INDIA vs ITALIA: quanto vale una donna?

«Il maschio è completamente egocentrico, intrappolato dentro sé stesso, incapace di enfatizzare o identificarsi con gli altri, di amore, amicizia, affetto o tenerezza […] le sue risposte sono totalmente viscerali, non cerebrali; la sua intelligenza è un mero strumento al servizio dei suoi bisogni e delle sue necessità […] è incapace di 
relazionarsi a nient’altro che alle sue sensazioni fisiche.» Valerie Solanas

«Gli uomini lo sanno benissimo: se si valuta per meriti e competenze vincono le donne. Gli uomini sono ormai un genere esausto.» Anna Finocchiaro

«Una delle cose che ho imparato dalla politica è che gli uomini sono un genere non ragionante e non ragionevole.» Margaret Thatcher

Una ragazza sconosciuta, qualsiasi, è come il gatto di Schroedinger: potrebbe essere felice o non felice. Non possiamo saperlo, possiamo supporlo, immaginarlo, ma non averne la certezza.

Una ragazza stuprata non assomiglia più al gatto di Schroedinger: lo sappiamo adesso, con certezza, che non sarà mai più felice.

E’ questo che ho pensato l’altro giorno, quando sono venuta a sapere dello stupro attuato da cinque barbari ai danni di una studentessa di Nuova Delhi che è, poi, morta per dissanguamento in una clinica di Singapore.

Tredici giorni dopo.

Ho anche tirato un sospiro di sollievo a saperla morta, ho pensato che se capitasse a me io vorrei morire.

Questi cinque energumeni (ai quali sembra essersene aggiunto un sesto, un diciassettenne) sono stati convocati oggi in tribunale, in un processo che vuole dare la parvenza di essere immediato, terribile, senza sconti ma che la storia giuridica dell’India, in merito agli stupri, sconfessa ancora prima di cominciare. Potrebbero finire impiccati ma solo nel caso in cui fosse il popolo indiano a dare un segnale forte. Un segnale non solo di insofferenza nei confronti di quella che in India viene chiamata “la cultura dello stupro” ma di totale, intransigente, inequivocabile INTOLLERANZA.

Invece, già si sente parlare della proposta del nuovo soprabito per le studentesse, per coprire “le vergogne”, per nascondere quei maledetti corpi, per evitare eventi spiacevoli.

Un giusto modo per banalizzare il problema ma, soprattutto, per dare ancora adito a questa cultura vergognosamente machista che non insegna a non stuprare ma, piuttosto, a non essere stuprate.

E’ pazzesco, se ci pensate è una cosa folle: ci dicono come vestirci, come pettinarci, come camminare, ci insegnano ad avere paura dei nostri corpi, ci insegnano a temere quello che siamo o quello che potremmo ispirare negli altri ma non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che siano questi altri ad avere un problema e che loro stiano “inconsapevolmente” (QUANTO inconsapevolmente?) legittimando quella che è una barbarie, un’insopportabile schifezza, un REATO.

Parlo dell’India ma se parlassi dell’Italia sarebbe uguale, perché noi abbiamo l’aggravante di essere un Paese che si vanta di rappresentare una realtà molto meno retrograda e molto più civile dell’India divisa in caste e da sempre famosa per l’ingiustizia delle sue prevaricazioni sociali.

In India, in effetti, esistono persino delle categorie di stupro e lo stupro matrimoniale è la peggiore perché si nasconde dietro la legalità di un matrimonio consenziente che, in realtà, è solo l’arena in cui le donne indiane vengono esposte come agnelli sacrificali, sottomesse ai mariti, violentate e accolte dagli sghignazzi dei medici dei pronto soccorso, umiliate dalle risate dei giudici nei tribunali che, da bravi cavernicoli dotati di laurea, sproloquiano su termini sacri quale “amore”, “consenso”, “possesso”, “libertà”.

Mentre per lo stupro coniugale non esiste nemmeno un tribunale, né tantomeno una legislazione ad hoc, per lo stupro cosiddetto “di città” (leggi: donne indiane vestite all’occidentale che provocano) sembrerebbe esserci. Infine, c’è lo stupro patriottico (perpetrato, per esempio, ai danni delle abitanti del Kashmir per dare una lezione ai loro uomini ribelli oppure sulle donne Dalit che non sono niente ma sembrano essere abbastanza per venire abusate sessualmente.)

