I GELSOMINI GIALLI – Parte prima

Non so se dirvelo o non dirvelo, non so se sono più indignata o imbarazzata.

No, non ve lo dico, voglio lasciarvi liberi di leggere e di scegliere e di pensare.

Ve lo dirò all’ultima puntata.

Questo racconto è venuto fuori in meno di una settimana: ho vomitato una storia su un foglio,
allungandola un po’ per non renderla troppo povera. Ho inventato e parlato di me stessa nello stesso momento e racconto. Parlo del peso dell’amore, voglio far capire quanto sia terribile amare prima che bello, prima che tutto il resto. L’amore distrugge le esistenze molto più dell’odio, molto più delle malattie.

E’ un veleno dolcissimo che non permette rassegnazione.

Parlo d’amore perché non so parlare di molto altro. Parlo, forse, di quello che cerco, che mi piacerebbe cercare meglio. La mia non è una storia molto ottimista perché la speranza è difficile. Disperare è facilissimo, non comporta alcuno sforzo. In questo senso mi sento pigra, a volte. Mi sento un po’ vigliacca.

L’amore è come un miracolo di Dio: Dio trasforma l’acqua in vino. Sembra che ti faccia un piacere ma c’è chi ne berrà fino allo sfinimento e si sentirà malissimo. Dio trasforma un pesce in mille pesci e c’è chi non si accontenterà e peccherà di ingordigia. L’amore è miracolo tramutatosi in piaga. D’altronde, per quanto mi riguarda, bene e male non sono compartimenti stagni, per quanto mi riguarda l’amore è il motore disastrato del mondo. In ogni caso, l’amore è un concetto declinabile, ha mille definizioni, mille modi, tempi, generi. L’amore ci definisce, la nostra idea dell’amore ci rappresenta, deforma i nostri sguardi.

L’amore è ogni cosa: come una specie di Dio che, però, quando c’è si vede.

Non amo particolarmente i personaggi che creo: sono tutte anime perse, senza possibilità di redenzione. O, almeno, io per loro non ne vedo. Fanno tutte cose sbagliate: non sono cattivi ma, a volte, la buonafede smette di essere una giustificazione. I miei personaggi sono eroi tragici, la loro catarsi è la svalutazione di se stessi e di ciò che vivono. La loro catarsi è l’attesa di un futuro che non arriva mai. Non m’importa che mi piacciano, mi importa, invece, molto che siano veri, realistici. Mi importa che siano umani e tragicamente sbagliati. Mi importa molto riuscire ad immaginarli vivere. E li immagino, potrebbero essere persone che conosco, persone che incontro, potrebbero essere anche me, assomigliarmi.

Qualcuno ha definito questa storia angosciante e, probabilmente, lo è.

Quando l’ho scritta non ho inventato quasi nulla: non sono una persona particolarmente fantasiosa, parto dalla vita e aggiungo i dettagli.

Nel caso in cui quello che ho scritto non vi piacesse, state tranquilli. L’ispirazione per scrivere una cosa simile mi tornerà tra 134 mesi, anzi, 134 vite. Non ho più la forza per prendere in mano una penna. Per quanto possa sembrarvi assurdo: sono già troppo vecchia.

Detto questo, buona lettura.

La vostra Personaggia

***

I sogni mi svegliano.

Nei miei sogni vedo il suo volto: senza espressione, senza occhi, senza bocca. Nei sogni parla con me, sembra contento, e poi lo sento dire “per sempre” così comincio a chiedermi se il suo “per sempre” preveda anche la morte, anche il dopo la morte, l’eternità. Perché il mio sì.

La freddezza non è il mio forte e le storie sono fatte di date, di incontri avvenuti in luoghi particolari, di ricordi netti, ghiacciati e precisi come il filo di una lama.

La mia mente è sempre stata confusa, persa nelle sue immaginazioni, poi, un mattino, mi sono svegliata ed ero un’altra, non c’era più niente di mio in me: ho dovuto imparare a riappartenermi. Mi fissavo allo specchio, vedevo solo i difetti e capivo che era lì che si annidava la vita: nel segno dell’abbronzatura che divide la pelle in parti imprecise, la parte toccata dal sole era quella che lasciavo vedere agli altri, quella forte, ma, poi, c’era la parte bianca, candida che cadeva dolcemente verso il basso, la parte che vedevo solo io che, finalmente, sbocciava. La mia pelle mi chiedeva di rinascere e io mi sono fatta venire al mondo dalla bocca.

