A Natale siamo tutti barboni (ops, intendevo dire “più buoni”…)

Se andate in questi giorni a Padova, in stazione, scoprirete che anche i barboni (che, in questa città, costituiscono una parte del panorama, una graziosa e raffinata decorazione sullo sfondo dell’immaginario dipinto della città del Santo), quest’anno, hanno fatto l’albero.

Un abete striminzito e infreddolito più o meno come i suoi decoratori, nemmeno i militari che girovagano lì intorno a controllare i permessi di soggiorno e i documenti di identità, hanno coraggio di eliminarlo.

Preferiscono concentrarsi sui “cartoni” (alias “letti” dei clochard) oppure sui clochard stessi.

La tradizione è più forte di qualsiasi altra cosa, più forte anche di ogni genere di emergenza, più importante della stessa povertà.

Eppure lo spirito del Natale non esiste, o meglio, non è quello che noi pensiamo sia.

Pensiamoci bene: a cosa serve veramente il Natale?

E’ una festa cristiana, no? Dovrebbe servire a festeggiare la nascita di Gesù, eppure io proprio non me lo vedo Gesù a battere sulla spalla, in stile “fantasmino”, di quella signora che gira per il centro a cercare l’ultimo modello del tal cellulare per la figlia adolescente e capricciosa o salmone affumicato da trenta euro all’etto per il cenone della Vigilia.

Ecco, smettiamola di dire che il Natale c’entra con Dio: l’unico posto in cui Dio compare, in maniera a volte davvero poco dignitosa, è il presepe.

Quelli che ci credono vanno a messa per abitudine, magari per lasciar casa libera mentre la loro madre è impegnata a cucinare il pranzo luculliano che li aspetta dopo la particola.

Ma nemmeno per gli atei la questione è meno vergognosa: noi che sfruttiamo le altrui feste (perché non possiamo fare altrimenti. In effetti, siamo le vittime di una silente dittatura che chiude i negozi, TUTTI i negozi, quando più gli aggrada. Il solo fatto che un panificio aperto di domenica prenda la multa dai carabinieri è un abominio antidemocratico.) ci siamo lentamente adeguati anche alle altrui, a dir poco nevrotiche, tradizioni.

Quindi, regali, alberi di natale, grandi pranzi e tanti tanti tanti auguri, fatti così, tanto per fare, tanto per dire, per riempire le conversazioni o i saluti…

Nemmeno la crisi riesce a fermare la furia altruistica natalizia ma, pensandoci bene, la filosofia consumistica che fa da sottofondo a Jingle Bells è quella che risponde al nome di “dare per avere”.

Nessuno fa mai regali senza aspettarsene uno in cambio a Natale, o forse qualcuno sì, qualcuno con un amico particolarmente stronzo o taccagno al quale l’anno dopo si guarderà bene dal regalare qualcos’altro.

E’ la natura umana e non cambierà mai.

Da parte mia, io odio i regali. I regali sono responsabilità e le responsabilità non sono regali. I regali impegnativi sono problemi e i problemi non sono regali. I regali stupidi sono immondizia e l’immondizia non è un regalo.

Il circolo vizioso del Natale non si ferma qui: per me è il periodo più triste dell’anno.

Me ne vado in giro per la mia città a cercare regali per gli altri e riesco a trovare solo quello che io vorrei ricevere e non avrò mai.

Mi faccio ugualmente moltissimi regali, sono stata buona, in fondo: così oggi ho comprato dei guanti e una pelliccia (ovviamente ecologica), l’altro giorno delle calze, l’altro giorno ancora un paio di stivali.

Sono incastrata all’interno del marchingegno sociale che ti fa riempire gli armadi per farti sentire, poi, sempre nuda.

Mi trattengo, entro da Oviesse, vedo dei guanti in pelle lavorati alla modica cifra di 24 euro e viro su quelli in lana con un misero risvolto in pied de poule. Insisto a continuare il giro e, dopo essermi spennata da Calzedonia, entro da Coin e osservo con la bava alla bocca le plurime giacchette in pelliccia di Koan, le borse di Mango, i foulard di Hermès, viro sul reparto profumi e mi ritrovo a pensare che darei un rene per conoscere un uomo che odorasse della nuova fragranza targata Donatella Versace “Eros”.

Mi ritrovo a pensare troppo spesso che darei un rene per avere qualcosa. Per esempio: un manicotto di pelliccia in stile Lara Antipova, una cloche color rosso fuoco, una paio di stivali biker di Max Mara, un tubino in pied de poule e uno in pizzo, una baguette di Fendi nera, una Birkin rosa e una rossa….devo continuare? No, perché potrei. Credo che potrei farlo all’infinito.

Tutto questo per dire che Natale non ci rende più buoni ma solo più poveri: a Natale io mi sento povera fin in fondo alle ossa, mi sento povera perché non posso avere tutto, non posso entrare da Furla e comprarmi la borsa color acquamarina che ho visto in vetrina ieri l’altro, non posso spendere troppo perché devo spendere per gli altri, non posso spendere troppo perché i miei guadagni a dir poco striminziti non mi permettono di vedere oltre ad un misero cardigan trovato da Promod.

Natale mi fa venire voglia di diventare ricca, in qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo, crea in me una smania di possesso furibonda, un eccentrico egoismo che mi farebbe venir voglia di regalare saponette al giacinto agli amici per risparmiare e per potermi, poi, comprare quel bellissimo maglione visto da Sisley.

Immagino che questo genere di biechi ragionamenti non c’entrino nulla né con la bontà né con l’altruismo e, tantomeno, con il Natale.

Non sono all’altezza nemmeno di un dignitoso Natale ateo: io sono il Grinch, odio le feste, odio i regali, ogni regalo mi fa venire in mente quello che avrei potuto ricevere e non ho ricevuto, la fine dei festeggiamenti mi lascia addosso un senso di morte inaudito, un senso di fine, di mai più che mi farebbe venire voglia di andare a strappare tutte le ghirlande da tutte le case del vicinato. Il tempo passa scandito dalle feste comandate, dagli alberi di Natale messi in fila uno dopo l’altro, dalla neve che scende adesso e non scenderà forse più per il resto dell’anno.

Ognuno di noi mendica qualcosa a Natale, non siamo, poi, tanto diversi da quei barboni a Padova. Nessuno di noi lo è.

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