IO, NATA DUE VOLTE

Io lo sento quando ho qualcosa da scrivere.

Non è più come una volta che scrivevo su tutto, per tutti, no, sono cambiata, ora scrivo selezionando i temi, gli argomenti, scrivo centellinando le parole, scegliendole con cura. Scrivo sempre per urgenza, però, solo e sempre quando mi prudono le mani, quando il cuore inizia a battere e la testa a dirmi che devo assolutamente buttare giù ciò che ho dentro, perché non mi faccia più male.

Con la riapertura del blog mi sono ritrovata davanti i miei vecchi articoli, quelli che nemmeno sapevo di aver scritto, e al mio vecchio modo di fare brioso, simpatico, ironico. Prima della guerra combattuta e vinta nei confronti di un male arrivato dall’alto che mi aveva completamente avvolta, che mi aveva quasi cancellata.

Sono uscita dalla battaglia che ero già vecchia: a 24 anni ero decrepita.

Ma capita a tutti coloro che hanno vissuto tragedie personali di invecchiare subito: chi subisce abusi, chi soffre per la separazione dei genitori, chi cade vittima di anoressia o bulimia e chi, come me, si ammala l’anima.

È stato un lungo percorso di terapia: ho dovuto uscire da me stessa e guardarmi da fuori, poi, ho dovuto riappropriarmi del mio Io che, però, non era più uguale.

Sono taciturna ora, un po’ affaticata ma più forte. Sono una cicatrice di parole: quelle che mi sono state dette in questi anni dai vari analisti e quelle che adesso dico io che puntano all’essenziale, a ciò che vede solo il cuore.

Scrivo per necessità come sempre e più di sempre, inseguo la felicità, questa parola effimera capace, però, di sconvolgere e animare anche le vite più insulse, imparo ogni giorno dagli errori.

Sono uscita dall’inferno in punta di piedi, quasi senza rendermene conto: un giorno stavo bene, stavo meglio.

Cosa potrei raccontarvi? Di come LaPersonaggia si è rotta in mille pezzi? No, andrei contro me stessa e il messaggio positivo che da sempre ho voluto dare con questo blog.

Voglio raccontarvi come mi sono ricostruita, pezzo per pezzo, ritrovando me stessa nei miseri cocci che avevo lasciato per strada, lungo le vie del mondo, nelle città visitate, nelle università frequentate ma, soprattutto, nei cuori di chi ho amato.

Mi sono ricostruita partendo dalle ceneri e il viaggio è ancora lungo: questo mio cervello sempre in azione non permette requie alla proprietaria, direi che tenerlo a bada è il mio lavoro quotidiano.

I pensieri, amici e nemici, sono sempre lì a fare la guardia al cuore che, a volte, si perde nelle sue palpitazioni, nelle sue esagerazioni e ricomincia a battere, troppo forte, troppo incessantemente.

È una continua lotta tra cuore e cervello per ristabilire l’equilibrio di un’anima che aveva perso direzione.

Sembrano vuote parole ma in queste righe sto parlando di una sopravvissuta e, voi non sapete quanto questa definizione sia reale.

Sopravvissuta al male che avevo deciso di farmi, al bene che mi ero negata, all’insopportabilità di una vita che mi sembrava “un inconveniente”.

Ora sorrido, di un sorriso saggio però, un po’ ammaccato.

Ed è spuntata in me la paura di morire e l’ho accolta con un abbraccio: mai avrei creduto di poter temere la morte. Perché temere la morte significa amare la vita, amarla pur nelle sue fatiche quotidiane, nelle sue difficoltà. Temere la morte significa lottare e capire che no, soffrire non serve a niente.

La mia vita di donna è diversa da quella di ragazzina: quando ho aperto il blog avevo vent’anni e l’idea maniacale di essere invincibile, adesso conosco la mia fragilità, la mia imperfezione.

Quell’imperfezione che rende tutto perfetto, che va al di là delle certezze, che travalica i confini della corporeità e che mi ha trasformato in un’anima nata due volte.

Ma la seconda vita è molto più consapevole della prima, molto più bella: ho imparato a splendere.

 

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