ELEGIA XY – Parte terza

Ricordo ancora quella volta che ti trovai a scarabocchiare con aria assente su un foglietto la frase: “Se sono diventata ciò che sono è tutto demerito tuo.”

Ricordo che ti passai accanto ma finsi di non aver visto.

– E gliel’hai detto subito? Che lo amavi, glielo hai detto?

 

– Le parole mi mancavano, non servono, non ci sono mai quando le cerchiamo veramente…

Io volevo solo…Chissà cosa volevo. Chissà…

– Perché stai vivendo come una colpa qualcosa che…

– …che non lo è, dottore? Non è una colpa vedere la realtà, averla proprio davanti agli occhi e continuare a voler guardare oltre, continuare a credere che non sia realtà ma un sipario e che fra poco si srotolerà davanti a me e io sarò dove voglio essere, vivrò la vita di un’altra, vivrò veramente? Quand’è che aspettare diventa sinonimo di impazzire? Quand’è che la speranza muore, se muore? In me non muore, non morirà mai ma non morirà nemmeno la disperazione che l’accompagna, sono entrambe qui, dentro di me. Porterò dentro di me i suoi occhi, gli occhi che aveva mentre lo guardavo ascoltare le mie parole disperate. Ah, non sapevo di giocarmi tutta la mia vita, non sapevo che non sarei riuscita a dimenticare, che mi sarei trascinata dietro la sua risata imbarazzata e i suoi tentennamenti…Ero Cristo in croce, anzi, poco prima della croce, Cristo al massimo della sua debolezza mentre chiede al padre di risparmiarlo da quella sorte, l’unica debolezza di un’intera vita. Sa che deve morire, lo ha sempre saputo, ma lo supplica ugualmente anche se non serve, anche se quel gesto lo ricopre di vergogna, anche se…oh, basta, basta.

Eri lì davanti a me, completamente accovacciata su te stessa e piangevi piano tenendoti la testa tra le mani come se la trattenessi dallo scoppiare.

Toccarti mi riuscì impossibile ma la mia anima era scesa su di te e si era appollaiata sulle tue spalle, si era adagiata su di te come una coperta per riscaldarti.

Prima di conoscerti, Isadora, io non conoscevo l’amore: avevo studiato, e molto, eppure se mi avessero fatto disegnare un cuore avrei cominciato da atri e ventricoli, ma ora sapevo che un cuore non è una persona sola, non per noi umani. Siamo nati spezzati e dobbiamo ricomporci. Non sapevo, Isadora, non lo sapevo, prima di incontrarti: per me era tutto una questione di abitudine. I miei genitori avevano coltivato i loro piccoli orti d’infelicità e per me quello era l’amore, l’amore a contratto, l’amore bastone della vecchiaia, l’amore comodo. Ma loro se ne sarebbero liberati facilmente se avessero avuto una valida alternativa, e anche io. Tu no. Per te l’amore era l’infelicità necessaria, aveva attecchito in te così a fondo che avevi cominciato a pensare che non avresti potuto funzionare senza.

Quella notte finì così, non fu poi così lunga: con quel dolore che non riuscivo a toccare perché mi sembrava bruciasse troppo forte; avrei dovuto gettarmici dentro per scoprirlo, ma, per esplorarlo fino in fondo, avrei dovuto rischiare di rimanere senza ossigeno.

La mattina dopo tornai al tuo letto e lo vidi vuoto: per poco non strozzai l’infermiera nell’urlarle in faccia il tuo nome.

Disse: – L’hanno dimessa, l’hanno dimessa stamattina.

Giustamente. Non c’era niente che potessi fare per te come medico. Ma come semplice me stesso? Ti sarei servito? Durante la pausa pranzo mi arrampicai lungo le scale e mi ritrovai nello studio lasciato vuoto dal Professore, lo schermo del suo computer luccicava ancora, il tecnico non era passato a spegnerlo. Mi sedetti sulla sua poltrona e non avevo nemmeno paura, non temevo niente. Cercai il database con le schede dei pazienti e trovai il tuo nome, i tuoi dati, il numero delle tue piastrine, il deficit di globuli rossi genetico che ti contraddistingueva, il ferro basso per malnutrizione e, poi, il tuo numero.

