ELEGIA XY – Parte prima

Emozioni

Mi piacciono le storie. Mi piace inventare esistenze che non assomiglino per niente alla mia e che, allo stesso, mi appartengano interamente.

Mi piace essere la parte di me che scrive ed è per questo che lo faccio: non sarà per tutti la parte migliore di me, forse, ma è così che io la vedo.

Ho pensato che le storie piacciono a tutti e che, quindi, regalarvene una che fosse intera, completa, totale potesse essere una bella idea per riuscire a non annoiarvi.

Anche perché non saprei che farmene, non mi appartiene più: lascio, quindi, che si trovi nuovi padroni, nuovi amici, che trovi una nuova casa in cui stare bene.

Lascio che la mia storia diventi la storia di qualcun altro, magari, di molti altri.

È così che la pensano gli scrittori, no?

Buona lettura.

La vostra Personaggia

***

È venuto, alla fine.

E se tu potessi vederlo so già che non riusciresti a trattenere un sorriso e che scopriresti i tuoi denti bellissimi e imperfetti che sono esattamente come sei tu.

Se solo l’avessi visto stare lì seduto, composto e demoralizzato, sul nostro divano, come se fosse in attesa di una sentenza di morte, a dire: “Allora, non si è saputo più niente?”.

No, non si è saputo. E forse non glielo avrei nemmeno detto.

Forse avrei continuato a dirgli che sei sparita, dispersa ancora nel nulla che avvolge gli scomparsi perché sarebbe stato l’unico modo per portarti via da lui.

Non si è saputo.

Io non so, non so dove tu sia, Isadora, ma mi sono seduto qui, su questa sedia dove per uno sconfinato numero di mattine tu hai fatto colazione, scritto liste della spesa, dove per una determinata eternità hai pensato pensieri che non mi riguardavano, dove mi hai osservato innumerevoli volte mentre me ne stavo accanto alla finestra, così dentro e così fuori dal tuo sguardo, restando muta ma come un fantasma, come un fantasma che non può parlare.

Qui, su questo tavolo, mi sforzo a scrivere. A saperlo diresti: “Ma questa non è cosa per te, Lele!”. No, non è cosa per me. Io sono uno psichiatra, non so curare nessuno, posso solo dare farmaci per lenire il dolore, per far dimenticare la pazzia anche solo per un po’ di giorni: finiti i farmaci, finita la normalità.

Ricette su ricette, e tu che mi hai sempre detto: “Tutti i farmaci nascondono il veleno dietro al sollievo, lo dicevano anche i Greci…”. Non ho mai guarito nessuno.

Non sono stato in grado nemmeno di guarire te: ti ho preso tra le mie mani e racchiuso tra i miei palmi per cercare di proteggerti ma, come la sabbia, come l’acqua che sgorga da un rubinetto, sei fuggita via, ti sei dileguata nel nulla, nel vuoto a cui sei sempre appartenuta ma come si appartiene a un cappio mentre si muore da impiccati.

E così ho deciso di scrivere, forse perché non posso parlarti, forse perché ho scoperto che lui non dipinge più.

Oggi ha detto: “Non so cosa mi stia succedendo. Le tele restano bianche, i miei volti non parlano più…”.

Lo senti che è lui? È inconfondibile.

Solo lui parlerebbe a questo modo, Isadora.

Voglio raccontartelo così com’è perché ingannarti sarebbe impossibile: conosci l’apertura angolare dei suoi piedi, sapresti dirmi anche che ha una macchiolina sul canino di sinistra e una sbrecciatura sul molare di destra, conosci ogni ruga della sua fronte e, se non ne avesse, sapresti immaginare lo stesso quali curve seguirebbero se solo ci fossero.

E, poi, chi se non lui sarebbe capace di parlare di se stesso per ore senza stancarsi? Gli ho risposto con un mugugno e lui si è alzato di scatto, infastidito dal mio disinteresse. Avrei dovuto dire che pensavo stesse vivendo il giusto contrappasso, che si meritano una punizione anche coloro che sono innocenti se sono troppo convinti di esserlo, che l’innocenza è come l’umiltà: non va mai ostentata se vuole essere vera.

Lui pensava a sé, Isadora, io pensavo a te.

Nemmeno a noi, nemmeno; il noi non esiste più nelle nostre vite: qualcosa l’ha squarciato, dilaniato per sempre.

La tua assenza, forse.

Ho sempre sentito che mi mancassi, anche quando sembravi lì, accanto a me, dentro di me, mi sei sempre mancata ma come un sogno infantile, un’occasione perduta in un passato che non ritorna; eppure adesso la tua assenza, questa tua nuova forma di mancanza la sento come un buco nell’anima e io mi sento un libro, un libro a cui manchino le pagine finali.

Sono state strappate. Io sono strappato.

Per tutto questo tempo non ho parlato mai con nessuno di te, agli altri non ho detto niente. Davanti ai loro occhi famelici di particolari io riuscivo solo a rispondere: “È una lunga storia…”, ma non è lunga e scommetto che per scriverla non riuscirò neppure a terminare l’inchiostro di questa penna.

Ho solo paura che scrivendo di te ti lascerò morire in questi fogli.

