MAD MEN: il telefilm più (dis)educativo della storia

A breve (anche se purtroppo non così a breve) arriverà in Italia la quinta stagione del telefilm “Mad Men” creato da Matthew Weiner e interpretato da Jon Hamm e January Jones.
Quando penso a “Mad men” penso a bicchieri ricolmi di whisky e tanto tanto fumo.
Si può dire che io abbia iniziato a fumare grazie a questo telefilm o, meglio, si può dire che io abbia acquistato un portasigarette con l’unico scopo di imitare Betty Draper.
Ho comprato anche un rossetto della stessa tonalità del suo rosso, cito frasi di Don Draper in continuazione, ritorno spesso ad alcuni episodi del telefilm, ne ricordo molti e con molta precisione: si può dire che Mad Men sia uno di quei telefilm che sospende totalmente l’incredulità dello spettatore. E’ uno di quei telefilm che non smetteresti mai di guardare perché non sai mai cosa potrà capitare e anche se non  capita niente va bene lo stesso perché quello che conta è quello che Draper ha detto che è quasi sempre una cosa geniale.
I personaggi sono polimorfi, ambigui, difficili da comprendere: Don Draper, in primis, è un dolce padre di famiglia e attento marito all’inizio ma, poi, man mano che si prosegue con le serie, si capisce che i segreti che nasconde sono molto di più di quelli che lascia intendere, scopriamo che Don Draper è il personaggio del personaggio e lo scopriamo non senza un certo senso di compassione.
Draper è un mostro impossibile da odiare: un uomo doppio, a volte trino, una figura molto spesso egoista, un genio della pubblicità che veste i panni del medio-man senza riuscirvi mai del tutto. L’immedesimazione in lui scatta dopo poco e, così, l’immedesimazione in Betty Draper, donna assolutamente d’altri tempi, ma che rappresenta ancora le nevrosi delle mogli sposate a mariti fedifraghi e sfuggenti.
Betty Draper, anzi, è di più: è la quint’essenza dell’indole filistea e borghese della donna anni ’60. Un’indole impartita da una rigorosa educazione perbenista ma che molto spesso viene fagocitata dalla parte subconscia e ribelle della ragazzina traumatizzata dalla madre perfetta e dalle seconde nozze del padre.

Ma il mio personaggio preferito è Peggy Olson: forse perché è il personaggio più anacronistico della serie. E’ un donna di altri tempi catapultata nel maschilismo degli anni ’60. O, forse, è la rappresentazione di una di quelle figure femminili che hanno permesso alla nostra voce di farsi spazio nel mondo, che hanno lottato e fatto valere i loro diritti.
Nemmeno Peggy è un personaggio assolutamente buono: i suoi comportamenti non sono tutti condivisibili. E’ una donna che non ama suo figlio e questo atteggiamento appare agli occhi de più come contro natura ma è anche una donna che non può avere l’uomo che ama forse anche perché ama l’uomo sbagliato o forse perché l’amore e la carriera non corrono mai paralleli.
Tuttalpiù, la società americana degli anni ’60 non era accondiscendente come quella attuale: per questo motivo Peggy subisce ogni giorno angherie e ritorsioni. Le stesse ritorsioni che ritroviamo negli ambienti lavorativi attuali ma che ci vedono molto più forti, molto più sicure di noi stesse e delle nostre capacità.
Insomma, tempo ne è passato dalla crisi missilistica a Cuba, dall’elezione di Kennedy, dallo sbarco di Armstrong sulla luna e alcune cose sono cambiate: la tecnologia ha spazzato via la creatività e il nostro vivere al di qua del ’68 ha portato con sé notevoli vantaggi per noi e per la nostra libertà.
Alcune cose, però, sono rimaste esattamente com’erano prima: siamo migliorati poco rispetto a quanto avremmo potuto.

Forse è questo il vero insegnamento del telefilm più diseducativo della storia della televisione.

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