I GELSOMINI GIALLI – Parte sesta

La ragazza guarda il ragazzo che non la guarda: c’è un tale silenzio che il ticchettio dell’orologio sembra un ruggito. Quel suono dice: il tempo è scaduto, basta, è ora che andiate.
Scegliete una strada, chiedete scusa.
Si guardano come fossero i complici di un assassinio.
Il ragazzo sbadiglia, dice che andrà a preparare il tè.
La ragazza versa nel tè tutte le sue lacrime al posto dello zucchero.
Il ragazzo finge di non accorgersene.
Tutti quelli che sono venuti dopo di lui per me non sono mai realmente esistiti: li compativo perché cercavano di mettere radici su un terreno arido, cercavano di far tornare in vita un cuore morto.
Mi stupivo sempre di attirare qualcuno: nello specchio vedevo uno sguardo folle, allucinato, un’espressione torva, triste. Quando si avvicinavano, mi sentivo un ragno, colpevole di non riuscire a smettere di tessere la tela: li facevo inciampare, li catturavo inconsapevolmente.
Dopo la sua morte me ne andai. Mia madre era distesa nel suo letto, il letto della sua prima notte di nozze, prima che suo marito sparisse nel nulla, senza dare mai spiegazioni. Lei aveva sempre dato la colpa a noi, diceva: “Non se l’è sentita di sopportare il peso di due bambine.”
Lei se l’era dovuta sentire.
La fotografia che li ritraeva insieme era ancora lì: lei portava un paio di sandali blu elettrico, lui una camicia di lino. Mi assomigliava: forse era anche in lui il mio gene cattivo. Non avevo mai avuto troppa curiosità di conoscerlo, cosa che, invece, attanagliava mia sorella.
Diceva che non si sarebbe sentita intera fino a che non l’avesse conosciuto e, così, era morta solo per metà. Spero che la parte mancante sia ancora dove lei l’aveva lasciata, da nostro padre.
Me ne andai, quindi, chiudendo piano la porta in modo da non far rumore: portavo con me abbastanza vita passata per aver qualcosa da scrivere, confidavo nel fatto che Dio non esaudisce mai i desideri degli uomini e, quindi, molto probabilmente, non sarei morta.
In giardino avevamo una siepe di gelsomini gialli: ci avevano detto che erano fiori velenosi per i cani. Mi fermavo a guardarli spesso e mi accorgevo di averne paura anch’io, come se potessero fare morire anche me: ero tentata di provare, di mangiarne uno.
Amore e fiore non sono solo due parole che rimano, sono la stessa cosa: così belli da morirne.
Mettevamo una piccola retina intorno alla siepe perché il nostro cane non potesse strappare i fiori e cibarsene per gioco: restavo lì a guardarli. Anche ingabbiati risplendevano di luce, dorati come tanti piccoli soli. Chi avrebbe potuto immaginare che dei fiori così belli, dai petali tondeggianti, che sbocciavano timidamente solo per metà, avrebbero potuto uccidere? Chi avrebbe potuto immaginare che anche l’amore, come i gelsomini gialli, poteva farlo?
Siamo seduti al tavolo di un ristorante, come molti anni prima. Lo guardo e mi accorgo subito delle novità: qualche capello bianco, delle strane rughe ai lati della bocca, gli occhiali da vista. È invecchiato, siamo invecchiati.
Mi dice che va sempre in libreria, cerca i miei libri, li compra: ogni volta che li legge inizia a pensare a quale personaggio gli assomigli, a quale personaggio avrò mai scelto per incarnarlo.
“Non mi pare di assomigliare mai a nessuno” dice.
Io gli rispondo:
“Tu sei tutti i personaggi”, con una voce che non mi pare più la stessa di prima, che ha smesso di mentire, che è tornata la mia.
Ai margini. Siamo ancora entrambi ai margini della nostra esistenza.
Lui fa l’avvocato adesso, vive da qualche parte in Francia, torna per le feste, per i matrimoni e i funerali.
“L’hai trovata alla fine una uguale a te?”
Mi risponde dapprima solo con un sorriso triste.
“Non credo esista al mondo. Ho trovato quello che restava.”
Cerco di guardarlo esattamente come lui guarda me, senza riuscirci.
Penso che anche lui stia vedendo il mio volto devastato dal tempo, le screpolature della pelle, le occhiaie.
Chissà se lui è capace di amarli i difetti come io amo i suoi.
Li vedo ma li amo, li conto ma non vorrei separarmene.
Se ami una persona è per tutta la vita.
Come uno di quei dolori cronici, una malattia senza cura.
Io annego in lui ancora una volta e lui mi appoggia addosso ancora una volta quello sguardo, quell’unico sguardo che ha il potere di escludere.
Non mi piacevano le cose facili da ottenere, non mi piaceva avere torto, non mi piaceva perdere ma dovetti abituarmi, dovetti prendere confidenza con i ripieghi, le vie facilitate, gli ostacoli buttati giù prima del mio arrivo.
