I GELSOMINI GIALLI – Parte quinta

Mia sorella alla fine non la vede quasi più: dice che non sa cosa vuole, che è confuso. Gli dico che deve scegliere lei, che per me non è un problema, che lui è lì dove deve essere, intrappolato nel mio cuore. Ogni volta che immagino il nostro addio non sono mai sola: non posso piangere. Solo in mezzo alla gente io sento che mi lascerà. Penso che un giorno di questi andrò a casa sua e la troverò disabitata, correrò in strada e sarà deserta, con lui se ne saranno andati tutti. Allora glielo dico, in certi momenti, quando anche lui è solo e indifeso, e la forza della notte

oscura che ci unisce gli ha tagliato dolcemente le ali. Solo allora riesco a dire:“Il primo dei due che mollerà la presa cadrà e morirà, lo sai?”

Lui risponde che non morirà nessuno, che sono tragica, ma non mi guarda in faccia, non lo fa quasi mai se non serve perché sarebbe come legittimarmi, come darmi un’occasione di più per aggrapparmi a lui. Mi dà solo ciò che mi serve, solo ciò che mi è indispensabile.

Io dico, nascosta nel buio: È tutta la vita che amo chi non mi ama. Perché chi mi ama non può fare a meno di soffrirne.”

Lui non sembra preoccupato, mi zittisce delicatamente e dormiamo avvinghiati in una presa letale che sembra sempre l’ultima: un giorno, penso, mi spezzerò il fiato tra le tue braccia. Un giorno lui potrebbe cercare di uccidermi mentre dormo, per liberarsi di me, della sorella della donna con cui avrebbe voluto passare la vita.

La mattina, come fosse niente, mi guarda di sbieco e mi dice: “Dici un sacco di scemenze prima di dormire.”

Quando la notte ingoia i nostri corpi pallidi, il nostro amore è solo una stria di sangue sul muro della vergogna: stiamo insieme perché così è iniziata e così deve finire.

Sono sempre io a cercare, a trovare e non mi stancherò mai fino a che non sarà lui un giorno a venire nella mia stanza a dirmelo. Fino a che non si metterà in mezzo l’ospite più indesiderata: la morte.

Avevo paura di tutto: di essere aggredita mentre mi lavavo la testa in doccia, di trovare qualcuno lungo i viali, nascosto negli angoli, di notte. Correvo e mi sentivo rincorsa, piangevo e mi sentivo derisa. Non era divertente fare del male agli altri, a quelli che mi volevano bene ma era l’unica cosa che fossi in grado di fare. Non riuscivo a capire niente, non distinguevo i sentimenti, così, amavo chi mi maltrattava e non riuscivo a provare nulla per chi era sempre buono e paziente con me. Non ero capace di capire quanto potessi essere importante per gli altri. Mi ricordavo di me, bambina, mentre escludevo dai giochi mia sorella, la incolpavo ingiustamente davanti a mia madre, piangevo fingendo di essere stata colpita, offesa, presa in giro. Poi la vedevo piangere, china sulla sedia a dondolo del giardino, con la testa tra le mani, il muco che le colava dal naso, sulla faccia, tra le dita. Mi diceva che non capiva perché non le volessi bene. Andavo a nascondermi, piangevo ma senza che nessuno mi vedesse e allora nessuno sapeva, nessuno vedeva che soffrivo anch’io.

Leggevo molti libri: mi piacevano le storie d’amore ma quelle che finivano sempre male. Mi sembravano più vere. In biblioteca ci andavo da sola, portavo a casa quanti più libri potevo e, poi, li lasciavo marcire sulla scrivania, la polvere mi sembrava stranamente viva. Ne sceglievo al massimo uno senza seguire alcun criterio. La storia d’amore più bella per me era quella di Von Aschenbach. Essere il Tadzio di qualcuno: è questo che la gente sogna, mi dicevo, anche se non se ne accorge.

Ma come si può restare innamorati di chi non ci ama, di chi non ci vede, di chi non ci considera affatto? Sentirmi invisibile: finché lui ha fatto parte della mia vita, è stata questa la sensazione che ha dominato le mie giornate.

A volte capitava che lui venisse a casa nostra, salutasse mia madre e si chiudesse in camera con mia sorella: io ero costretta a rimanere in salotto a fissare lo schermo della televisione assieme a lei.

“Bella coppia, quei due.”

