NARCISO DILAGA per gli UNO NON BASTA

Navigando per il Web (la rete, questa immensa ragnatela ipnotizzatrice di cervelli…) è facile venire a conoscenza di band emergenti (e non), ingiustamente ignorate dalla discografia con la D maiuscola, alla ricerca di una fessura nel grande telone scenico per poter sfondare, diventare Qualcosa, Qualcuno, oppure volutamente di nicchia, consapevolmente ai margini, per gridare da lì (perché forse solo da lì è possibile farlo) contro le iniquità e i soprusi del mondo e del modo 
in cui continuiamo a viverlo.

Poco tempo fa, sono, così, incappata negli UNO NON BASTA, band nata nel 2010 dall’idea artistica di Antonio Marcucci (voce, chitarra e programmazioni) e che, poi, è diventata un progetto di gruppo che ha coinvolto anche gli altri membri, ossia, Nico Di Marzio (batteria) e Domenico Ragone (basso). Lo scorso novembre è uscita la loro prima fatica “Narciso Dilaga” (Dischi Ovale/Audioglobe) che ha, fin da subito, ricevuto buoni riscontri sia di pubblico che di critica.

Un progetto che, già, nelle intenzioni, ha un ambizioso obiettivo: dimostrare che UNO non basta e che, anche senza lasciarsi andare a facilonerie proverbiali, “l’unione fa la forza”.

Un messaggio fuori moda, si direbbe, eppure di grande valore, soprattutto, oggi, in un’epoca che sembra condannata all’egoismo e alle isterie dell’arrivismo.

L’idea mi è piaciuta fin da subito e mi sono arrischiata a fare loro qualche piccola domanda per capire che cosa significhi essere giovani musicisti di talento oggi come oggi in Italia e cosa si possa fare per frenare lo straripamento di Narciso. Non so se mi spiego.

Per prima cosa voglio soddisfare la mia curiosità: perché “Uno non basta”? È forse un modo per spiegare che è l’unione che fa la forza (visto che i vostri testi trattano tematiche di protesta o, comunque, attente alle questioni sociali)?

In un certo senso è così. In principio Dio creò gli Uno e vide che era cosa giusta. La band è composta da tre amici, Antonio, Nico e Domenico, ognuno indispensabile all’altro. Questa dimensione “unitaria” e divina iniziava a starci stretta, così sono nati gli Uno Non Basta. È la presa di coscienza che l’unione fa la forza ma anche che, per quanto si possa essere indipendenti, solitari, asociali, orsi, prima o poi si avrà sempre bisogno degli altri. In secondo luogo, è una sorta di invito a non accontentarsi di se stessi, a cercarsi e trovarsi anche negli altri, a essere ambiziosi, a migliorarsi e a superarsi.

Il senso di “Narciso dilaga” provo a darlo io: è una critica alla nostra società sempre più edonista? Ci riuscite a portare avanti questa protesta, non trovate, a volte, difficile cedere allo specchio, all’egoismo?

In realtà non critichiamo l’edonismo inteso come continua ricerca del piacere ma piuttosto il narcisismo inteso come continua ricerca della perfezione. L’essere perfetti e al centro dell’universo, sempre impeccabili e sempre al di sopra del prossimo e, quindi, in continua lotta con quest’ultimo. È un duello all’ultimo sangue. Ma non sopravvive il più forte, il più valoroso o il più capace, sopravvive chi di più appare, il più falso, colui che è disposto a sacrificare tutto, anche la dignità, per la sua immagine e la sua gloria autoreferenziale.
Saremmo degli ipocriti se dicessimo che siamo in grado di sottrarci tranquillamente a certi meccanismi. Il problema è culturale e ci siamo dentro tutti.

La nostra non è una protesta ma solo la constatazione che la felicità è esattamente nella direzione opposta a quella in cui stiamo andando.

Alcune critiche al vostro album parlavano di “stancante ripetitività”: cosa avete pensato a riguardo? E, in generale, come prendete le critiche al vostro lavoro?

Noto con piacere che hai seguito con attenzione tutta la nostra rassegna stampa visto che su una ventina di articoli solo in due erano presenti delle critiche negative. Accettiamo tutte le critiche. Non potremmo fare diversamente. Non c’è modo di ribattere: non è un confronto diretto tra giornalista e musicista. Il giornalista scrive e i lettori, tra cui i musicisti, leggono. A parte le solite inflazionate verità per cui le critiche sono costruttive e aiutano a crescere e bla bla bla, riteniamo che la musica sia qualcosa di estremamente soggettivo, intimo e personale, che l’opinione del singolo non potrà mai oggettivare e universalizzare. Il gusto personale, l’intelligenza, il background, l’età, la sensibilità, la conoscenza della materia, l’umore in quel momento, lo stomaco pieno o vuoto, la fretta, la noia, la stitichezza ecc.. ci sono davvero troppe variabili che possono influenzare il giudizio istantaneo di un uomo sul frutto di anni di lavoro di una band. Alle fine, ben vengano le opinioni di tutti purché le si prendano con pinze, guanti e impermeabile.