La mia mente volava verso casa tua, verso il tuo letto e ti vedeva lì distesa nel buio a fissare le fessure delle persiane e a trattenere le lacrime e tutto quel vuoto che si espandeva come un ematoma dentro di te, immaginavo la tua voce rotta rispondere al telefono, rispondere a me e dire: “Oh, mi ricordo, certo che mi ricordo…”.

Un’ultima visita, un controllo settimanale…oh, potevo inventare così tante cose! Potevo essere così tante cose diverse per te pur volendo esserne una sola, la sola. Non potevo resistere, non potevo accettare l’idea di non vederti mai più. Non potevo. E così ricordai il mio amato Freud e gli studi di filosofia del liceo e ricordai chi, a quel tempo, avrei voluto diventare, ricordando, così, anche chi non ero diventato. Potevo rifarmi, potevo cambiare tutto, potevo?

“Se si toglie il rischio dalla vita, non resta poi molto”.

Pensai a Freud, pensai a me stesso, afferrai la cornetta del telefono e composi il tuo numero.

Non era una cosa che mi era concesso fare, né deontologicamente né psicologicamente, ma la feci.

– Pronto?

Non eri tu. Tuo padre?

– Salve, parla il dottor Spaziani. Volevo informarvi del fatto che per assicurare una guarigione definitiva…a vostra figlia, sarebbe necessario forse istituire un incontro…un controllo. Sì, un controllo settimanale.

– Ma lì all’ospedale? Lei è il dottore dell’ospedale?

– Sì, sì. Qui, nel nostro reparto. Mercoledì, mercoledì alle due di pomeriggio può andare bene alla..alla signorina?

– Oh, mercoledì o giovedì o il giorno di San Mai non cambia poi molto. Diciamo che non ha tutti questi impegni.

Una nota amara si insinuò in quella voce che prima era stata solamente distratta e monocorde.

Ti voleva bene anche lui, ti amava, ti ama ancora, ovunque tu sia.

Clic. La mia performance telefonica peggiore: al più rischiavo una denuncia, al meno la tua totale indifferenza. O forse avrei già dovuto scambiare i termini della questione.

Ero innamorato di te. Mi ero innamorato delle parole che usavi per parlare di un altro. Forse, nel mio delirio, avevo pensato che un giorno sarei riuscito a sentirle come mie, forse pensavo di riuscire a scacciare quel fantasma che ti seguiva ad ogni passo, ma non avevo capito che lui era per te un anello troppo stretto, impossibile da togliere, e che il suo ricordo era come quelle preghiere imparate da bambini che ci è impossibile scordare una volta diventati atei e adulti. Amarlo per te era come correre in bicicletta: come avresti potuto dimenticare come si pedala, come si mantiene l’equilibrio? Forse per questo avevi pensato fosse più facile smettere piuttosto che disimparare a respirare.

Mancavano tre giorni a mercoledì e passarono il più lentamente possibile. Io ero già altrove e ogni mia azione aveva un altro senso e direzione: facevo ogni cosa, come prima, il risveglio, le colazioni, i pranzi alla mensa dell’ospedale, le visite ai pazienti, le firme sui certificati, tutto come prima, eppure, tutto diverso. Io vivevo, finalmente, per qualcosa, io facevo tutto questo per qualcuno, per te. Il mio cuore, il mio spirito si preparavano ad accoglierti come ci si può preparare ad un’eruzione vulcanica o ad uno tsunami.

Il mercoledì, poi, arrivò e portò con sé il tuo profumo: entrasti nel mio ufficio ed eri diventata la sosia, più bella e più sana, di te stessa. I capelli pettinati con cura, un rossetto sangue sulle labbra, un bell’abito senza maniche con la scollatura che lasciava scoperte le clavicole evidenti per la magrezza. Il sole che entrava di soppiatto dalla finestra ti illuminava il viso e, in controluce, riuscivo a vedere una leggera peluria chiazzarti le braccia e addolcire la tua pelle tesa e pallida.

Mi stringesti la mano abbassando gli occhi (che, invece, erano gli stessi, erano tali e quali a quattro notti prima, senza lacrime ma non vuoti, le lacrime erano celate dietro, pronte ad uscire appena fuori dal mio studio, appena fuori dal mondo, lacrime vere come quelle di chi riesce a piangere solo) e scoprendo i denti che mi sembrarono due luminosissimi fili di perle.

Esitai prima di rimettermi a sedere ed esitasti anche tu.