Ma li sentivo parlare, concitati e arrabbiati entrambi: fingevano di litigare per motivi diversi perché nessuno dei due aveva il coraggio di ammettere quello che veramente li divideva. Se mi fossi alzata, se avessi detto a mia madre: “Non lo senti? Litigano.”, se fossi andata lì e le avessi detto che mi dispiaceva, che non avrei dovuto, che non lo avrei fatto più, forse sarebbe cambiato qualcosa e il nostro epilogo sarebbe stato solo una battuta sarcastica da sfoderare durante le grandi bizze familiari. Lei avrebbe detto che io ero la sorella più imperfetta del mondo e io le avrei risposto che imperfetta è l’unico modo in cui so essere. Ma sarebbe stata viva e io avrei abbracciato ogni giorno il suo corpo gracile, dagli angoli smussati, avrei potuto guardare sempre nei suoi occhi verdi, calmi come le acque di uno stagno, quieti come quelle distese infinite d’erba sulle quali giocavamo d’estate, in campagna.

Adesso, in campagna, non ci vado più.

I giornali parlarono di “tragico volo” e io ripensai ad Ulisse che cercava la conoscenza mentre mia sorella aveva avuto solo voglia di fuggire dalla verità. Nessuno disse mai quello che era successo veramente: era caduta, accidentalmente.

Era inverno, le finestre non si aprivano da sole, non si andava a fumare nei terrazzi se non si aveva mai fumato nella propria vita. Si poteva cominciare, mi dicevano, e, a venticinque anni, si poteva anche morire.

Caduta. Esattamente come gli angeli mentre il diavolo resta immobile a terra, il volto contratto in una smorfia di dolore.

“Adesso ti darai delle colpe inutili.” mi aveva detto, “non c’entri. Io credo che lei non stesse bene di suo.”

La mancanza del noi mi ferì più del lutto stesso: il cuore cominciò a sanguinare dal momento in cui mi resi conto di essere, per lui, l’unica aguzzina.

Aveva occhi duri come sassi ma non smisi di amarlo neanche in quel momento, mentre lo guardavo misurare freddamente le dimensioni della mia stanza alla ricerca di qualcosa: i sintomi della mia pazzia, l’inizio del melodramma. Attese invano perché non emisi neanche un sospiro, non una parola.

Non sentivo niente. La certezza dell’errore e le sue conseguenze mi avevano derubato dell’anima: ci guardavamo in silenzio, come sottofondo le grida di mia madre giù in cucina. Avevo sentito la scopa cadere a terra, con un suono secco: la sporcizia ci aveva sconfitti.

Non riesco ad amare nessuno fino in fondo: arriva sempre il momento in cui bisogna scegliere tra loro e me e io non ho mai dubbi a riguardo.

Ma so che lui potrebbe fare di me qualsiasi cosa: distruggermi, vendere la mia casa, uccidere tutta la mia famiglia, sterminare milioni di ebrei. Se lui fosse Hitler per me sarebbe ugualmente innocente.

Lui, però, non è crudele, non volontariamente: dice che ha avuto sempre problemi con le persone, che fatica a dare confidenza, conosce le regole del gioco, sa che, prima o poi, ci resterà male.

Gli chiedo se vuole bene ai suoi genitori, lui risponde che non li vede da tanto, che non sa.

Gli chiedo se vuole bene a mia sorella, dice che gliene vuole, per quanto può, gliene vuole.

Non gli chiedo se ne vuole a me: la risposta la conosco.

Lui risponde sempre, non chiede mai: se non gli avessi chiesto io di vederci al bar vicino al teatro non sarebbe successo niente; forse quella mattina è venuto solo perché troppo educato per non accettare. Chiedo sempre di sua madre per capire che genere di persona fosse, per capire cosa possa avergli inculcato, cerco di capire dalle tracce del passato se mi ama o se è solamente gentile.

Non se ne accorge, dice che la madre aveva sempre gli occhi tristi e non sapeva cucinare, dice che i suoi genitori non litigavano mai, tenevano tutto dentro.

Io gli rispondo che invidio la sua vita silenziosa, anche se non ha senso dirglielo: a casa gli strepiti sono finiti, tutto si svolge in un silenzio tombale, nessuno chiede più niente a nessuno. Eppure, in quel silenzio, io posso sentire le urla mute che popolano i nostri pensieri. Di notte, nella mia stessa stanza, dorme anche lei.