Era una vita semplice: trovare qualcuno che mi amasse, trovare qualcosa che mi riuscisse bene, accettare il fatto che non tutto potesse sempre andare per il verso giusto.
Ma sono stata infelice come solo coloro che sono stati destinati all’infelicità sanno essere.
Non avevo paura di cambiare ma nutrivo il sospetto che qualsiasi genere di variazione mi avrebbe portato, ineluttabilmente, al fallimento.
Non ero e non sono tuttora in grado di dire se esista veramente una vita altra, che non sia questa che sto vivendo, che riuscirebbe a soddisfarmi.
Così, mi convinsi ben presto che la condizione d’infelicità fosse collegata indissolubilmente al fatto di essere venuta al mondo.
Forse non tutti i tipi di vita mi erano concessi e specialmente quello che io sentivo adatto a me mi era precluso.
Vivevo una vita che non mi piaceva con la consapevolezza che non ne esistesse nessuna di migliore: nessun riscatto, solo il peso soffocante dell’abitudine.
Il verbo “adeguarsi” non l’ho mai potuto sopportare.
“Se ci fossimo conosciuti da bambini forse le cose sarebbero state diverse.”
Lo pensavo davvero: crescere insieme, essere la stessa cosa nello stesso momento.
Forse non avremmo nascosto di lato i volti per l’imbarazzo di sorriderci in faccia, forse avrei potuto lasciarmi prendere la mano senza sentirmi morire.
Incontrarlo prima, prima di ogni cosa e sentire che, a poco a poco, riuscivo a possederlo tutto, interamente: il corpo, l’anima e, infine, il ricordo.
Ho guardato per anni con odio il mio ombelico: mi sembrava la firma di un pittore sulla propria opera, mi sembrava che mi espropriasse del mio corpo, mi rendesse meno mia l’esistenza.
Portavo addosso l’indelebile segno di qualcos’altro che era stato al di fuori di me e mi aveva concesso la vita, portavo addosso l’impronta del mio passato, la mia infanzia.
Alle volte mi appariva come una voragine, un baratro che avrei dovuto riempire: me l’avevano staccato a forza troppo presto quel cordone, mi avevano portato via il nutrimento, l’amore, le radici.
Lo riempivo come potevo, quando potevo: mi accorgevo che l’amore per gli altri non era altro che un’egoistica forma di amore per me stessa.
Scrivere non ha mai cancellato niente: le parole non hanno mai detto abbastanza. Quello che mi succedeva, che mi succede, trattiene in sé tutto il suo senso, tutto il suo dolore.
Non sono diventata brava, non ho mai raccontato la verità a nessuno: una parte di me stessa si è sempre rifiutata di morire nel foglio.
Bisogna tornare all’inizio: a mia madre che seduta sul mio letto mi chiede perché non ho voluto accompagnare mia sorella a lavoro, perché non sono voluta andarla a prendere.
Ci ho provato, l’avevo dimenticato: avevo dimenticato di aver tentato di resistere alla tentazione.
Dovrei dire: “Perché c’era lui.”, ma mi trattengo, le rispondo male, le dico che deve lasciarmi in pace, lasciarmi respirare, ma sto già affogando.
Comincio a pensare alla morte, mi dico che, per qualcuno, il giorno della morte potrebbe essere anche il giorno più bello di una vita intera. D’altronde, anche il giorno in cui si muore è un giorno vissuto.
Mia sorella torna.
Io sono triste, imbronciata, divorata dalla gelosia e dai sensi di colpa: non le parlo, mi chiede spiegazioni, non rispondo.
C’è qualcosa di strano in me ma è come se nessuno se ne accorgesse: tutti si accontentano della mia prima risposta.
“Sto benissimo.”, ci credono, anche se è evidente che non è così.
È tutta la vita che mi sento incompresa, esclusa, è tutta la vita che sono fuori da qualsiasi cosa: mi sento un corpo estraneo, un’escrescenza epidermica attaccata al mondo per un minuscolo lembo di carne.
Sento che potrei tradire chiunque, che potrei fare del male per sentirmi viva, sento che l’amore che cresce dentro di me è la mia unica speranza, è la mia salvezza.
È così che è successo: mentre loro guardavano la televisione e indovinavano le risposte di uno stupido quiz, io progettavo la nostra rovina, io distruggevo le loro esistenze.
Si pensa sempre che le nostre azioni non abbiano peso. Lo si pensa sempre a torto.
Non parliamo di lei ma lei è seduta, comunque, al nostro tavolo. Riesco quasi a vederla: è il motivo dei silenzi turbati, dell’agitazione che costringe i nostri cuori a tremare, del nervoso movimento della mia gamba destra contro il tavolo.
Siamo qui per chiudere un cerchio e, invece, continuiamo a girarci intorno.
“Non mi piacciono le cose che finiscono.” gli dico, mentre il cameriere porta via i nostri piatti.
Mi aspetto una delle sue solite non-risposte, un sorriso, un lieve cenno del capo e, invece, con uno sguardo che non gli ho mai visto sul volto, lo sento sussurrare piano:
“Ma tutto finisce. Deve essere così.”