Mi direte che l’Italia è distante anni luce da queste atrocità e io vi risponderò che fino al 1981 in Italia l’articolo 544 del codice penale dava la facoltà di cancellare una violenza sessuale tramite un successivo matrimonio, per dirla con parole più semplici, un uomo colpevole di stupro non veniva né incriminato né processato, né tantomeno condannato, se la donna accettava di divenire sua moglie.

Vi starete chiedendo quale donna mai acconsentirebbe a una tale proposta ma la storia del costume italiano, soprattutto, meridionale, contiene molti di questi spiacevoli “matrimoni riparatori”: una donna violentata e, magari, incinta, era una svergognata, una reietta della società, un’ intoccabile alla stregua di una Dalit indiana. Se diveniva la moglie di una bestia (e “bestia” è un complimento), invece, aveva la possibilità di vivere una vita normale, di possedere un ruolo nella sua società (di essere felice no, quello no, mai).

E’ stato così per tanto tempo in Italia, almeno fino al caso Franca Viola, una diciassettenne rapita e violentata da Filippo Melodia, imparentato con la famiglia mafiosa dei Rimi. La giovane rifiutò il matrimonio riparatore e divenne il simbolo dell’emancipazione di una generazione di donne che si era stancata di venire oppressa e di non avere una voce in merito al proprio corpo.

Melodia venne, quindi, condannato e, il trambusto successivo all’evento, gli impedì di appellarsi con successo al notorio articolo 544.

Questo fatto accadde nel 1965 ma, di fatto, la legge LESIVA della figura femminile, verrà abrogata solamente sedici anni più tardi.

Sedici anni che coprono di vergogna l’Italia e la sua storia giudiziaria.

Non per niente siamo il paese “civilizzato” con il più alto numero di femminicidi: nel 2012 è stata uccisa una donna ogni due giorni. La maggior parte delle volte dal suo compagno. Si può dire che in Italia l’amore uccide molto più spesso dell’odio.

Si può dire che, almeno finché certi parroci, uomini che dovrebbero insegnare l’amore (ma questa è una gran bella illusione, lo sappiamo tutti), si permettono di diffondere la cultura del “se l’è voluta lei”, questo amore continuerà ad uccidere.

L’altro giorno, parlando con un mio (ringraziamo Iddio) amico maschio di vedute forse molto più aperte delle mie, mi sono sentita rispondere, alle mie solite lamentele iperfemministe, che lui non vede proprio dove stia la differenza tra uomini e donne, che non c’è, che la loro uguaglianza è talmente lampante da rendere ai suoi occhi inutili, superflui, quasi folli questi ragionamenti sessisti.

Stiamo parlando di un matematico, probabilmente uno di quelli che la maggior parte di voi definirebbe un tipo “strano” e, ahimè, è così: lui la pensa come cento uomini a lui pari ma diversi da lui non riescono proprio a pensarla.

Il femminismo in Italia è, a mio avviso, più necessario di sempre per contrastare un maschilismo dilagante che, nei rari casi in cui non usa le mani, utilizza i mezzi più subdoli dell’instillazione di inferiorità, del mobbing, della dominazione familiare.

“Sono una donna e posso fare tutto, anzi, di solito, posso farlo meglio”: è questo che dovremmo ripeterci. Non tanto per demonizzare il maschio in quanto individuo astratto e, ovviamente, con pari diritti (anche se si meriterebbe di meno, giusto per purgare un po’, giusto per risarcirci di quei duemila anni di vessazioni…) ma quanto per poterci affermare con più facilità, per poterci riappropriare del nostro Io leso e debilitato, reso schiavo, indebolito da anni di oppressioni e tormenti.

A casa mia, mia nonna mi ha sempre caldamente invitato a “mollare gli studi e a cominciare ad imparare a pulire le pentole e la casa.”, quando non mi diceva questo, mi domandava come mai non fossi intenzionata a sposarmi, quando le rispondevo che andavo all’università, più precisamente a Lettere, mi rispondeva che era un bene prendersi un “diploma” di maestra ma che tanto ci avrebbe pensato mio marito a mantenermi.

Fortunatamente i miei genitori l’hanno sempre guardata con disprezzo (un disprezzo molto spesso superiore al mio, il che è tutto dire) e redarguita dal farmi certi discorsi a dir poco fuorvianti: è finita che mia sorella è un medico chirurgo e che io, se mai potrò vivere secondo i miei desideri, andrò a pulire il culo a Putin piuttosto che diventare insegnante o maestra.