Non saprei spiegarti perché mi uscirono proprio le parole che dissi. Ci sono ragioni che non possono essere comprese ragionandoci sopra.

– L’hai più visto?

Rispondere fingendoti distratta “chi?” non era cosa da te: tu sapevi perfettamente che quella notte e la tua confessione aleggiavano su di noi come nuvole invisibili, nuvole tempestose. Rovistasti nella tua borsetta per trovare quella che, poi, scoprii essere una sigaretta: non mi chiedesti se si poteva fumare, non te ne importava, ma nemmeno a me e così rimasi semplicemente ipnotizzato dal fumo tiepido e acre che usciva dalle tue narici, dal tuo naso piccolo e arricciato.

– No. Non sa niente, non deve sapere niente.

Avrei potuto creare una nuova teoria psichiatrica sul tuo comportamento: soffrire senza incolpare nessuno era un atteggiamento che mi appariva così nuovo e sorprendente che avrei dovuto riscontrarlo in un trattato scientifico per crederci veramente. Eppure le tue dita tremavano un poco e ti avevo vista trasalire mentre ascoltavi la mia domanda: era tutto così semplice, in fondo, poteva anche diventare facile buttarsi quel passato  alle spalle, cercare i difetti, le incompatibilità e lasciarsi dietro quell’amore resinoso che ti aveva imbrattato, incatenato come il petrolio fa con i gabbiani.

Camminavi, stavi in piedi, sedevi su quella sedia di fronte a me ma sembravi uno di quei grandi uccelli goffi e sgraziati, dalle ali lunghe ed enormi che acquistano armonia solo nel volo. Qualcuno ti aveva strappato un’ala e adesso ti trascinavi dietro l’unica rimasta con fatica. Avrei strappato una per una le piume agli uccelli più belli, avrei ricostruito l’ala mancante, te l’avrei riattaccata con amore, ti avrei restituito la vita, Isadora, ma tu non avresti volato lo stesso, avresti rinunciato semplicemente perché non aveva più senso.

Ma con ali così enormi, ali così belle avresti potuto solo librarti nel cielo. La vita su questa terra non è mai stata cosa per te, Isadora.

– Sto meglio. Pensavo a lei l’altro giorno, pensavo al fatto che l’oggetto del nostro odio, come l’oggetto del nostro amore si impossessa di noi e si sostituisce alla nostra identità cosicché quello che odiamo o amiamo, alla fine, diventa, in poche parole, solo quello che siamo. Questo è pressappoco quello che diceva Freud. Dice che aveva ragione?

– Dico che sembrava una persona troppo fredda per capire quello che diceva.
Forse diceva cose giuste, anzi, sicuramente, ma parlava di sensazioni, umori, sentimenti usando solo il suo fottuto cervello. E io continuo a pensare che ci siano cose che la scienza non può esprimere.

Solo un minuto prima non avrei mai potuto immaginare di dire cose simili su Freud e sul suo fottutocervello. Ma in pochi istanti ero diventato uno di quei ridicoli individui posseduti dal loro amore, che si sarebbero frantumanti assieme ad esso, prima o poi.

– E cosa le esprime, allora?

– Niente. Le coviamo in noi senza dargli un nome, fino all’esplosione. Ma solo pochi riescono ad esplodere. Viviamo in un mondo che non sa dare i nomi a quello che sente.
Prendi, ad esempio, la parola amore: tutti credono di sapere cosa sia, di poterla misurare ma a me torna in mente la storia di quell’uomo che fa a pezzi la moglie e la tiene dentro al freezer convinto che così nessuno le farà del male e sarà solo sua. Anche lui è convinto di amare.

– Forse ci sono solo diversi tipi di amore o forse non ce n’è nessuno e questa parola amore che abbiamo inventato noi per nobilitare degli istinti primordiali e necessari non significa nulla. Cosa ne direbbe Freud di questo mio ragionamento?

– Freud diceva che l’amore è solo una giustificazione del sesso. Ti darebbe ragione, penso che ti darebbe ragione, Isadora…

E, d’altronde, in quel momento, io non sarei stato in grado di darti torto su niente.

Avevi vinto su Freud e avresti vinto anche su tutto il resto perché da lì a poco tutto il resto sarebbe piombato su di me con la potenza di uno schiaffo.

(continua nella prossima puntata)

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*