“Ho paura che mi uccida.”

“ Non lo farebbe mai.”

Non te ne importerebbe, tanto.

Ricordo ogni cosa per scene distinte: come se la nostra storia, accartocciata in un pugno, si fosse improvvisamente dispiegata, come i tasselli del domino che cadano uno sull’altro, ad uno ad uno.

Ricomincerei da capo, racconterei tutto diverso: direi che lui era allegro, che c’era un motivo per cui lo amavo, che anche lui lo faceva. Direi che, infine, era come tutti gli altri: stupido. Ma, no, non lo era, non era niente che si potesse descrivere a parole.

Probabilmente lui tiene un diario. Me lo dico mentre torno a casa, dopo esserci visti, dopo l’ennesimo incontro vuoto di parole. Nemmeno i suoi gesti sanno parlare: il suo corpo si muove meccanico, bellissimo come un automa, lo guardo con lo stesso stupore di un’indigena davanti ad una stregoneria tecnologica.

Penso che ci affezioniamo ai sogni a tal punto che, poi, una volta che siano diventati incubi, non riusciamo a staccarcene.

È passato molto tempo ma capita ancora che io guardi la porta per vederlo entrare, anche se siamo a mille chilometri di distanza, anche se si può dire che non ci conosciamo già più.

Ho sempre avuto paura che dimenticarlo fosse l’ultimo torto che potessi fare a mia sorella. Per che genere di amore era morta? Per cosa aveva perso la sua vita? Per qualcosa di passeggero, di effimero, d’inutile?

Mi svegliavo nel cuore della notte e controllavo se fosse veramente lui il mio primo pensiero: lo era sempre, lo è stato per molto tempo. I ricordi m’inseguivano ad ogni respiro, non volevo trovare pace. Ho pianto per lui fino a che il mio amore agonizzante non ha smesso di avere la forza di tormentarmi.

Poi, quel giorno se ne andò, lasciandomi con una carezza lungo la spina dorsale talmente leggera che non la sentii e potei solo immaginare di essere toccata, per l’ultima volta. Quel giorno mi sentii come se ogni angolo del mio corpo, della mia intera esistenza stesse retrocedendo. Lui non c’era più ma era rimasto nel mio cuore a divorarne i resti.

Non so più chi sono, cosa sarò: ho perso una sorella ed è tutta colpa mia.

Lui ha la mia vita e la mia vita è un incubo: lui tiene stretto un incubo tra le mani, come fosse un pezzo di muffa, e, forse è per questo che è così infelice ma se potessi, se solo potessi vorrei regalargli tutta la felicità del mondo, se io potessi gli porterei via tutti i pensieri tristi, farei ogni cosa perché fosse felice con me o senza di me: forse, allora, questo è amore?

Ho pensato spesso a lui, anche dopo. Lo pensavo con altre donne. Diverse da me, da noi.

La sua vita sarebbe andata avanti, nonostante la mia fosse spezzata.

L’uomo che non dava amore avrebbe trovato qualcuno capace di strapparglielo via, di pretenderlo: quello che io non ero mai stata capace di fare.

Quell’uomo un giorno, da ubriaco, avrebbe detto che aveva amato una ragazza che, poi, si era uccisa.

O, forse, sarebbe riuscito a dire che l’aveva fatta morire, che l’aveva ammazzata.

Tutti gli avrebbero battuto la mano sulla spalla, diventando improvvisamente sobri. La mattina dopo, lo stesso uomo avrebbe dimenticato tutto, avrebbe dimenticato di aver perso il suo segreto.

Il telefono squilla più forte del solito, il suo suono sembra un grido strozzato.

Capisco subito, prima di rispondere: qualcosa in me si è ricomposto per potersi rompere nuovamente.

Mi dico che è impossibile, che sono sciocca a pensarlo: riesco a ripetermelo fino a che non lo sento.

La sua voce si fa strada con violenza nell’oscurità della mia camera da letto vuota, come quella in cui mi ha lasciato un pomeriggio di dieci anni prima.

Penso che sono una strega, una veggente e che se lo sono dovrei sapere cosa rispondere.

Riattacco, invece, ma la sua voce è di nuovo dappertutto, come una volta: i nostri ricordi come mille punture d’insetto prudono sulla pelle, mi portano via il sangue.

Quell’amore che lascia sempre assetati è tornato.