E’ finita che la vecchia generazione ha perso veramente ma è una fatica riuscire a farglielo capire ed è una fatica riuscire a non prendere a schiaffi un tuo coetaneo che parla di sposarsi in modo da “avere sempre qualcuno che mi prepari la cena, mi stiri e mi lavi.”, è una fatica farsi prendere sul serio, smettere di essere le prime della classe e cominciare ad essere quelle che, durante le lezioni, “partecipano di più”.

Non so in classe vostra ma, nella mia, erano poche le ragazze che alzavano la mano e partecipavano attivamente alle lezioni: c’ero io che mi sforzavo, che mi mettevo alla prova e mettevo allo stesso tempo alla prova gli altri.

Dalla prima della classe certe cose non te le aspetti, dalle donne certe libertà non te le aspetti.

Uno studio recente dimostra che le studentesse universitarie si laureano prima e con voti, in media, più alti dei loro colleghi maschi.

Non sto mitizzando la donna: ce ne sono di stupide, tante, ce ne sono alcune che, nel più profondo di loro stesse, pensano veramente che “il maschio debba avere la porzione più grande a tavola.”

Alcune te lo dicono candidamente e fanno quasi pena, altre, invece, si nascondo dietro facili ma inconsistenti ideologie.

Non siamo tutte sante e gli uomini non sono tutti misogini assassini, ma c’è un problema che più che un problema è un’emergenza, nel mondo, come in Italia.

C’è che una donna ogni due giorni viene uccisa, la maggioranza delle volte da un suo familiare, molto spesso dal marito.

C’è che in Italia ogni giorno avvengono circa 15 stupri, con una media di 6000 all’anno.

Si scrivono articoli di giornale, si infiammano le piazze, si organizzano sit-in ma, poi, la rabbia scema, l’oblio è il nostro principale nemico: smettiamo di vergognarci e di indignarci con facilità.

E la tutela della donna (che, di per sé, non dovrebbe nemmeno esistere, non ci dovrebbe essere bisogno di tutelarla, perché l’urgenza di una difesa ci fa tanto assomigliare a uno di quei poveri animaletti in via di estinzione, a quegli esemplari cacciati senza pietà per secoli, uccisi, torturati) passa in secondo piano.

Non esistono molte iniziative a riguardo, non esiste un’educazione all’affettività adeguata nelle scuole (si lascia fare ai preti, questi tuttologi che parlano quasi sempre di cose che non hanno mai toccato o incontrato in vita loro, per esempio, Dio e le donne), non esiste una cultura dominante che imponga il rispetto della figura femminile, che insegni la parità come valore civile.

Tutto questo dovrebbe, invece, esistere da secoli: ogni volta che una donna viene violentata e uccisa il nostro Paese perde in civiltà e acquista in barbarie.

Vorrei poter vivere in un mondo in cui non ci fosse bisogno di scrivere quello che sto scrivendo ma vivo in un mondo in cui l’innato e istintuale bisogno maschile della donna si è calcificato in un costante deprezzamento dell’individuo ad oggetto: siamo inferiori ma indispensabili a quanto pare, siamo inutili ma fondamentali, per esempio, per l’acquisto di un certo prestigio sociale (pensate solo al fatto che nessun aspirante alla carica di Presidente degli Stati Uniti potrebbe anche solo pensare di vincere presentandosi senza moglie al seguito), per certe mansioni, a detta loro, (ve lo immaginate, del resto, un uomo che sfinito dal lavoro debba, addirittura, prepararsi la cena, sparecchiare e lavare i piatti? No, dico, sono cose dell’altro mondo.

Leggi: cose che noi donne facciamo tutti i giorni.), per il coronamento di un’esistenza secondo i crismi di una società, come potrei dire, “solofoba” (un uomo maturo che sia solo fa paura, se non è vedovo, dolorosamente divorziato, gay, fa paura. Una donna sola, invece, è una bestemmia, una cosa che non ha senso di esistere, un’offesa alla morale comune.).

E la cosa pazzesca è che, nonostante tutte queste complicazioni, queste piccole tragedie quotidiane, io sono contenta di essere nata donna.

Anzi, per essere fedeli alla mia cara Simone de Beauvoir, non ci sono affatto nata ma, grazie a tutto questo, alla consapevolezza di essere relegata a ruoli marginali per cultura e tradizione e di volermi ribellare a questa stessa cultura e tradizione, ci sono diventata.

E, nonostante tutto, credo ancora che, un giorno, camminerò per strada, al buio come alla luce del sole, senza paura.

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