I GELSOMINI GIALLI – Parte quarta

Gli scrivevo milioni di lettere e lei le vedeva, le leggeva: si muoveva piano nella notte mentre dormivo o fingevo di dormire. Il suo corpo lento si faceva largo tra le mie cose, rovistava: non la percepivo come una violenza. Lei era un angelo costretto a farsi ladro, un angelo che rubava cose già rubate e forse lo volevo, volevo che vedesse, sapesse.

Lui non rispondeva quasi mai e se rispondeva era per monosillabi.

L’assenza di una sua risposta era uno squarcio nel nostro tempo di stoffa. Uno strappo, una scucitura, una netta crepa tra il passato e il futuro. Ogni mattina mi alzavo cercando di ricordare che non potevo più pensarlo. Ma continuavo a farlo, con gli occhi chiusi, senza accorgermi che davanti a me c’era una strada enorme e sgombra che iniziava esattamente dove finivano i miei piedi. Non volevo percorrerla. Alle mie spalle solo il vuoto, gusci ripieni di parole senza senso, le mie azioni inconsulte, le briciole dell’amore. Tutto quel niente lo volevo sempre indietro: mi rendeva felice, mi rendeva viva, mi piaceva. Non riuscivo a vedere la verità, ad accettarla. La mia era una verità che dovevo ripetere per mandarla a memoria. Ricordarmi ogni mattina che lui non doveva essere niente per me come io non ero niente per lui era come venire al mondo ogni giorno, in una vita di dolore, senza mani per poter toccare, senza dita che potessero possedere realmente. Eravamo corpi falsi, contraffatti, distesi uno accanto all’altro, costellati di nei e bugie. Mi sentivo senza scampo e piena di vie di fuga.

Mia madre mi teneva con lei per pena, non mi cacciava e io avevo paura ad andarmene, mi dicevo che non volevo soffrisse ma, in realtà, ero spaventata dall’idea che potesse non soffrire affatto, non provare dolore. Avrei sempre cercato tracce di lacrime nel nostro addio, anche se dicevo che tra noi c’era solo il sangue di mezzo e una cascata di pianto, i bracci limacciosi del fiume enorme che conteneva i nostri rimorsi.

Così non eravamo una famiglia: io dovevo distinguermi, dire che no, bene non gliene volevo, li sopportavo. Dovevo fare loro del male per sentire la voglia di vivere tornare in me per un attimo e riafferrarmi in una folata gelida di vento. Forse lo amai anche di più quando seppi chi era, forse non l’avrei amato abbastanza se non l’avessi saputo, perché, da quel momento, l’avevo amato con l’ostinazione di chi sa che sta perdendo tutto e gioca la sua vita in cambio di niente, l’avevo amato per sentirmi sola, per ritrovare il gusto di quella solitudine che avevo smarrito fuori dal grembo materno, l’avevo amato perché lui era l’occasione per andare in pezzi, frantumarmi e ricostruire tutto da capo.

Riparava gli orologi, conosceva i nomi delle piante, aveva il volto pallido, sempre tirato, il mento sfuggente, le labbra sottili, sempre chiuse: non parlava mai. Sapeva indicare le costellazioni e la cosa mi annoiava terribilmente: non sapeva niente di me, non chiedeva niente, conoscermi non gli interessava.

Una volta aveva detto: “Tua sorella dice che menti sempre. Menti per qualsiasi cosa, senza motivo.”, io avevo risposto distratta “Dice questo, davvero?”, perché la sua non era una domanda, non dovevo dire né sì né no, dovevo annuire, probabilmente, difendermi non potevo.

“Con te non mento.” avrei voluto dire ma non era vero e lui lo sapeva. Mentivo quando dicevo che non avrei detto niente, che nessuno avrebbe saputo, mentivo quando dicevo che non lo amavo, che mi divertivo e basta. Gli avevo detto che mia madre era stata una pianista tempo prima e, invece, aveva solo la terza media e una famiglia sulle spalle che faticava a mantenere. L’ispirazione per quella bugia mi era venuta dalla foto che tenevamo in salotto: lei magra, giovane, seduta su una sedia a dondolo che sorride ad un obiettivo e dentro ai suoi occhi si vedono tutte le speranze, i sogni, i suoi occhi traboccano di quella giovinezza che dura un giorno o forse un mese. Ogni volta la vedo passare davanti a quella fotografia con la pancia gonfia, senza reggiseno, i capelli radi e sorridere di nuovo, ancora, guardandosi.

“Com’eri bella, mamma.”

Come siamo belli tutti prima, come non lo saremo mai più dopo.

(to be continued…)

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