Non MONTIamoci la testa

«Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio.  Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo» (Vangelo di Luca 4, 5-7).
Ebbene, Mario è stato tentato, ha detto sì, è sceso, anzi “salito” nei salotti buoni di santa romana politica, sollevando, come prevedibile, un vespaio di
polemiche da ambo le parti. Si è parlato di scelta illegittima, di trasformismo da prima repubblica, di demagogia. Cerchiamo di mettere i puntini sulle “i” e di scandagliare luci ed ombre di questa nuova parabola montiana.
Possiamo anzitutto parlare di scelta illegittima del premier quella di voler scendere in campo? Se guardiamo alla storia dei palazzi romani, gli scranni del parlamento hanno accolto gente d’ogni dove e professione, magistrati, giornalisti, attori, starlette mancate e finanche pornodive. Un professore ordinario di economia non è quindi un buzzurro tra questi signori, può ed ha la piena legittimità per starci. Certo, si badi, la legittimità è qualcosa che in una democrazia si conquista attraverso il voto, le libere elezioni: saremo noi (si fa per dire, visto che, Porcellum alla mano, voteremo dei nominati) a benedire uno piuttosto che l’altro alla guida del Paese.

Si può allora, parlare di trasformismo, di voltagabbana? Anche qui la politica ha sfornato moltissimi esempi, dai più lontani ai più recenti, dalla compravendita di senatori per far cadere questo o quel governo, a partiti che sostenevano d’essere vicini al popolo, e poi emergeva che tanti erano i diamanti o le case che si poteva aprire una gioielleria o un’agenzia immobiliare. Tutto bene, dunque, sarà Mario a salvarci, dovremmo concludere così? Prima di giungere alla risposta è necessario soffermarsi sulla parola demagogia, parola sconosciuta negli atteggiamenti e nelle opinioni del prof., almeno fino al 23 dicembre, giorno della conferenza di fine anno, in cui il premier metteva tutti in guardia da facili populismi e conservatorismi.

Nemmeno il tempo di finire i panettoni nelle nostre case, che, subito dopo, iniziava l’invasione delle trasmissioni tv e il bombardamento su Twitter. Unomattina, Otto e Mezzo, Radio Anch’io, Monti occupava le nostre vite, dall’alba al tramonto. Poi lo stop della Rai per la Par Condicio. Insomma, prendeva piede l’operazione selfmarketing, Monti bis, paghi uno ma forse anche tre, quattro, visto che quest’ anno si toccherà una pressione fiscale da record, il 45,3%. Già le tasse. E pensare che in conferenza di fine mandato lo stesso Monti aveva diffidato chiunque dal mettere mano all’IMU, pena il mancato pareggio di bilancio. E poi eccolo in tv a rendersi possibilista circa una revisione della stessa imposta, quasi fosse una gara tra lui ed il Cavaliere oscuro a chi offriva di più anzi, di meno, meno tasse, meno spesa, e magari meno debito. E non finiva qui: il prof. annunciava tagli alle aliquote irpef e d’altra sponda, subito rispondeva Brunetta (che con Monti è in pessimi rapporti), con un via l’irap (imposta che grava sulle imprese). Come direbbe un certo cantautore, “quelli tra palco e realtà”: giocare ancora una volta con la politica fiscale, con la filosofia del “ togli qua, metti di là” costituisce un atto di vera e propria demagogia, quasi offensiva dinanzi ad una Paese in ginocchio e bisognoso di interventi mirati, ma efficaci, non certo di effetti annuncio. Per non parlare da parte di chi (tecnici e maggioranza che li ha sostenuti) che le tasse le ha alzate durante l’intero 2012, cosicché il ventennio “dorato” della seconda repubblica si risolve con lo stesso debito dei primi anni Novanta: più spesa, e più tasse.

Risulta quindi legittimo e doveroso l’impegno politico in una democrazia, ma non può ancora una volta tradursi in slanci e offerte commerciali, come se fossimo al mercato del pesce. Soprattutto da chi si è dichiarato fermo sostenitore dell’Euro e strenuo difensore contro i populismi. Chi ci salverà allora, ma soprattutto, esiste una ricetta per guarire? Bisognerebbe che politicanti di professione e professori datisi all’arte di governare prestassero più ascolto alle esigenze più sentite della società civile, quella vera (non quella che in questi giorni viene arruolata nelle file dei partiti), perché è da lì che dobbiamo ripartire: dal saper fare degli italiani per bene, dall’operario che rimane in cassa integrazione all’imprenditore che, messo alle strette (e non dai debiti, ma dai crediti che non vengono assolti, specie quelli delle amministrazioni pubbliche), è obbligato alla chiusura della propria attività. Persone che vogliono agire, e alle quali vanno dati gli strumenti per farlo, dalle workersbuyouts al finanziamento alle reti d’impresa, dalle università al quanto mai necessario alleggerimento della macchina pubblica. Interventi, come capiranno i miei lettori, mirati, che richiedono dei veri e propri “chirurghi”della politica e dell’economia. Ben vengano dunque i tecnici ( e si badi, anche un sindaco grillino è un tecnico quando è ingegnere, insegnante, bancario, ecc, quando insomma viene dal lavoro o dalla scuola), ma non si MONTIno la testa, cedendo alle lusinghe e ai modi di fare della casta.

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