attraverso una piccola porta nascosta, in una parete del suo laboratorio da ingegnere, che poteva essere aperta solo con un meccanismo elettrico del quale solo Fritzl conosceva il codice di azionamento. Vi erano poi altre sette porte da superare per arrivare al bunker, l’ultima era di nuovo elettrica e alta solo 83 cm.

Lì visse Elisabeth per 24 anni arrivando a partorire 7 figli: 3 vennero presi in custodia da Fritzl e portati in casa a vivere una vita “normale”, uno morì dopo tre giorni dalla nascita e per questa morte Fritzl verrà incolpato di omicidio, e 3 vissero sempre nel bunker, al buio, senza vedere mai la luce del sole. Una volta usciti, dati gli angusti spazi e la mancanza di luce solare, ci si accorse che avevano sviluppato andature curve e problemi gravi alla vista.

Mi hanno profondamente colpito le parole della figlia Elisabeth che descrivono laconicamente ma con forza gli anni di prigionia e abusi: «Luci spente, stupro, luci accese, muffa, umidità e lui che va via».

E ancora di più quelle di Natasha Kampusch, rapita da Wolfgang Priklopil, poi suicida, per otto lunghi anni:

natasha kampusch

«Mi chiuse dietro porte pesanti, alla prigione fisica aggiunse quella psichica. Volle anche che cambiassi nome, me ne fece scegliere un altro. Divenni Bibiana, voleva che io fossi una persona nuova, solo per lui. E io iniziai a ringraziarlo per ogni piccola concessione. Mi diceva: “Per te esisto solo io, sei la mia schiava. Lui regolava la mia veglia spegnendo o accendendo la luce, decideva se privarmi del cibo o farmi mangiare, mi imponeva periodi di digiuno forzato, decideva le razioni di cibo, fissava la temperatura nella stanza. Decideva lui se avevo caldo o freddo. Mi ha tolto ogni controllo sul mio corpo, mi picchiava in continuazione. Dovevo accettare, a volte apparire sottomessa per sopravvivere, altre volte dovevo impormi e sembrare più forte di lui: non ho mai obbedito quando mi chiedeva di chiamarlo “padrone”.

Non so perché ho voluto raccontarvi queste storie oscure e tremende: ho visto una docu-serie su Netflix dal titolo “Viaggio nella mente criminale” e sono rimasta sconvolta da quello che gli americani chiamano Kidnapping.

 

Ieri notte ho sognato di essere Coleen Stan, la ragazza nella scatola, in un incubo ero io rinchiusa, ero io a chiedere pietà, ero io a stare zitta per non ricevere punizioni e, così, mi è venuto in mente di dare una dignità a queste vittime con le mie parole.

Spero che ora la vostra vita sia felice ma soprattutto spero che non dobbiate mai più avere paura.