I GELSOMINI GIALLI – Parte seconda

Lo seppi dal cielo una mattina che mi ero liberata di lui: mi alzai e cercai il solito pensiero, il suo, ma non era più come prima. Mi affacciai alla finestra e nessun uccello cantava. Qualcuno aveva spento quella musica che per un numero indeterminato di mattine mi aveva spinto fuori di casa, a cercare una ragione per mettere un piede davanti all’altro. Corsi fuori dalla mia stanza e trovai mia madre piegata sull’ultimo gradino della scala che lavava via le impronte dei nostri piedi, forse per dimenticare che esistessimo, per cancellarci.

“Li senti? Non cantano più. Non canta più nessuno.”

“Staranno migrando: sta arrivando l’inverno.”

E così mi accorsi che era passato più di un anno e che il freddo dell’inverno si sarebbe portato con sé i rimasugli di quell’amore: fu lì che cambiai per sempre, quando mi accorsi che era un dovere.

Era sconvolgente la solerzia con cui s’impegnava a non guardarmi, a non darmi nessuna dimostrazione del suo amore: si applicava con tutte le sue forze a fare di me una pedina che avrebbe perso la partita. Eppure, più venivo ignorata e più il pulsante che azionava il mio folle meccanismo veniva premuto con violenza: mi convincevo che seguirlo era solo fare occasionalmente la stessa strada, che scrivergli non sarebbe stato, poi, così fuori luogo. Guardare le sue foto, immagini reali o stampate dietro le palpebre, era l’attività che aveva sostituito ogni altra: lì rideva, con me era sempre irrimediabilmente serio.

Aveva avuto una vita prima di me, del mio arrivo: era questa la differenza tra noi. Io non avevo nessuno, nessun legame se non quelli decisi dalla legge, sempre ingiusta, sempre incontrovertibile. Era stato questo il nostro intoppo, l’ostacolo che nessuno dei due riusciva a saltare. Ci parlavamo come se le stanze fossero sempre riempite di musica assordante, “Puoi ripetere per favore?”, ma io volevo solo riascoltare il suono della sua voce e impararne a memoria le intonazioni, lui, invece, era sordo per davvero.

Forse dentro gioiva, forse mentiva, si fingeva triste per attirare attenzioni, amore, tutto l’amore disperso che riusciva a racimolare, tutto l’amore vedovo, orfano, rifiutato che asfissiava il mondo.

Anche in questo eravamo diversi: io mi impegnavo per farlo sorridere, perché mi avevano insegnato che è così che si fa nascere l’amore, ridevo per compensare la sua stoica serietà, ma dentro ero un enorme serbatoio di lacrime che faticavo a trattenere. Con altri lui rideva ma non con me, con altri lui parlava ma tra quelli io non c’ero. Poi, compresi che l’amore nasce prima, nasce subito e che non c’è niente da aspettare in nessun caso se c’è di mezzo l’amore.

Avrei potuto, voluto essere qualsiasi cosa per lui ma lui non me ne faceva essere nessuna: così ero io a costruire recinti perché lui non potesse scappare e a soffrire quando provavo a fidarmi e a lasciare la gabbia aperta. Provavo a vedere se mi voleva bene, come si fa con gli animali dopo tanti anni di vita in comune: si pensa che possano amarci solamente perché li nutriamo e li ripariamo dalla pioggia. Molte volte fuggono via e non tornano più: una volta non riuscivo a capacitarmene.

Ai tempi della scuola mi facevano scrivere: mi piaceva.

Scrivevo come per togliermi un prurito, per dare sfogo ad un’urgenza. Le mie parole erano l’urina trattenuta a lungo, il foglio era la tazza. E dopo arrivava sempre quel senso di pace, di libertà. Le doppie erano tutte sbagliate e avevo dimenticato tutti gli accenti ma lì, tra quelle righe dense di inchiostro, io c’ero, nessuno se ne accorgeva ma non me ne importava.

Io lì mi vedevo.

Bellissima.

(to be continued…)

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