La scrittura è il mio rehab

Scrivo per offrire agli altri una chiave per comprendermi.

Non voglio arrendermi all’impossibilità della comprensione, così, scrivo e cerco di far capire almeno al foglio, almeno ai posteri, qualcosa che chi mi conosce forse non capirà mai.

Scrivo e mi vergogno, scrivo e arrossisco se vengo letta: ci sono io su quei fogli e le bocche che leggono le mie parole mi strappano la carne a morsi, pezzo per pezzo, mi violentano l’anima.

Eppure continuo a scrivere e continuo a sognare di essere letta e compresa anche se so che verrò ignorata o, nel migliore dei casi, fraintesa.

La scrittura è il mio rehab: entro nei fogli, nelle parole e ne esco pulita, dopo un’ora o due.

Le mie parole mi rigenerano, mi disintossicano dalla mia vita che giace lì, sopra le pagine, come un piccolo cuore morto, dissezionato, a cui abbiano trovato un buco.

“Non c’era più niente da fare.”: questo è il responso della scrittrice che lascia il suo cuore ai lettori. Un cuore morto che pulserà in loro, o almeno lei lo spera.

Scrivo per essere compresa, amata, ammirata, scrivo perché sono talentuosa e sono triste, scrivo perché sono triste e, quindi, talentuosa.

Vorrei essere felice ma non lo sono e, allora, mi tocca scrivere.

Non voglio scrivere per insegnare nulla a nessuno, voglio scrivere per salvare me stessa, per ricordarmi quello che penso, per ricordarmi che la mia tristezza mi porta cose belle talvolta.

Le difficoltà della scrittura riguardano la sincerità: molto spesso trovo difficile confessare certe cose persino a me stessa. All’inizio mentivo, limavo, censuravo, ora, invece, mi costringo a scrivere le cose peggiori che penso ma che non riesco a dire.

Delle volte mi dico: “E’ troppo, è terribile…”, perché penso a chi leggerà, una macchia indistinta di persone che traviseranno quello che provo.

È difficile dirsi che non importa, che bisogna essere autentici per essere veramente bravi ma un giorno ci riuscirò perché ritengo che la bellezza di un romanzo sia strettamente legata alla sua percentuale di verità.

Ritengo che la bellezza in generale sia una questione di verità.

Mi piacciono le cose vive, vere, le cose che sanguinano, le cose che fanno male, mi piace raccontare storie di persone che rimangono estranee una vita intera pur amandosi immensamente, pur conoscendosi profondamente.

Mi piacciono i personaggi un po’ tristi ma non patetici, mi piacciono le persone che piangono, che non vengono comprese: con l’inchiostro sto loro vicino, con la penna divento loro amica.

La scrittura è pura ricerca interiore: rovisto tra le mie parole per trovare ciò che sono.

Mi piacciono i complimenti, mi piace vincere concorsi, mi piace che la gente legga e apprezzi, mi piace che il mio talento venga riconosciuto ma non è tutto, non lo sarà mai: la scrittura è un’arte egoista che pensa prima di tutto a sé e, poi, agli altri.

Prima ci sono io e, poi, viene il mondo. Io sono la mia prima lettrice, io sono la mia ammiratrice più sfegatata, io sono l’ascoltatrice comprensiva: sono io che devo capirmi per, poi, riuscire a spiegarmi agli altri.

Come scrivo? Immagino che se dicessi di notte stupirei chi mi ascolta ed è un bene stupire, no? In realtà, scrivo quando ne sento l’esigenza e se questo capita più spesso di notte è perché sono insonne e per sentirmi meno sola mi faccio compagnia con la tastiera. Alle volte, però, l’esigenza dev’essere rimandata a causa di impegni improrogabili e, allora, vivo istanti terribili: posso arrivare a scrivere alle due di notte pur di non perdere l’ispirazione. L’ispirazione è questa cosa inspiegabile a parole ma che io sento nettamente dentro di me: per questo non riesco a comprendere quegli scrittori che si mettono a scrivere due ore al giorno ogni giorno come se dovessero timbrare un cartellino. Quello che fanno è spazzatura. È la spazzatura che si porta fuori ogni giorno senza mai saltarne uno ad un orario preciso.

Sono una scrittrice-cutter: mi faccio del male scrivendo. È una forma di masochismo che crea cose bellissime. Quando mi leggo io mi stimo. Non capita quasi mai che io mi stimi, non sono una persona che abbia una gran considerazione di sé: credo, invece, di considerare   quella parte di me che s’impegna a scrivere come un’escrescenza, una malformazione genetica, una menomazione . Talvolta, la ammiro come farei con un’estranea, mi leggo e penso:“sono stata veramente io a scrivere questo?”. Magari per voi non sarà degno di così tanta ammirazione quello che faccio ma, vi giuro che io non mi amo mai come quando mi rileggo. Mi amo e vorrei essere per tutti la parte di me che scrive mentre non è così.

Le persone che ho intorno mi riempiono di consigli: è troppo lungo, è angosciante, è strano, è irreale, è giusto, è sbagliato. Li ascolto volentieri, ascolto le loro correzioni, ovviamente senza modificare quasi nulla: è come se io partorissi un figlio e, appena nato, lo costringessi ad una miriade di operazioni chirurgiche per timore che venisse preso in giro dal mondo per il suo aspetto. È mio figlio, che m’importa, io lo amo.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*