IL MOTTO DEL VEGANO: io non voglio fare del male a niente

se niente importa
Io amo gli animali da sempre.

E’ una cosa che suona un po’ strana da dire per me: non ho mai sentito la necessità di dichiarare “Io respiro da quando sono nata”oppure “Io sbatto le palpebre e non posso farne a meno”. Sono semplicemente faccende che ritengo automatiche e inconsapevoli.

Da piccola coltivavo una grande passione per
Susanna Tamaro: la lettura di “Anima Mundi” mi aveva sconvolto, avevo trovato quel libro bellissimo. Con il tempo, poi, abbandonai qualsiasi opinione positiva su di lei a causa della sua religiosità trasbordante e, molto spesso, caratterizzata da una metodica ingenuità.

Ma, da bambina, la Tamaro per me era un mito: girava documentari, viveva in una piccola fattoria in stile San Francesco ed era un’etologa. Così, me ne andai molto presto in giro a vantarmi del fatto che da grande sarei diventata anch’io un’etologa.

ETOLOGO: studioso del comportamento animale.

Sapere che gli elefanti sono gli unici animali a costituire dei “funerali” per i loro morti mi affascinava; trovavo che gli elefanti fossero animali interessanti in generale, con le loro abitudini così inquietantemente umane e intelligenti, come adottare i cuccioli rimasti orfani e non lasciarli a loro stessi anche dopo che fossero cresciuti.

Anche i pinguini erano interessanti con la loro gestazione maschile e l’abitudine delle mamme pinguine di “prostituirsi” con i pinguini maschi più “ricchi” in cambio di un pezzo di materiale per arricchire il proprio rifugio, la tana dei piccoli.

Così, ogni settimana, mi facevo comprare in edicola la rivista “Amici” e la leggevo con curiosità spasmodica.

Gli animali erano definiti “amici” ma tra tutti questi “amici” non c’erano né polli, né galline, né mucche. No, quelli erano solo cibo.

Sono rimasti solo cibo anche per me per molto tempo.

Durante la mia infanzia ho sempre coltivato il sogno di possedere un animale, ho lottato per averlo contro i miei genitori, ho pianto giorni di fila, ho visitato canili con il cuore spezzato e nel 2006, più precisamente a Natale, è arrivata Emilia e il mio rapporto con gli animali è totalmente cambiato.

Sono la tipica gattara che, nei film comici, è la macchietta della situazione: non mangio dalla stessa ciotola della mia gatta ma ammetto di aver assaggiato il suo cibo (non l’avessi mai fatto!), ammetto di non poter vivere senza di lei anche se, forse, un giorno la cosa potrà accadere e sarà durissimo accettarlo.

Ora, mi capita molto spesso di soffrire immensamente alla vista di animali in difficoltà: non posso guardare i reportage di Striscia la notizia sui canili lager, ho solennemente giurato che se mai dovesse capitarmi la sfortuna di uccidere un animale prendendolo sotto con la macchina smetterò per sempre di guidare.

Le ragazze della mia età sorridono ai bambini nei passeggini e io sorrido ai cani che scondizolano al guinzaglio.

Potrei piangere per ore nei negozi di animali, davanti agli acquari, potrei rischiare la mia stessa incolumità per mettere in salvo quella di un animale.

E questo perché rispetto la loro fragilità, il loro essere indifesi, muti, proteggo la bellezza della loro debolezza, la bellezza che risiede nella loro fedeltà, nella loro eterogeneità.

Fino all’altro giorno pensavo tutto questo anche mentre mi cibavo di carne: anzi, a dirla tutta, odiavo i vegetariani, detestavo i vegani.

Dicevo a tutti: “Tanto niente cambia, non sarà certo il mio petto di pollo a cambiare le cose.”

Mi comportavo come l’ufficiale SS che, pur non avendo nulla contro gli ebrei, indossa la divisa del Reich.

Mi comportavo con la stessa rassegnazione all’ingiustizia che avrebbe potuto avere un abitante di una città assediata, mi comportavo come se non avessi scelta: ma, poi, ho capito che alla dittatura della maggioranza bisogna ribellarsi e se non servirà davvero a qualcosa, servirà almeno a me, servirà per sentirmi una persona migliore, consapevole, cosciente, onesta, pura.

Ho impiegato meno di 24 ore a diventare vegana: sono entrata in una biblioteca e ho chiesto in prestito il romanzo-denuncia di Jonathan Safran Foer (autore che adoro particolarmente) “Se niente importa”.

Il libro è del 2009 e non è, come si potrebbe pensare, il manifesto del vegetarianismo: è una dichiarazione di amore di un padre al figlio appena nato.

