#IOSTOCONMARCO: la parabola discendente del signor Hood

Marco Pannella è in sciopero della fame e della sete dal 10 dicembre scorso.

Non è il suo primo sciopero della fame ma è uno dei pochi a durare tanto a lungo: unico precedente quello contro la pena di morte a Saddam Hussein.

Ovviamente fallito.

Premetto che i sit-in mi piacevano, mi piacevano anche le forme di protesta non violenta, mi piacevano i digiuni, la satyagraha, le forme di disobbedienza civile.

Mi piacevano quando ancora sembravano avere un senso.

Perché, guardando una foto attuale di Pannella, vi accorgerete che è un uomo che non ha avuto rispetto del
proprio corpo, il suo corpo è diventato il tempio dei suoi ideali e delle sue lotte ma anche della sua contraddizione e incoerenza.

Perché Pannella alla fine riprende sempre a mangiare.

“E per fortuna!”, direte voi, e lo dico anche io ma, la mia forma mentis da assolutista, la mia educazione priva di compromessi, mi dice anche che arriva un momento in cui bisogna anche decidere di dare un vero segnale oppure smettere.

Non sto dicendo che vorrei che Pannella morisse, anzi: quell’uomo ha tutta la mia stima.

A parte lo scivolone del disegno di legge sul finanziamento pubblico ai partiti, il movimento radicale è stato fondamentale per il nostro Paese: senza Pannella in Italia saremmo ancora allo stadio in cui al marito è permesso ripudiare la moglie, e noi donne saremmo private del sacrosanto diritto di abortire.

Senza Pannella saremmo un Paese ancora più retrogrado.

Ma, con le sue ultime lotte, siamo diventati forse solo un popolo più indifferente: apriamo il giornale, leggiamo il trafiletto striminzito che tratta dei suoi digiuni forzati e ci scappa da ridere.

Certamente Pannella è un uomo solo che porta avanti battaglie difficili, senza il benché minimo appoggio da parte dei suoi compagni: intendo appoggio fisico, materiale, gli stati su facebook, le frasette ad effetto su Twitter non sono contemplate.

Il ministro della giustizia Severino non è stata ricevuta, ha lasciato una breve lettera di cordoglio infinito, Napolitano ha chiesto a gran voce che, visto che sta per scadere il tempo utile per l’approvazione del provvedimento sulle condizioni delle carceri, si faccia qualcosa. . . ma da quando in Italia si viene ascoltati? L’Italia è un paese completamente sordo (sarà anche a causa dell’età media avanzata?): in Italia se decidi di morire per far valere i tuoi diritti il massimo che puoi aspettarti è di morire e di ricevere in regalo un gran funerale come risarcimento.

I carcerati hanno vita dura nel nostro Paese: devono scontare una colpa, certamente. Non trovo giusto, però, che il peso delle loro colpe ricada anche sulle famiglie.

I carcerati, infatti, sono costretti a pagare 50 euro giornalieri per vitto e alloggio, un costo che la burocrazia chiama “spesa di mantenimento” e che, se non viene assolto, comporta un’ingiunzione e, di conseguenza, una sottrazione dei beni della famiglia del carcerato fino all’estinzione del debito.

Il pagamento può avvenire tramite una sottrazione dalla busta paga per i carcerati che lavorano oppure può essere saldato alla fine, a rate o in un’unica transazione.

Per colore che dimostrino di essere “nullatenenti” si può fare appello alla “remissione del debito” che sospende le procedure ma che comporta un’indagine e un lungo travaglio burocratico.

In Italia vivere in carcere non significa, come molti pensano, evadere dalle proprie responsabilità, dalla ricerca di un lavoro, non significa liberarsi dal peso di procurarsi il cibo e un tetto sicuro, in Italia stare in carcere significa molto spesso morire: dal 1990 al 2011 sono 1128 i casi di suicidio.

E i numeri non si riferiscono purtroppo solo ai carcerati ma anche alle guardie, ai poliziotti e questo dimostra che non è la condizione di mancanza di libertà a torturare i carcerati ma l’ambiente stesso, il soffocante reiterarsi di un meccanismo inceppato che ricopre di vergogna il nostro Paese.

Se dico Stefano Cucchi, ho detto tutto, vero?

Nel 2012 i casi di suicidio sono stati 59.

Il concetto di legalità collegato alla giustizia italiana è uno sproloquio: la presunzione di innocenza è un diritto da carta costituzionale totalmente ignorato nella realtà dei fatti (i processi iniziano mesi, a volte anni, dopo l’incarcerazione dei presunti colpevoli) mentre la prescrizione è una scelta rapida, troppo rapida e destinata solo a coloro che se la possono permettere e non sto parlando di gente comune ma, soprattutto, non sto parlando di gente innocente.

Pannella sta lottando per questo ma cavarsi il cibo di bocca non risolverà nulla, non ha mai risolto nulla, non risolse nulla nemmeno nel lunghissimo periodo di sciopero che reiterò dal 20 aprile al 19 luglio 2011, sempre per i diritti dei carcerati che, nel frattempo, sono rimasti lì a guardare, nelle loro microcelle da 7 metri quadrati.

E’ una settimana che Marco Pannella non mangia, è una settimana che la RAI (il servizio pubblico) e i giornali continuano a tacere.

Chiamatemi disillusa ma io credo che le vere battaglie si combattano in parlamento, alla radice della nostra società, con la nostra bellissima Costituzione alla mano, in mezzo alla gente, non in una clinica, non dimagrendo e disidratando il proprio corpo, non mettendo in pericolo la propria salute, rischiando la vita ma sempre fino ad un certo punto, sempre restando pronti al passo indietro.

#iostoconmarco, sì, sto dalla parte dei suoi ideali ma non lo considero un patriota, non lo considero un martire.

Credo che se Cavour si fosse messo a digiunare anziché a lavorare per l’Italia ora noi non saremmo un paese unito, saremmo solo un paese spezzato e con tanti rimpianti.

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