Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso. (Ernesto Che Guevara)

La casta

Condizione straordinaria quella della gioventù: è il solo momento della nostra vita in cui si riesce a pensare che le nostre parole contino davvero qualcosa, che le nostre lotte scuotano le fondamenta del sistema, che le nostre azioni possano cambiare almeno quella piccola porzione di mondo in cui viviamo.

Avrei dovuto dire era perché quei giovani non esistono più: sono stati fagocitati da quel sistema che tanto volevano scardinare e, intorpiditi e vinti, si dirigono verso un futuro che, in realtà, è solo un buco nero in una galassia d’incertezze.

Che cosa ci ha fatti diventare così? Quale genere di ipnosi ci ha spinto a sostituire le lotte, le azioni, le proteste con i “mi piace” di facebook? In questi ultimi mesi ho condiviso centinaia di link, ho firmato centinaia di petizioni, ho comprato i giornali, li ho letti, ho riso della pochezza del nostro paese, un riso amaro di fronte alle ingiustizie di quella casta tanto scriteriata quanto nociva per l’immagine di legalità che dovremmo diffondere nel mondo, ho diffuso le notizie, ho detto la mia, ho ascoltato altri che dicevano la loro ma niente: era sempre lì, di fronte a noi, quella ciurma di ridicoli parlamentari, ministri e menestrelli che stringono fra le loro mani il destino del nostro Paese, della nostra gioventù come se non fosse il caso loro, come se per loro non contasse altro che chiedere e ricevere voti per, poi, chiedere e avere privilegi.

Ci stanno rubando il futuro e noi siamo lì, perplessi, talvolta seccati, a guardarli mentre i nostri sogni si sbriciolano tra le loro dita: perché è così che deve funzionare se in questo Paese un giovane è costretto a scegliere non quello che vuole ma quello che può volere, se la responsabilità della nostra esistenza non ricade solamente sulla nostra bravura, sul nostro zelo ed impegno ma anche sul potere effimero ma enorme dell’occasione, del contatto, della raccomandazione.

In un paese come il nostro per vivere, per avere un’indipendenza, una famiglia e tante volte  anche solo un lavoro dignitoso che sia onorevole per il livello dei nostri studi, delle nostre fatiche troppo spesso si è costretti a scendere a patti, a percorrere la pericolosa scala (sempre discendente, ricordiamocelo) del compromesso, del io-do-qualcosa-a-te-e-tu-dai qualcosa-a-me e, così,ci siamo abituati ai mezzucci, alle scorciatoie e non le chiamiamo più disonestà ma vie di scampo: è l’unico modo, si dice, l’unico modo. . .

E così ci siamo seduti dalla parte del torto anche se i posti dall’altra parte, quelli della giustizia, dell’onestà erano liberi, pronti per essere presi solo perché della verità, della giustizia è bello parlare, è un classico argomento sul quale arrabbiarsi, far valere i nostri rispettosissimi principi secolari ma per il quale non vale la pena di combattere perché, ormai, ha attecchito in noi il germe della rassegnazione, quella sensazione che ci vede infelici ma rassegnati, troppo facilmente persuasi a desistere di fronte al gigantesco muro della prepotenza e della prevaricazione.

Ogni giorno milioni di persone concordano via facebook sull’ovvia lamentela contro il vaticano a cui molti cominciano a chiedere di scendere dall’altare dorato su cui è disteso a puntare il dito da troppo, troppo tempo, ecco altri milioni assolutamente convinti che la Casta debba essere diseredata, eppure tutto finisce lì, nello spazio di un clic e, poi? Si continua a vivere, a condurre la propria esistenza chiudendo gli occhi di fronte agli indubbi e insopportabili favoritismi universitari, andando in chiesa a prendere la propria razione quotidiana di particola, convinti che “se la vita è uno schifo qui, almeno nell’aldilà…” e nessuno si rende conto che non esiste futuro più incalzante del presente, che ogni istante che viviamo, ogni istante in cui chiniamo la testa, accettiamo con indignazione ma comunque accettiamo, un po’ della bellezza della nostra gioventù vola via, in un soffio, una folata di vento che sa di insoddisfazione e insuccesso.

I potenti, quelli che decidono per noi, per le nostre tasse con solerzia e per loro con (caso strano) fervente indulgenza non hanno paura di noi, non temono le proteste del web, anzi, non mi stupirei che le fomentassero: ci hanno concesso un canale di sfogo, un pozzo senza fondo nel quale gettare senza rimorsi, responsabilità tutta la nostra rabbia, la nostra indignazione, il nostro senso civico, sanno benissimo che potrebbe bastarci e che, anzi, ci basta. Ci sentiamo migliori dopo aver insultato un po’ Berlusconi o il politico di turno, ci sentiamo meglio, è un po’ come dire a sé stessi “Ecco vedi: sono dalla parte giusta.” Ma tutto rimane uguale e gli avvoltoi che stanno mangiando con grande appetito la carcassa dei nostri desideri e delle nostre aspirazioni restano lì, a divorare ancora con maggior gusto le nostre carni perché sanno di essere visti, guardati ma non scacciati, non veramente, solo un po’, solo a parole: esiste forse una legittimazione più grande di questa?

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