Io l’OTTO a Marzo

Le origini della Giornata Internazionale della Donna risalgono all’8 Marzo del 1908 e sono operaie. In quel giorno, infatti, avvenne in Inghilterra un portentoso sciopero delle operaie tessili che si diffuse rapidamente un po’ in tutto il mondo.

Più di cento anni dopo, quella che, agli albori, era una giornata commemorativa è diventata una
festa e alle manifestazioni di piazza si sono sostituiti gli strip-tease nei locali.

L’8 Marzo è un giorno dedicato a ricordare le lotte per l’emancipazione e tutti i soprusi ai quali le donne sono state e sono tutt’ora sottoposte.

La mimosa vide la sua prima comparsa nel 1946, su idea di Teresa Noce, una sindacalista vicina alle rivendicazioni femministe: la mimosa, infatti, fiorisce proprio a marzo ma sarebbe dovuto essere ed è, almeno per quanto mi riguarda, un simbolo, un vessillo di libertà ed emancipazione, non c’entra niente con le rose di San Valentino e non si capisce perché, quando arriva l’8 marzo, la fauna maschile si senta in dovere di distribuire mimose a tutte le portatrici di ovaie che si mettano sul loro cammino.

 

E’ un gesto gentile, non ci sono dubbi ma è totalmente privo di significato: la giornata internazionale della donna è una cosa, per l’appunto, da donne.

Certo, il mondo deve ricordare e, soprattutto quello maschile, vergognarsi ma la parte importante la dobbiamo fare noi e non contando quanti mazzolini di mimose abbiamo ricevuto in dono bensì informandoci, parlandone, ricordando dove siamo arrivate e anche quanta strada abbiamo ancora davanti a noi.

Non è misandria o moralismo, non giudico negativamente né gli strip-tease né qualsiasi altra forma di divertimento “à la garçonne” e non mi sentirete mai dire “questa non è una cosa da donne, noi non ci abbassiamo al loro livello, noi siamo superiori” perché penso che sia giunto il momento di riprenderci tutto quello che la storia ci ha sottratto, in primis, la libertà.

E libertà è tutto, è anche andare a vedere gli spogliarelli, la libertà per le donne è riuscire a fregarsene dei pregiudizi (dando per scontato, purtroppo, che la cancellazione dei pregiudizi maschilisti in Italia non sia altro che un’utopia); eppure, vi prego di prendervi un momento, come sto facendo anche io adesso e di ragionare sulla condizione mondiale della donna, vi chiedo di fare un rapido calcolo sulle vittorie che abbiamo ottenuto rapportandole alle sconfitte che ne sono, ineluttabilmente, derivate.

Le nostre vittorie sono diventate armi a doppio taglio, talvolta, altre volte sono state travisate, sono state mal interpretate, alcune donne hanno perso lo spirito critico sulle loro scelte, altre hanno deciso che l’emancipazione era troppo difficile e che, quindi, tanto valeva restare come si era, altre invece sono ancora al di là del traguardo, mummificate in un ruolo secondario, obbligate al silenzio.

Ci sono donne che sottostanno ai soprusi e alle violenze con stoica sopportazione: donne che pensano di aver scelto un padrone e non un marito e, per questo, di dovergli fedeltà assoluta, ci sono, poi, donne che vorrebbero ribellarsi ma non trovano appoggi o aiuto perché la società le ha relegate ed emarginate, condannate all’esilio perpetuo in una famiglia o in una funzione sola che non può cambiare pena lo scardinamento dell’intero assetto comunitario e, poi, ci sono donne che tentano di alzare la voce ma sono sempre troppo poche rispetto a quante potrebbero e dovrebbero essere.

Sembrano discorsi anacronistici perché il mondo intero sembra aver perso la facoltà di essere sincero con sé stesso: abbiamo il diritto di voto, abbiamo le quote rosa, abbiamo il permesso di maternità, molte donne rivestono ruoli importanti, molte donne svolgono lavori che prima ci erano preclusi ma non abbiamo ancora il rispetto, almeno, non da tutti.

Se grattate la patina di politically correct che, negli ultimi tempi, riveste i pensieri delle persone, se scavate a fondo nelle loro opinioni, troverete il calcare, gli atavici e primordiali preconcetti machisti, scoprirete che “la donna deve stare a casa” e che “la donna deve sistemarsi e fare una famiglia altrimenti non è niente” e non parlo solo di uomini, parlo anche di donne perché, ahinoi, la storia non aiuta e i secoli di ghettizzazione e discriminazione hanno lasciato più di qualche retaggio anche nei nostri di cervelli.

La sentenza “La donna deve fare la donna”, se letta alla luce delle convinzioni societarie, diventa una prigione di rinunce e di aut aut sofferti.

Ma cosa significa “fare la donna”? Cucinare? Pulire? Sposarsi?

Eppure alcune tra noi non lo desiderano affatto, sono forse contro natura?

Questo modo binario di ragionare rientra nella più grande malattia della nostra società: la standardizzazione dei ruoli, l’incancrenimento delle prese di posizione, delle parti sociali.

La donna è donna quando rispetta se stessa, quando realizza la sua importanza, quando lotta per ciò che desidera talvolta contro gli uomini talvolta assieme a loro.

Non è possibile ignorare la diversità tra i sessi ed è giusto tenerne conto ma questa diversità non può e non deve mai trasformarsi in mancanza di parità.

Personalmente non mi piace che mi venga concesso qualcosa, preferisco prendermelo, di conseguenza, non amo sentir parlare di “Seggi rosa” assicurati dal politico di turno oppure di miracolose concessioni (la tal donna è divenuta presidente di tale associazione, ecc.) perché questo genere di avvenimenti non fanno altro che avallare un modus pensandi completamente distorto che vede la donna raccogliere le briciole e non, come accade in realtà, perché se lo sia meritato ma perché la ruling class maschile glielo ha accordato.

In Italia, poi, basta accendere la televisione per capire che l’emancipazione femminile ha ancora molta strada da fare: è un gioco sottile perché sembra quasi che siano le donne a decidere di svendere il proprio corpo, non è vera e propria prostituzione perché non ci sono magnaccia a ricattarle, la questione è molto più subdola e risiede nelle richieste del pubblico sovrano.

Il pubblico richiede donne senza dignità e le donne senza ritegno si adeguano.

Il pubblico è anche capace, poi, di rallegrarsi quando gira sui cosiddetti “canali intellettuali” e ascolta una donna intelligente parlare e dimostrare con forza le sue idee ma il meccanismo malato ha, ormai, marchiato a fuoco la nostra classe, e le persone continueranno a stupirsi e non a dare per scontata la presenza di spirito e cultura femminile.

Ecco, io oggi voglio pensare a tutto questo, magari mentre annuso il profumo di una mimosa oppure mentre derido la ridicola pochezza di un uomo costretto a spogliarsi davanti a donne arrapatissime: voglio pensare che la società ci è ancora nemica e che è contro di essa e contro i suoi obsoleti pregiudizi che dobbiamo combattere, voglio pensare a tutte le donne del mondo che, in questo stesso momento, stanno sprecando la loro vita e stanno dimenticando i loro diritti, voglio ricordarli io anche per loro.

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