LA VIE EN NOIR

Torno alla ribalta per aprire una nuova rubrica, anzi, oserei definirla una nuova finestra di dibattito. L’obiettivo è quello di analizzare la follia umana. Obiettivo ambizioso, starete pensando. Molto. Troppo, forse. Ma ho scritto “analizzare” non comprendere.

Comprendere la follia è impossibile, appunto perché si tratta di follia.

Sarebbe come se vi dicessi che voglio dire un silenzio, ma non è nelle mie intenzioni. Certo, voglio potervi spiegare nel miglior modo possibile i casi di cronaca nera che maggiormente hanno insanguinato le pagine dei nostri giornali. Notate bene quello che ho detto: le pagine dei giornali, non il Paese. Infatti, se fosse scorso sangue quanto inchiostro in Italia ne saremmo tutti sommersi. In molti paesi i casi di morte violenta non si trattano nemmeno sui quotidiani, ovviamente questo non è il caso dell’Italia e non sarei nemmeno felice che lo fosse: penso che su tutto debba esserci informazione e penso, soprattutto, che l’informazione possa esserci d’aiuto, possa essere uno strumento sociale. Pensiamo, infatti, quanti bambini potrebbero essere morti assassinati dal mostro di Foligno se i loro genitori non avessero detto loro di stare in casa e quante donne sarebbero morte nei bagni di qualche treno per la mano di Donato Bilancia se non avessero saputo dai media dell’esistenza del serial killer?

Nessuna nega, però, che l’informazione sia distorta, irreparabilmente temo. I giornali sono zeppi di supposizioni che poco hanno di fondato e sono certa che in un Paese normale non dovrebbe esistere un giornalista che punti il microfono in faccia ad una vedova affranta chiedendole se stia soffrendo molto o meno.

L’idea generale è che la drammatizzazione comporti un incremento di ascolti e di vendite, le reazioni delle persone, però, sono molto spesso di disgusto oppure di interessamento malato e compulsivo. L’omicidio diventa una partita di Identikit oppure un gioco a carte. Chi è l’assassino, come è morta la vittima?

Non è il lato più preoccupante della faccenda, secondo me: l’aspetto più inquietante riguarda la nostra incapacità di metterci nei panni della vittima.

La follia individuale, ricordiamocelo, resta una follia generale, una sorta di virus che può colpire chiunque in qualsiasi momento: nessuno ne è immune. Se ci sentiamo immuni è perché desideriamo ardentemente esserlo: sbattere il mostro in prima pagina è un modo per non vederlo dentro di noi. Lo squadriamo, lo osserviamo, lo isoliamo fuori dal nostro Io in modo da non sentirci in nessun modo coinvolti nelle vicende più sanguinose e incomprensibili, nei fatti di sangue più inspiegabili ed efferati eppure…l’assassino era il nostro vicino di casa e nessuno ha nulla in contrario da dire, come da copione, che era “tanto una brava persona” e “salutava sempre”.

Le madri che, in un momento di raptus, ammazzano i figli e i figli che, più o meno, premeditatamente, uccidono i genitori si moltiplicano: nessuno di questi assassini è un extraterrestre. Molti non hanno nemmeno un passato difficile, alcuni hanno un presente ricco e pieno di soddisfazioni. Diventa così impossibile spiegare la follia e la follia incompresa fa paura. Si inventano storie, si attestano fatti irreali, si affermano verità non dimostrabili: tutto pur di circondare il colpevole con un velo di tragica diversità.

Attualmente, l’informazione non presenta nulla di meglio, la dicotomia tra vittime e carnefici resta alla base della cronaca giudiziaria.

Quello che io vorrei cercare di fare in questa rubrica è raccontarvi questi fatti cercando di non mettermi tanto nei panni delle vittime quanto in quelli dei carnefici: idea strana, vi starete dicendo, forse un po’ folle, chi lo sa, eppure mi sembra interessante, sostanzialmente perché non ho mai pensato che servisse essere un killer per capire un killer. Semplicemente perché non va capito. Siamo tutti dei potenziali omicidi. Con questo non voglio spaventarvi, né voglio affermare che domani mattina prenderò un’accetta e ucciderò la mia coinquilina (sic!), voglio solo dirvi che potrebbe succedere. E metterlo in conto è il mio modo di capire davvero perché non sia da fare. Metterlo in conto è l’unica arma che possiedo contro la follia.

Predica finita, seguite questa rubrica e non ve ne pentirete!

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