Non lo so per certo, ma posso immaginare che diventare genitori metta di fronte a delle domande che, fino a prima, si era preferito accantonare o lasciare senza risposta.

Domande del tipo:

1)Non farei mai del male al mio animale domestico ma permetto e, anzi, avvallo con i miei acquisti alimentari, la crudeltà nei confronti di altri animali. Perché?

2)Sono ambientalista ma ignoro, o fingo di ignorare, il fatto che l’allevamento intensivo di animali contribuisca il 40% in più al surriscaldamento globale rispetto al sistema dei trasporti nella sua totalità. Perché decido di ignorarlo?

[Sia chiara una cosa: fino a 50 anni fa l’allevamento intensivo costituiva solo il 10% della produzione mondiale. In Italia, forse, almeno fino a 30 anni fa era l’allevamento a gestione familiare ad imperare. Ora i termini si sono scambiati: l’allevamento intensivo copre il 90% del nostro fabbisogno. I criteri DOC, DOP e di qualità sono molto spesso ignorati o aggirati. L’utile è l’unico obiettivo e imbrogliare i consumatori è il mezzo per raggiungerlo.]

3)Che mondo ho intenzione di lasciare a mio figlio? Un mondo in cui negli ultimi 50 anni si è fatto finta di non vedere uno sterminio di pesci tale che per ogni 50 squali o tonni o qualsiasi altri esemplari prima esistenti ora ne rimane solamente uno?

4)Perché mangiare cane mi fa senso mentre mangiare un pollo mi sembra una cosa giusta?

Sono domande molto difficili che cercano di schiudere alcuni dei nostri tabù secolari e anacronistici del genere “non posso baciare mia sorella e non posso mangiare cane.”

In casa mia la libertà sul cibo è stata sempre molto risicata: mio padre è da sempre convinto che il ferro provenga solo dalle bistecche di manzo. Pensa la stessa cosa degli spinaci con la sola, tragicomica differenza che la storia del ferro contenuto in enormi quantità all’interno degli spinaci è una stronzata. E’ colpa di Braccio di ferro e della nostra indole credulona.

Mia madre mi ha sempre insegnato a mangiare carne: viveva in campagna, lei, tirava il collo alle galline e, adesso, copre Emilia come un pargolo infreddolito con le copertine di pile.

Ora che sono più colta di loro, più informata di loro, non mi fregano più.

“Se niente importa” rimane una pugnalata nello stomaco per noi animalisti: fatico a leggerlo, fatico ad accettare che il genere umano permetta che accadano queste cose.

Ma non mi stupisco: sentire di essere più forte di qualcosa o di qualcuno molto spesso genera crudeltà irragionevoli. Il potere è potente, il potere diventa spesso senso di onnipotenza.

Non mangiamo animali domestici perché li riteniamo animali più intelligenti rispetto agli altri ma se solo vi dicessi che vi sono pesci in grado di costruirsi una tana in un continente, di nuotare fino a raggiungerne un altro, salvo poi tornare indietro e ritrovare il proprio nido, che cosa mi direste?

Direste che è istinto e l’istinto è una gran brutta cosa per noi occhialuti uomini occidentali.

Ma se vi dicessi che i colombi sono in grado di sfruttare i percorsi dei trasporti umani per orientarsi, che cosa mi direste?

Questo non è istinto, nessuna persona dotata di un po’ di buon senso lo liquiderebbe come tale.

Quando qualcuno mi dice che gli animali da compagnia non sono mangiabili ora mi scappa un po’ da ridere: rido perché so che esiste una pratica chiamata “rendering” che utilizza le carcasse degli animali domestici morti e le ricompone sottoforma di proteine inadatte all’alimentazione umana che diventano cibo per i famosi animali da allevamento.

D’altronde, i cani e i gatti eutanasizzati ogni anno, sui quali piangiamo e soffriamo, sono circa il doppio di quelli adottati: vi siete mai chiesti dove finiscano? Ora lo sapete.

Ma mi piacerebbe che un po’ di gente in più sapesse che gli allevamenti intensivi sono campi di tortura a misura animale, macchè dico “animale”, a misura di lillipuziani: le galline cosiddette ovaiole (che si diversificano dai broiler, ossia i polli da carne) sono costrette a vivere in gabbie di 4 decimetri di diametro, in pile da diciotto. Una sull’altra. Come cataste di maglioni, ceppi di legno, libri, cose senz’anima. Non escono da lì se non da morte. Oltretutto, hanno creato un buon metodo per far aumentare la produzione (e pensare che noi intelligentissimi occidentali mangiamo solamente lo 0,25 % del cibo commestibile sul pianeta!): le tengono al buio per mesi, poi, quando accendono nuovamente le luci le galline sono indotte a credere che sia primavera e iniziano a deporre. Ripetono l’operazione due volte all’anno in modo che la produzione sia doppia. L’anno dopo la gallina, che potrebbe vivere 15-20 anni, produrrebbe comunque metà delle uova dell’anno precedente e, quindi, non costituirebbe più un buon investimento: viene per questo abbattuta. Insieme a tutti i pulcini maschi delle ovaiole che, per il solo fatto di essere maschi e, quindi, di non poter produrre uova, non servono a nulla.