Le parole sono l’unica cosa che mi sia sempre venuta bene: quando parlavo mi sentivo nel posto giusto mentre le azioni erano tutte sbagliate. Le mie parole erano dolci, scorrevoli, sincere e, invece, la mia vita era amara, ruvida, intrappolata nelle menzogne.

Capii molto presto che alla base della vita stava un procedimento induttivo: io cercavo il cigno nero.

Così da poter dire che no, i cigni non sono tutti bianchi e no, le persone non sono tutte cattive.

Qualcuno un giorno mi disse che certi momenti importanti, quei momenti che, anche se noi non lo sappiamo, ci accadono e cambiano il corso della nostra esistenza, sarebbero dovuti essere immortalati, fotografati, impressi per sempre in un’immagine, il prima e il dopo dell’intervento chirurgico che cambierà i nostri connotati; ma a me non serve, io ricordo tutto, io rivedo tutto ad ogni passo, le parole pronunciate anni fa bruciano ogni tanto, come marchi dolorosi, le pareti della mia mente, si riaccendono come scritte luminose ed è impossibile ignorarle.

La foto, però, mi avrebbe ritratto così com’ero sempre in quel periodo: svagata in mille pensieri, il cappotto stretto in vita, la mano che andava continuamente alla cintura e stringeva. Volevo sentirmi soffocare fuori e dentro. Pensavo a milioni di cose ma all’amore, soprattutto, al perché non arrivava e a come potevo convincermi a non aspettarlo.

Un giorno mi dissi che se l’amore esisteva davvero doveva essere nocivo perché ci portava a dimenticarci di noi stessi, a dare senza pretendere di avere. Ci sbilanciavamo verso l’altro e rischiavamo la caduta.

E pensare che non l’avevo ancora mai provato: ma il destino ci atterrisce sempre, entra in noi dalle narici e allaga la nostra anima con il suo profumo di sangue.

Il destino lo sappiamo sempre prima.

Le parole migliori mi bagnavano la mente nel dormiveglia che precedeva il sonno, proprio come avrebbe potuto fare un fiume con una terra arsa, assetata: io avrei dato in cambio tutti i miei giorni per riuscire a fermare quei pensieri, per riuscire a sconfiggere la pigrizia che non mi lasciava alzare per appuntarli ma ogni mattino, assieme al sole, arrivava anche la consapevolezza di aver dimenticato tutto.

Poi, non è più servito prendere appunti: la mia vita è diventata la tragedia in cinque atti che io non riuscivo a mettere giù sul foglio e copiare è diventato facile.

Ebbene, non c’è molto da dire: ero giovane, lo sono ancora ma diversamente. Mi sento come se dovessi chiedere scusa per questa gioventù che non rispetta più i ritmi della mia anima: dentro sono vecchia di mille anni, il cuore pompa lento e il sangue scorre tranquillo nelle arterie, eppure, un tempo, era sconvolto. Tutto in me era rapido, impazzito, ogni piccola parte del mio corpo era affamata, la mia pelle vibrava sotto qualsiasi tocco, si lanciava verso l’altro ignorando la forza di gravità o la decenza: vivere era come avere un prurito continuo e non riuscire a liberarsene. Ho provato a grattare, grattare fino a che la pelle non mi restava sotto le unghie, morta per sempre: volevo eliminare quella vita partendo dalle cellule.

Non era l’amore a scoppiarmi nel cuore, a traboccare da ogni parte, o, almeno, non era l’amore per qualcuno: ho sempre saputo fin dall’inizio che, alla fine di questa storia, non ci sarebbe stato niente, che il punto avrei dovuto mettercelo io e sarebbe stato difficile. L’ho sempre saputo anche la prima volta che lo vidi e non scattai la fotografia, lo vidi mentre il vento ci correva su per le guance e tentava di morderci la pelle; il giorno dopo non riuscii a ricordare come portasse i capelli perché il vento glieli aveva fatti volare qua e là mentre lui cercava di tenerli a bada, tenendosi una mano sopra la fronte a frenare il ciuffo. Anche lì lo sapevo, mentre con una faccia interrogativa lo guardavo e lui sorrideva prendendo in giro il vento, lo sapevo che tra noi non si era formato nessun legame e non sarebbe successo mai, ma volli credere di sentirmi tirare per l’ombelico, volli credere che il destino avesse deciso al posto nostro, incatenandoci a noi. Ma lui era rimasto fermo: immobile, fissava le ultime lucertole dibattersi per restare adese a terra.

(to be continued…)

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