Eravamo in giardino, c’eravamo messe a lavare il cane: tutto era silenzio, alle due di un caldo pomeriggio qualsiasi.

Già non ci parlavamo più, facevamo tutte le cose come al solito, ci preparavamo il pranzo in silenzio, come due automi: io sapevo di dover lavare i piatti, lei sapeva che doveva cucinare. Due fantasmi che mangiavano a tavola. Fissavamo la televisione masticando piano ogni boccone: non riuscivo a sopportare di sentirci deglutire, non riuscivo a sopportarlo.

Ad un certo punto il cane scappò dalla nostra presa, non tentammo nemmeno di fermarlo: adesso io avrei dovuto rovesciare la bacinella, asciugarla e metterla al solito posto e lei sarebbe dovuta andare a raccogliere i panni stesi.

Mi fermò, improvvisamente, prendendomi per un braccio, e disse piano:

“Io non capisco. Perché non mi vuoi bene?”

Non risposi. Si può dire che non le risposi mai.

Lo sapevo di sbagliare, lo sapevo di essere cattiva: sentivo su di me il peso di tutti e sette i peccati capitali. Se fossi stata ingenua avrei creduto in un Dio, sarei dovuta correre a confessarmi ogni giorno, ma nessun Dio poteva perdonare me, nemmeno il più buono tra tutti. L’ombra amara del diavolo copriva le mie impronte: io ero un angelo caduto che non sarebbe più riuscito a conquistare la cima.

Camminavamo sui marciapiedi ad un metro di distanza l’uno dall’altro: le persone passavano tra noi senza sapere di interrompere qualcosa. Attraversavano con le loro borse l’elettricità che emanava dai nostri corpi separati.

Poi, alla fine della giornata, ci salutavamo con un cenno: mi accompagnava alla stazione, mi guardava salire sul treno, fingevo di aver voglia di fumare per fare in modo che il tempo insieme fosse di più, gli raccontavo che, forse, avevo trovato il modo per fare un po’ di soldi e andarmene via anch’io, che casa mia mi andava stretta, mi sentivo una scarpa spaiata a casa mia, mi sentivo sola. Lui taceva, fumava in silenzio, osservava i passanti, parlava per proverbi, frasi fatte, non gliene importava niente.

Allora lo lasciavo andare, salivo sul treno ma non lo perdevo di vista un secondo: solo quando era di spalle riuscivo a guardarlo veramente. Se lui avesse visto come lo guardavo mentre era impegnato a non guardarmi, forse, avrebbe capito, forse mi avrebbe permesso di vivere.

Ma si voltava subito, appena mettevo piede sul primo gradino, non mi vedeva rimanere in piedi nello scompartimento, non si accorgeva dei miei occhi che lo fissavano inquieti attraverso il vetro sporco: si allontanava dal binario, cercava l’uscita, la trovava.

Era sempre sera quando ci separavamo, così, per molto tempo, non ho potuto evitare di detestare l’oscurità, il sole che si scioglie dietro all’orizzonte, le ombre che si confondono sull’asfalto, la lieve brezza del tramonto, la viscida nebbia invernale. Non potevo neanche dormire: restavo sveglia e mi guardavo aspettare qualcosa.

Accompagnavo anche mia madre a fare la spesa: la seguivo con pazienza, sempre tre quattro passi indietro per contrastare la sua inesauribile energia. Si aggirava come impazzita tra i negozi, per le vie: cercava qualcosa con disperato desiderio, come se sapesse di cosa si trattasse. Giravamo solo in tondo, cercando ora questo ora quello.

“Dimmi potrebbe piacere allo zio?”

E indicava una cravatta orribile con dei rombi rosati appiccicati sopra: dicevo sì o no a seconda dell’umore.

Mi sentivo fuori luogo: troppo piccola e troppo grande insieme.

Per la strada incrociavo i volti dei ragazzi che uscivano dai licei: le loro risate, i loro pantaloni corti, le parolacce. Invidiavo tutto di loro. Ero gelosa di quella spensieratezza, di quella giovinezza che portava l’apparecchio ai denti e sorrideva, comunque, di fronte a tutto. Io la mia giovinezza l’avevo persa, molto tempo prima: l’avevo perduta in un soffio, in una scia di polvere smossa dal vento.

Avevo vent’anni sì, ma non avrei più sorriso in quel modo.

(to be continued…)

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