KIM JONG-UN: questo piccolo grande dittatore

Un anno fa entravo in contatto con la minaccia nordcoreana, ripropongo, quindi, un pezzo che ho scritto esattamente in quel periodo.

Cose che “1984” era un romanzo di barzellette…

Questa settimana sono successe molte cose: senza volontà di fare allarmismi abbiamo un Paese ultra militarizzato che cerca di intimidire gli USA.

Un Paese che millanta armamenti nucleari e che minaccia di voler rinforzare la propria riserva di missili atomici.

Una minaccia che vale per il mondo intero che mi fa tornare in mente la frase di Einstein “Il mondo è pericoloso non a causa di quelli che fanno male, ma di quelli che guardano e lasciano fare.”.

LaPersonaggia

 

Non mi ero mai interessata, precedentemente, alla Corea del Nord fino a quando, pochi giorni fa, non mi sono imbattuta, per caso, o forse no, in un articolo di giornale che parlava del dittatore Kim Jong-un che, proprio oggi, ha aggiunto ai suoi enormi e illimitati poteri, anche il titolo di maresciallo della repubblica popolare democratica di Corea, ossia sarà il comandante supremo dell’esercito.

Alla definizione “dittatura antidemocratica” riportata a caratteri, che mi sembravano cubitali, mi sono messa in allarme, mi sono informata in qualche modo e sono venuta a scoprire l’orrore che si cela dietro la coltre di nebbia dietro alla quale il governo, o meglio, la tirannide nordcoreana, occulta i suoi delitti: campi di lavoro forzato, un esercito che conta su numeri impressionanti, uno stato-padrone, un popolo-schiavo e un sistema governativo basato sul culto della personalità e i capricci del dittatore di turno. Secondo l’organizzazione Human Rights Watch Amnesty International, in Corea del Nord (un paese che si presenta come uno stato socialista ma che, in realtà, è solo un’asfissiante dittatura basata sull’industria pesante, l’esercito e un sistema economico pianificato di stampo staliniano) il livello di rispetto dei diritti umani è uno dei più bassi al mondo. Acerrima nemica degli stati occidentali (eccettuata la Russia con cui intrattiene rapporti strettissimi da sempre), la Corea del Nord è un regime monocratico completamente chiuso all’esterno, volutamente invisibile e ignorato, un paese di cui non si conosce niente, a partire dai dati ufficiali del reddito pro capite per finire nel numero delle armi nucleari possedute.

Kim Jong-un, l’attuale “presidente”, non ha ancora trent’anni ed è, per successione, già a capo non solo di una nazione definita “armata” per principio costituzionale ma anche di un esercito che prevede la partecipazione di tutti, senza differenziazioni per sesso, età, stato sociale o occupazione. Sempre Amnesty International ha definito il popolo nordcoreano come uno dei “più brutalizzati al mondo”: non c’è libertà ma solo vessazione. Molti esuli nordcoreani hanno, infatti, riportato le testimonianze di innumerevoli campi di concentramento (il più noto fra tutti è Yodok) che si ritiene possano contenere lo 0,85% della popolazione. Non si tratta solo di campi da lavoro ma di vere e proprie fabbriche dell’orrore dove vengono consumate torture, omicidi, stupri, esperimenti medici, aborti forzati.Fino al termine degli anni ’90, infatti, la politica sociale del governo è stata basata sul contenimento assoluto delle nascite, un contenimento che non verteva, però, su un’efficace campagna di sensibilizzazione ma solamente sulla violenza. Le immagini catturate dal satellite da Amnesty International mostrano prigionieri costretti a partecipare ad esecuzioni pubbliche e a portare a termine lavori inutili e privi di senso. Non ci sono vestiti, non c’è quasi cibo, né riscaldamento. Si stima, del resto, che il 40 % dei detenuti di Yodok sia morto di malnutrizione tra il 1999 e il 2011. E l’occidente? Resta a guardare.

L’Europa e gli USA si lamentano solo nel caso in cui i nord coreani tentino di attuare dei test nucleari e missilistici. Lo definiscono un paese che “sponsorizza il terrorismo” o “mette a repentaglio la pace mondiale” ma non muovono un dito per cambiare la situazione. I perenni difensori dei popoli “deboli” (come amano definirsi gli statunitensi) si danno da fare solo in caso in cui ci sia in ballo qualcosa anche per loro: il petrolio, i diamanti, le armi nucleari. Ma la Corea del Nord non può offrire loro niente al di fuori delle nocive beghe che uno scontro diretto tra i paesi causerebbe con la Cina, paese amico delle Corea del Nord che gli Stati Uniti si guardano bene dall’inimicarsi. Con le numerose centrali nucleari che marciscono, spente, sul suolo della Corea del nord nessuno dorme sonni tranquilli: non possiamo saperlo cosa succede in quel paese, un muro di reale filo spinato lo divide dalla Cina, un muro di filo spinato immaginario lo divide dal resto del mondo.

Kim Jong-un, da sette mesi a capo della Nord Corea dopo la morte del padre Kim Jong-il, ha raggiunto, con la sua recente mossa, il controllo del Paese con il beneplacito dei militari che rappresentano una casta di dimensioni enormi (si tratta del quarto esercito più potente al mondo). Nelle ultime settimane dalla Nord Corea sono, però, giunte alcune notizie e immagini che hanno suscitato stupore: prima, donne con minigonne, tacchi e orecchini, poi, il concerto con i personaggi di Disney e le immagini con la musica di Rocky IV. Il giovane dittatore si divide, quindi, tra purghe staliniane (come l’improvviso e crudele licenziamento del suo “tutore”, da sempre braccio destro fidato del padre) e aperture quasi “pop”. Si mormora che sia guidato dagli zii perché troppo giovane e privo di polso, si dice che le aperture siano necessarie a far emergere i presunti nemici ma di questo “dittatore-bambino” (è il capo di stato più giovane al mondo), in realtà, non si sa quasi niente, non si conosce nulla al di fuori della sua presunta cultura occidentalizzata e del suo amore sfrenato per il lusso (e il potere, di conseguenza).

Ma pensando ad un paese in cui i mass media sono i più controllati al mondo, la religione è imposta dallo stato, i trasporti sono limitati come, di conseguenza, il turismo dall’esterno, a me torna in mente il mondo-incubo descritto in “1984” da George Orwell. Ormai il 1984 è passato la maggior parte di noi pensa che tutto sia filato liscio, che Orwell non era, poi, un gran profeta. Ma, forse Orwell parlava già del suo presente, un presente che è diventato anche il nostro, mentre noi volgevamo lo sguardo da un’altra parte. Un presente immobile ma che, allo stesso tempo, corre verso il futuro. Il nostro futuro che è il futuro del mondo.

Post apparso nel 2012 su http://www.coeconews.com/

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