L’uomo-enigma si alza, prende piano il conto, va alla cassa. Io lo aspetto fuori, troppo stanca per insistere a fare metà per uno. Anche dalla vetrina del ristorante riesco a percepirne il profumo tiepido e l’aria smarrita di chi non imparerà mai a vivere.
Mi dico che siamo uguali e, proprio per questo, destinati a non incontrarci mai: come si dice in questi casi? Così vicini, eppure, tanto lontani.
Solo i diversi sono capaci di stare insieme ma non di amarsi come ci amiamo noi.
Il nostro amore resterà in vita almeno fino a quando continuerò a pensare che non ne esista nessun altro di così grande al mondo.
Esce. Si avvicina: lo sguardo è meno sincero, siamo tornati nella vita reale, tra la gente, camminiamo come abbiamo fatto molti anni prima, distanti.
“Non è stata colpa tua. Volevo dirtelo, dopo tutti questi anni, volevo dirtelo.”
Ghiaccio nelle vene.
Vorrei ritornare giovane e cambiare strada, invece di andargli incontro.
Vorrei ritornare giovane e rincontrarlo altri duecento milioni di volte.
Vorrei che mia sorella fosse viva.
Vorrei che lui fosse tornato per me e non per dirmi che sono innocente.
Non è mai stato un gioco, non è mai stato un capriccio: adesso lo so, mentre lo guardo salutarmi, baciare frettolosamente le mie guance come farebbe con una perfetta sconosciuta, io lo so.
Vorrei dirgli “Io non scherzavo” ma ho paura che mi rida in faccia, ho paura che apra il portafoglio e mi mostri la foto dei figli, ho paura di riconoscere i suoi lineamenti su volti estranei e di vederli contaminati dai tratti di un’altra donna.
Ma non fa niente di tutto questo.
“Mi sembra di essere tornato indietro, a quei giorni alla stazione, te li ricordi?”
La mia anima è ancora intrappolata in uno di quei vagoni dai quali lo guardavo, il mio cuore è lì che aspetta un suo cenno da uno di quei finestrini opachi, ma lui non saprà mai nulla di tutto questo.
L’ultimo addio: avrei preferito fosse avvenuto per telefono, avrei detto di più, forse sarei riuscita a dirgli che mi ricordo ancora il giorno del suo compleanno e che gli faccio sempre gli auguri, anche se lui non crede di riceverli.
“Ci sentiamo presto. Oh, mi raccomando, non perdiamoci di vista!”
Vorrei potergli credere ma mi limito a sorridere tristemente: il cerchio è chiuso solo che io ci sono dentro e lui è fuori.
Libero. Mentre si allontana vedo le sue due ali crescere, fra poco spiccherà il volo: la ferita del passato si è rimarginata, è un vaso di cocci rincollati alla perfezione, un lindo lenzuolo steso al sole.
Un giorno dimenticherà anche la cicatrice.
Le avevo seppellite nello stesso posto: madre e figlia racchiuse nella stessa crisalide di fango, come in un utero ancestrale che non rispettava gerarchie e che imprigionava tutti prima di lasciarli rinascere.
Avevo pensato che se fossero state vicine in Terra si sarebbero trovate prima, una volta giunte entrambe in Paradiso.
Non credevo né in Dio né in nient’altro ma avrei voluto credere nella reincarnazione, avrei voluto credere nella giustizia ultraterrena.
Ci andavo spesso al cimitero ma senza fiori: non parlavo ma mi limitavo a fissare la lapide per una ventina di minuti e le loro foto che si stagliavano nel bianco della pietra.
Mia sorella portava il suo abito rosso, il suo preferito: la foto l’aveva scelta mia madre.
Io non avrei voluto fare niente, non avrei voluto rimuovere il suo corpo dal tavolo dell’obitorio, non avrei voluto far suonare l’organo in chiesa, non avrei voluto infilarmi i pantaloni eleganti per il funerale. Ogni movimento del mio corpo mi era apparso, ai tempi, come un oltraggio alla sua memoria. Sono rimasta immobile per molto tempo, colpevole, avvolta nella nebbia della vergogna, ossessionata dalle immagini del passato.
Un tempo sono stata romantica anch’io, poi, ho conosciuto il vero amore e le sue manette invisibili che legano i polsi sbagliati. Ho capito che era solo un mostro dal cuore freddo. Adesso l’amore mi fa paura e sono libera perché si può essere liberi e spaventati, liberi perché sappiamo tenerci a distanza da ciò che ci fa male. Prima piangevo, ora rido: passeggio per le strade e non penso a niente, nulla mi ricorda nessuno, non c’è niente che mi faccia tornare in mente qualcosa. Non esistono ricordi belli quando non si è stati amati. Esiste una strada, buona o forse cattiva, ma nuova e io la percorro, cercando di ignorare tutto il resto, di ignorarmi.
E, lungo questa strada, ci sono solo io che sorrido.
Finalmente.

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