Ci scusiamo con chi ci ha trovati “ripetitivi” promettendogli che nel prossimo disco faremo di tutto per essere meno ripetitivi, meno ripetitivi, meno ripetitivi…

Le etichette non piacciono a nessuno ma se doveste darvene una, quale scegliereste? Elettro-rock potrebbe andare?

Elettro-rock potrebbe andare bene ma, in realtà, abbiamo coniato un termine tutto nostro ossia Rock in Electronic. Questa definizione rende meglio il processo attraverso cui nascono le nostre canzoni. Ossia vengono prima composte in chiave completamente elettronica e solo in un secondo momento vengono arrangiate e suonate rock tramite batteria, chitarre e basso. Sono due momenti completamente diversi. Nella maggior parte delle band elettro-rock non esiste questa distinzione e sia la componente rock che quella elettronica nascono simultaneamente.

Chi sono i vostri mentori musicali? A chi vi ispirate?

Non ci ispiriamo a nessuno in particolare. Abbiamo il nostro background musicale e culturale dal quale attingiamo continuamente in maniera automatica. Ultimamente è la musica elettronica che ci affascina particolarmente dalla trance, alla dubstep alla minimal pur avendo sempre le orecchie costantemente tese al rock e a tutte le sue sfaccettature.

Siete un gruppo molto attento alle tematiche sociali, quindi, vi chiedo: quale pensate sia il problema maggiore dell’Italia di oggi?

Crediamo che il problema principale dell’Italia sia il basso livello culturale. Non si spiegherebbero altrimenti le continue e ripetute sopraffazioni della classe politica a spese di un popolo che a testa bassa, tace, incassa i colpi e stringe i denti. Non si spiegherebbe il rinnovato successo dei talent show e dei programmi della De Filippi. Non si spiegherebbero le file interminabili davanti ai rivenditori dell’ultimo modello di smarthphone. Non si spiegherebbe la dipendenza degli italiani dalla musica straniera e da quei testi banali, carichi di ovvietà e di cattivo gusto, esaltati a capolavori letterari solo perché scritti in una lingua diversa dalla nostra. Troppe cose non si spiegherebbero. Il problema dell’Italia è il basso livello culturale.

Essere giovani oggi in Italia è veramente una tragedia?
 Sareste disposti a scendere a compromessi per raggiungere il successo?

Parlare di tragedia ci sembra un po’ eccessivo. Pensiamo sia molto più difficile essere giovani oggi in Palestina o in alcune zone dell’Africa o dell’India piuttosto  che del Sud America.

Certo è che in Italia i giovani non se la passano bene e che per i loro genitori, che hanno vissuto nella prosperità di opportunità degli anni ‘60 e ‘70, le cose sono state molto più semplici. Ma le difficoltà temprano il carattere.

È in momenti come questi che l’intelligenza e il coraggio fanno la differenza e potrebbero far emergere personalità in grado di diventare esempi per il resto della collettività, in grado di cambiare le cose. Noi ce lo auguriamo.

Musicalmente parlando la situazione è più difficile che mai ed è anche inutile stare a disquisire sulle cause che hanno generato tale situazione. Crediamo si debba continuare a fare musica contando solo e unicamente sulle proprie forze, cercando di sfruttare a proprio favore quella che è stata la causa principale di tutti i mali della musica, ossia “la rete”, internet. È il solo mezzo a disposizione oggi per mostrare quanto vali. Il successo è tale solo se davvero lo hai meritato. Non è più il tempo dei compromessi.

Ultima domanda: quali sono i vostri prossimi progetti?

Il progetto a breve termine è quello di promuovere “Narciso Dilaga” attraverso un gran numero di live. Le difficoltà sono enormi. Le agenzie di booking si rifiutano di lavorare con gli emergenti e chi gestisce i locali si rifiuta di pagare le band che suonano musica originale. Così ci stiamo rimboccando le maniche e stiamo bypassando le agenzie di booking contattando direttamente i gestori dei locali e proponendoci a rimborso spese. Se la nostra tecnica avrà avuto successo lo scopriremo a breve. Contemporaneamente abbiamo iniziato a lavorare alle nuove canzoni. Contiamo di entrare in studio per registrare il nostro nuovo album nel prossimo autunno.

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