Chi ha paura del CYBERBULLISMO?

Con “Cyberbullismo” (o “Bullismo online”) si identificano tutte quegli atti di bullismo o di molestia effettuati attraverso l’utilizzo di mezzi elettronici come le e-mail, gli sms, le chat, i cercapersone, i cellulari o i siti web.

Non è né un fenomeno conosciuto, né un capo d’imputazione specifico purtroppo: eppure ricerche effettuate in vari Paesi hanno dimostrato che è un problema che tocca un numero sempre più crescente di adolescenti.

Il cyberbullismo, infatti, ha dei grossi vantaggi per la ben nota codardia giovanile: tramite l’utilizzo della messaggistica istantanea scavalcare l’etica e il rispetto è molto facile. Quando scriviamo tutti noi sentiamo di poter dire molto di più di quello che potremmo esprimere a voce.

Il cyberbullismo, poi, consente l’anonimato (il molestatore è individuabile, sì, ma non sempre attraverso le mediocri conoscenze multimediali della vittima e, certo, è difficile e doloroso rivolgersi alla polizia postale quando ci si vergogna e si ha paura di ritorsioni).

Conosco da vicino queste problematiche: molto tempo fa ho conosciuto una ragazza che ne era stata vittima. Aveva inviato tramite mms una foto che la ritraeva senza vestiti ed era finita col diventare lo zimbello della scuola. La foto aveva cominciato a girare dappertutto ma, poi, magicamente i suoi aguzzini, dal macabro gusto del divertimento, si erano fermati.

Dal preside non era andata, con sua madre non aveva potuto parlarne per la vergogna: aveva aspettato, sola, e con il timore che se il meccanismo non si fosse inceppato da sé lei sarebbe diventata un mostro, un’emarginata, uno zero assoluto. Perdere la dignità a quindici anni è una delle tragedie più grandi che potrebbe capitare: a quell’età o sei parte di un gruppo e sei riconosciuto, benvoluto oppure non esisti.

Il cyberbullismo gioca in branco contro il più debole: la ragazzina sciocca che manda la foto indecorosa al compagno maligno, il ragazzino che cade vittima della sua stessa vanità. Molto spesso il cyberbullismo fa leva sui sentimenti degli altri, sulla ricerca spasmodica di amore e attenzioni di adolescenti soli, isolati, tristi.

Ma, diversamente dal bullismo, non ha limiti spazio-temporali: non ci si difende chiudendosi in casa, scappando, evitando le persone sbagliate. Il materiale diffamatorio, a volte, viene fatto circolare su internet e la difficile reperibilità di esso rende molto complicato fermare la spirale di calunnia; inoltre, basterà riaccendere il computer per tornare vittime e sentirsi senza via di scampo.

Il fatto che un quinto degli adolescenti italiani ammetta di soffrire o di aver sofferto almeno una volta di cyberbullismo è un dato preoccupante: l’adolescenza non è solo un’età delicata perché è il periodo in cui una persona pone le basi del proprio carattere e del proprio futuro ma anche perché è il momento in cui uomini e donne vivono per assoluti e prendono decisioni, molto spesso deleterie, incontrovertibili.

Leggendo il giornale mi sono imbattuta nella storia di Amanda Todd, una ragazzina di quindici anni, suicidatasi questo ottobre. Il cyberbullismo aveva distrutto la sua vita catapultandola in una spirale di autolesionismo e, infine, portandola alla morte.

Amanda Todd, probabilmente, amava la vita prima che quelle sue foto iniziassero a girare in internet e la costringessero a cambiare dapprima la scuola e, infine, la città. Amanda aveva quindici anni e si è uccisa perché si era ritrovata sola, derisa, perché agli occhi di tutti era diventata solo quella ragazza senza pudore che aveva inviato foto pornografiche ad uno sconosciuto.

Mi sono chiesta spesso che cosa spinga questi ragazzi a divenire le vittime di un gioco crudele che molto spesso è lampante fin dall’inizio: ho letto alcuni articoli e ho scoperto che molti accettano di inviare video o immagini intime o personali, a volte anche indecorose, solo per il gusto di ricevere un po’ di attenzione, forse lo sanno fin dall’inizio che cosa rischiano ma tentano lo stesso per scandalizzare oppure solo perché sono stupidi; ma a quindici anni essere stupidi è normale, a quindici anni poter essere stupidi senza dover finire alla gogna è qualcosa che dovrebbe essere permesso. L’ingenuità dei giovani va tutelata, va difesa. In qualsiasi modo.

Altri, invece, non si rendono nemmeno conto dei pericoli che corrono, delle trappole nascoste dietro le, a prima vista, innocue bacheche di Facebook o Twitter: alcuni si ritrovano ad essere minacciati, perseguitati, diffamati senza capire nemmeno il perché.

Qualsiasi tipo di bullismo è una piaga sociale: quando un ragazzo si permette di prenderne in giro un altro significa che la società in cui vive ha un problema. I razzismi si stanno diffondendo: non conta più solo la pelle, adesso contano anche le marche dei vestiti, il mondo in cui cammini, la musica che ascolti, se si continuerà così un giorno verremo additati anche per il colore dei capelli, per la forma dei nostri occhi, per il solo semplice fatto di essere venuti al mondo così e non colà.

E’ tutta una questione di rabbia: i ragazzi sono incazzati neri e sono soli. E tutta questa aggressività che non riescono a sfogare nei confronti di chi se la meriterebbe (i genitori, per lo più, gli adulti, in generale, quegli adulti che adulti non sono diventati mai) la riflettono sui coetanei, sui più deboli, su quelli che la rabbia non l’hanno mai potuta avere oppure l’hanno persa insieme alla speranza.

Il cyberbullismo è un fenomeno di società, un po’ come il dilagare dei social network: è un’epidemia di solitudini ben camuffate. Perdendo il contatto con la realtà abbiamo perso anche la concezione di Bene e Male, abbiamo perso la capacità di amare gli altri per ciò che sono e di riuscire a sentirci vivi senza prevaricare, senza annullare chi ci sta intorno.

Nonostante questo, la società è sorda alle esigenze di contenimento di questo silenzioso dramma giovanile: il cyberbullismo rimane un argomento nebuloso anche per gli esperti, non esistono definizioni univoche, gli studi campione sono difficili da portare a termine e troppo differenziati l’uno dall’altro.

La strada è ancora lunga, quindi, disseminata di vittime, di adolescenti traumatizzati o, ancora peggio, uccisi dalle risate degli “amici”, uccisi dalla violenza vigliacca delle parole nascoste dietro ad uno schermo.

Avrei potuto risparmiare tutte queste frasi e lasciarvi semplicemente guardare questo video-testamento che Amanda Todd ha girato prima di decidere di togliersi la vita: sono le sue parole a contare veramente e a farmi davvero male, a farmi vergognare di essere un essere umano. (VIDEO NON PIU’ DISPONIBILE)

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*