I broiler hanno gabbie da 9 decimetri e un’aspettativa di vita di 6 mesi (nonostante potrebbero viverne più di 240).

L’antropodiniego, di fronte a questi dati, ci porta a dire: che, no, loro non sono come noi. Loro non soffrono. Ma ognuno di noi dentro al suo cuore sa che le cose non stanno così.

Vorrei parlarvi anche di un problema ancora più urgente, ossia di quello che sta diventando lo sterminio dei pesci, la shoah pinnata: la pesca non avviene più con ami e lenze come crediamo ingenuamente noi. I pescatori verghiani si sono tramutati in ingegneri esperti in tecnologie sofisticatissime che individuano interi banchi con GPS, reti a circuizione, palangari e ordigni vari e catturano enormi quantità di animali non per fortuna o intuito ma perché la scienza gli permette di sapere dove cercare e trovare.

La cosa tragica è che per ogni pesce di grossa taglia pescato muoiono all’incirca 140 pesci di altro tipo. Quindi, immaginando un piatto di sushi, dovremmo immaginare di stare mangiando un piatto di circa un metro di diametro che contenga tutti i pesci, chiamati “prede accessorie”, che sono morti solo per pescare quel mollusco che ci piace tanto.

E, poi, c’è Kafka.

Lo scrittore che, con grande maestria, dava agli animali comportamenti umani e copriva i suoi personaggi umani di vergogna. La vergogna per Kafka è il fil rouge della sua vita emotiva.

Foer racconta che Kafka fu sempre molto altalenante nei confronti del vegetarianismo: tentò molte volte di non mangiare animali ma cadde molto spesso, preso dalla tentazione, perché la carne è buona e nessuno può dire il contrario. L’amico Max Brod riportò questo aneddoto, capitato all’acquario di Berlino, importante per capire il rapporto con gli animali dello scrittore praghese:

“Vedendo i pesci nelle vasche luminose disse: “adesso posso guardarvi tranquillamente, non vi mangio più.” Era il periodo in cui era diventato rigorosamente vegetariano. Chi non ha udito siffatte parole dalle labbra stesse di Kafka difficilmente potrà farsi un’idea del modo semplice e lieve, senza ombra di affettazione, senza tono patetico (che del resto gli era del tutto estraneo) con cui diceva queste cose.”

E questo probabilmente perché la vergogna, come dice Foer, è il lavoro della memoria sulla dimenticanza.

Ripudiare la nostra natura animale a volte è facilissimo, è una cosa a cui non pensiamo, una cosa naturale, inculcata in noi da generazioni, eppure talvolta non possiamo fare a meno di svegliarci e di ritrovarci ad essere niente altro che animali.

Foer parla anche di sua nonna, in uno degli aneddoti, secondo me, più drammaticamente belli del libro: sua nonna, un’ebrea sopravvissuta alla shoah e diventata, a causa della guerra, una donna ossessionata dal cibo, gli raccontò di aver rifiutato, pur essendo allo stremo delle forze e fortemente denutrita, un pezzo di carne di maiale perché non era cibo kosher (ossia “adatto” per la cultura ebraica).

“Quell’uomo ti salvò la vita.”

“Non lo mangiai.”

“Non lo mangiasti?”

“Era maiale. Non ero disposta a mangiare maiale.”

“Perché? Perché non era kosher?”

“Certo.”

“Ma neppure per salvarti la vita?”

“Se niente importa, non c’è niente da salvare.”

Ecco il mio vegetarianismo etico è racchiuso tutto in questo elementare ragionamento: non posso cambiare il mondo, non posso cambiare le persone, non posso portare la pace, chiudere con le mie mani il buco dell’ozono, raffreddare i poli, uccidere uno per uno i produttori di pellicce, ma posso sentirmi innocente, posso sentirmi in pace con me stessa in un mondo in guerra che si autodistrugge e non fa altro che offrire giustificazioni al suo masochismo, posso trovare un posticino in un angolo dalla parte della ragione e lasciare i posti del torto ha chi non ha volontà, a chi non ha pietà né per se stesso né per gli altri, a chi non ha integrità e a chi dimentica troppo spesso quello che è. Perché, vedete, io non sono nient’altro che un animale.

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