Ma torniamo a me: Raffaele Spaziani, anni trentacinque; torniamo alla mattina di due anni fa.

Una mattina come le altre ma che io ricordo come se l’avessi rivissuta da quel giorno tutti i giorni, rivissuta ogni giorno sempre uguale, con attenzione per ogni dettaglio.

Era dicembre e le mie notti erano incubi, le trascorrevo girandomi e rigirandomi nel letto come un animale colpito da una freccia che non sa rassegnarsi al dolore.

Lavoravo all’ospedale nel reparto di Psichiatria e il mio primario era il Professor Terzulli: un uomo che mi odiava e che io ricambiavo ma di malavoglia, solo per non sentirmi da meno.

Sto decidendo se tratteggiarmi come un perdente oppure come un vincente, Isadora. In realtà, non so cosa sono, non so se ho perso o vinto di più nella mia vita, non so nemmeno quale delle due cose valga più la pena di fare.

So che ho perso te ed è abbastanza per non sentire la necessità di capire il resto.

Anche se la speranza è l’unico medicinale per il quale non serve ricetta: è veleno e rimedio insieme, come dicevi tu, è tutte e due le cose.

Può capitare, così, di ritrovarsi ad essere disperatamente speranzosi e gioiosamente senza speranza.

Quella mattina mi sedetti nel tram senza pensare a nulla: mi limitavo a fissare distrattamente i bottoni del mio impermeabile blu scuro e mi lasciavo intontire dal brusio che esalava dalla folla.

Scesi dopo le solite tre fermate e mi avviai verso l’ospedale: quei corridoi, quelle scale, l’ascensore sempre in funzione, su e giù, i medici, le loro casacche blu, verdi, i miei occhiali, i loro occhiali.

Eravamo tutti così maledettamente grigi. Eravamo uomini che lavoravano con la vita degli altri ma che la loro l’avevano perduta da qualche parte.

Molte finestre ma nessuno che le aprisse e l’aria ristagnava densa di microbi e di cellule di dolore, quest’aria resa oleosa dai fiati putridi dei moribondi che si mescolavano a quelli dei sani.

Mi trascinai fino al corridoio 133, piano sesto, reparto malati psichiatrici, reparto no dietrofront.

Il professor Terzulli era già lì, al fondo del corridoio a fissarmi torvo, contornato dai suoi leccapiedi: era molto facile per loro, avevano studiato molto bene l’ego e sapevano come lisciarlo al meglio. Da parte mia ne sapevo abbastanza, abbastanza da sapere di non poter rinunciare al mio.

Due passi, un cenno di saluto senza entusiasmo ed ero in mezzo a loro: iniziava il giro.

Ma quella mattina, dopo una paziente affetta da isteria, un tossico in crisi di astinenza e un caso di psicosi acuta, qualcosa, alla stanza 117, cambiò irrimediabilmente il corso della mia esistenza.

Non subito. Niente amori a prima vista. Niente musichetta che parte, mi entra nelle orecchie e me le tappa per sempre. Niente scambi fugaci di sguardi.

Eri seduta sul letto. Seduta e non distesa. La cosa mi colpì anche perché eri completamente sveglia e fissavi il vuoto di fronte a te con una determinazione spaventosa.

Occhi vuoti, occhi che erano tazze di dolore, occhi di cane battuto dal padrone.

Anche quando il dottor Fregosi occupò il mirino del tuo sguardo, non lo distogliesti. Stavi guardando qualcosa che era lontano da noi e ci attraversava: guardavi dentro te stessa, frugavi nei tuoi ricordi.

Non te l’ho mai chiesto ma credo di saperlo, credo di sapere che stavi pensando più a lui che a te anche in quel momento. Poi, il professor Terzulli disse:

– Eccoci qua. Allora…Ricoverata ieri sera in medicina d’urgenza per intossicazione da farmaci, hanno fatto richiesta per trasferirla nel nostro reparto. I genitori hanno parlato di lunga depressione pregressa. Io credo si sia trattato solo di un atto dimostrativo…

Parlavano di te come se non fossi nemmeno nella stanza. Eri lì per un capriccio da ragazzina, secondo loro, eppure non eri una ragazzina. Eri strana ma non la cosa più strana che avessero visto. Dissi: – Qual è la terapia che le è stata assegnata? Antidepressivi di nuova generazione oppure… Ma ti sentii dire: – Nessuna terapia. Rifiuto i farmaci. Io voglio questo dolore.

Questo dolore era lui, amore mio. Era un altro modo che lui aveva di esistere in te.

Ah, loro lo presero come lo sragionamento di una pazza, ti presero per quello che avresti dovuto essere Isadora, chiusa lì, tra quelle mura bianche, scevre di speranze e di futuro, nessun quadro alle pareti per far volare la fantasia, solo appunti in calligrafie illeggibili, nomi indecifrabili di farmaci pieni di effetti collaterali che, come l’amore, come ogni tipo di salvezza, finivano col fare più male che bene. Me lo dicesti tu un giorno: “L’unico modo per salvarsi veramente è dimenticare di volersi salvare”, e io ci ho sempre creduto e ho creduto che per un momento anche tu ci fossi riuscita.

(continua nella prossima puntata)

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