I GELSOMINI GIALLI – Parte terza

Io l’ho amato così, com’era quel giorno, senza passato: era lì davanti a me e mi sembrava non avesse nemmeno un posto in cui vivere, mi sembrava fosse nato dai miei occhi e non avesse madre. Non potevo sapere.

Me lo ripeto ancora, come se parlassi con qualcuno che non sono io ma che non è nemmeno fuori di me.

In realtà, era proprio questo che eravamo io e mia sorella: non abbastanza cose diverse per odiarci, non abbastanza uguali per amarci oltre ogni cosa.

 

Era suo: lo aveva deciso il destino, quel genere di destino che non appartiene alle persone ma è le persone stesse. Io avevo rotto uno specchio portando a tutti sette anni di guai e misteri: mia madre non seppe mai niente. Se ripenso a lei la vedo sempre pulire qualcosa: un pavimento, una lampada, il lavandino del bagno. Puliva ogni cosa con lussuria, come un’amante avrebbe lavato la schiena del proprio amore, con gesti sempre più veloci, a dimostrare quanto ci teneva: ogni cosa, una volta pulita, ridiventava sua nuovamente; era tutto suo, mia madre viveva divorata dal desiderio ardente di possedere, di ricordare al mondo quanto possedesse quello che già era suo agli occhi di tutti. La casa, le figlie, il marito: ogni cosa che toccavo mi era estranea tra le pareti domestiche. La sporcizia io la vedevo dappertutto, anche se non c’era: i miei occhi riflettevano quello che avrebbero voluto vedere. Gli odori cattivi, le ragnatele, le macchie d’umidità che tappezzavano le nostre anime: eravamo parenti e sconosciuti, lo stesso sangue nelle vene eppure sembravamo esserci catapultati da quattro continenti diversi, da quattro pianeti diversi.

Tornavo da lui ogni volta che potevo, finché lei me lo disse che non avrei potuto averlo. Lei lo conosceva bene. Lui con lei parlava: le aveva detto che ero un po’ strana. Non m’importava più di aver tradito, di aver strappato i resti di un cordone ombelicale marcito, m’importava di sapere cosa avesse detto di me.

“Non l’ho mai detto a casa perché sai come sono fatti…”

Un sorrisetto cospirativo.

Milioni di parole sciolte in un misero sorriso di complicità: mi pareva che lei non fosse in grado di amare nessuno, lei e la sua terribile treccia a grossi nodi, buttata di lato, lei che non se la scioglieva mai, neanche per andare a dormire; mi sembrava che non se lo meritasse, non si meritasse nemmeno di essere pensata da qualcuno.

All’inizio tentai di fingere: tenni il mio segreto per le pagine del diario, senza virgole scrivevo il mio amore su fogli di carta riciclata, fogli marroncini, opachi come i miei ragionamenti ma, poi, venni meno ad ogni regola. Lei era buona, taceva sempre anche quando le rispondevo male, anche quando tornavo a casa diversa, spettinata almeno quanto i miei pensieri.

Lui non mi amò mai, non ci riusciva, non aveva mai amato nessuno, non che non gliel’avessero insegnato, solo gli sembrava stupido, gli sembrava insensato e io mi fingevo d’accordo.

Dicevo:

“Non vale nulla neanche per me tutto questo. Lei non deve sapere. Non glielo dire mai.”

E, invece, per me era tutto.

Ogni cosa che mi succedeva con lui accanto pretendeva il massimo della mia attenzione: percepivo i movimenti delle dita dei piedi quando gli ero vicina, sentivo il ritmo dei battiti ed ero conscia del fatto che fossero improvvisamente impazziti, sapevo che si sarebbero fermati una volta sola e per sempre. Ero un’innamorata attenta: si può essere concentrati e ardenti di desiderio nello stesso istante, si può percepire una nota storta nell’intonazione di una frase e perdersi contemporaneamente nelle strette reti di un abbraccio.

Avrei voluto avere un intuito infallibile per poter dire: “È qui per me, lo sento.” e non sbagliare.

Molti anni dopo raccontai questa storia a qualcuno che mi disse: “Non si ruba niente se non ciò che vuole essere rubato.” ma la frase non aveva senso e non era nemmeno abbastanza poetica. La verità era che nessuno poteva darmi consolazione perché nessuno poteva darmi il perdono, nessuno tra i vivi.

(to be continued…)

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