ELEGIA XY – Parte seconda

Il professor Terzulli non disse niente, abbozzò un sorriso diviso tra la comprensione e la contrizione, entrambi sentimenti che non provava in quell’istante e che si sarebbero sciolti dal suo volto appena ti avesse dato le spalle, come cera che cola da una candela. Non era abitudine del team di medici del mio reparto perdersi in dissertazioni con i pazienti: per loro eravate fili spezzati che difficilmente sarebbero tornati come prima, menti geroglifiche che non valeva la pena di decifrare. Isadora, non sto dicendo che fossi tanto diverso da loro. Non lo ero.

Prescrivevo medicinali, sbuffavo all’idea di dover affrontare i parenti dei ricoverati e forse non ero nemmeno felice di quello che ero diventato, non mi sentivo capace di aiutare nessuno perché la mia professione arrivava sempre un millesimo di centimetro dopo il punto di non ritorno, un piccolo istante oltre la possibilità di una resurrezione e, così, mi adeguavo alla loro corsa verso la sera, alla rassegnazione, ai 4 mg di Diazepan e alle 40 gocce di Foxeridon. Talvolta persino sorridevo alle battute acide del professore ed ero parte di loro, ero come loro, impaurito dall’assenza di vita che poteva avere la vita stessa. Impaurito e rassegnato.

Ma quella mattina, mentre le spalle bianche dei miei colleghi si voltavano sincronicamente e si rivolgevano alla porta, verso altri letti, verso altri casi disperati da sezionare con meticolosa disperazione, io rimasi lì, sulla sponda del tuo, ad aspettare che cadesse dal cielo il motivo che non mi permetteva di muovermi e mi dicesse cosa fare.

Non dicesti niente, continuavi a fissare quel vuoto familiare ma come se stessi risolvendo una difficile equazione matematica da una lavagna invisibile, come se il vuoto fosse il cielo e tu stessi cercando una costellazione, cercavi qualcosa in quel vuoto.

Così dissi: – Signorina, non credo sia saggio che lei rifiuti le cure. Solitamente, i pazienti che hanno subito un trauma…

– La prego non mi chiami paziente. Lo sa da dove deriva questa parola?

Avevi un modo di non guardarmi che mi faceva sentire anatomizzato, schiaffato su un vetrino e studiato al microscopio.

– No, mi dispiace.

– Ha studiato latino, no? Paziente deriva dal verbo patior che significa soffrire. Ogni volta che mi chiama paziente i miei occhi mi vedono come la raffigurazione umana dell’Urlo di Munch.

Ti voltasti un attimo nella mia direzione ma non fosti in grado di mantenere i tuoi occhi fissi su di me per molto, sembrava quasi che toccare qualcosa di vivo con lo sguardo ti causasse dolore fisico, con la bocca ridotta ad una piega amara e il capo abbassato aggiungesti:

– Forse è solo tutto quello che sono.

– Mi dispiace, signorina…– ma una forza che ancora non so spiegarmi mi spinse a spiare, all’interno della cartella che avevo tenuto in mano, il tuo nome, – …Isadora. Isadora Gans.

Avevi ventitré anni. Vivevi sola? Cosa facevi nella tua vita? Come riempivi le tue giornate?

Mi congedai dal tuo letto con il silenzio nascosto in quella tua ultima frase e il ronzio delle domande che avrei voluto farti che mi rimbombava nella testa come il rumore del mare in una conchiglia.

Ero curioso di sapere, di capire chi fossi e così la sera tornai, mi affacciai alla porta e ti vidi lì, ancora, a frugare il vuoto solo che adesso era buio e la cosa stonava molto meno, sembravi solo concentrata e non più uno di quei dischi rotti che ripetono sempre la stessa nota.

Mi tremavano un po’ le gambe e si può dire che fu quella sera, nella penombra che traluceva dal corridoio al tuo letto, che ti vidi davvero: vidi che eri minuta ed esile ma che avresti potuto non esserlo e che, quindi, non mangiavi abbastanza, avevi un profilo sottile ma senza un disegno particolare, dei capelli corti, niente di particolare. Nulla di strano nella forma delle scapole che si piantavano nel tessuto del pigiama blu scuro come rocce acuminate, eri così emaciata che sembrava quasi che le ossa volessero bucarti la pelle, il collo era lungo abbastanza da essere bello e le unghie curate, ancora con lo smalto che non si era minimamente sbeccato.

Ma non ti avevo visto veramente, non ti vidi almeno finché non ti girasti verso di me e mi dedicasti i tuoi occhi tutti interi, senza riserve e senza più timore: non avevo mai visto uno sguardo così, uno sguardo capace di conficcarsi nell’anima e mettere radici per sempre.

Ah, Isadora, non potrei spiegare a nessuno cosa provai in quel momento senza apparire ridicolo: avevo davanti a me due precipizi, due abissi, due voragini di tristezza e, anche se il passato che nascondevano mi era illeggibile, potevo vedere che ti era stato nemico e sapere che da quel momento sarebbe stato nemico anche mio.

L’espressione del tuo volto era cupa e desolata, ti faceva assomigliare a uno di quegli animali esotici chiusi nelle gabbie degli zoo, uno di quelli che ha smesso di cercare di mordere le sbarre e si è lasciato andare alla rassegnazione. I tuoi occhi che, come naufraghi stremati, si abbandonavano alle acque del silenzio e della morte, traballarono impercettibilmente mentre mi guardavano e, così, mentre sentivo che un laccio si stringeva intorno al mio cuore e un nodo mi opprimeva la gola non potei far altro che sovrastare il rumore trionfale dei miei battiti con una domanda, la più stupida delle domande.

– Com’è successo? – dissi, concitato, quasi urlando e forse risvegliai qualcuno perché intercettai un lamento dal fondo della stanza, proveniente dalla paziente che occupava il letto speculare al tuo.

Nessuno stupore da parte tua e, invece, fui io a stupirmi quando mi chiedesti di sedermi affianco a te: non avevi voltato lo sguardo, incollerita, non avevi detto “Se ne vada” e io ero già una cosa tua e forse tu già lo sapevi.

– Erano mesi che rinnovavo le ricette degli ansiolitici fingendo di averli consumati secondo le prescrizioni mediche. In realtà, tornavo a casa dalla farmacia e nascondevo le confezioni nel mio comodino. L’ho fatto per sei mesi. Alla fine nel comodino avevo ben quattro confezioni. E una mattina dalla finestra del bagno mi accorsi che la mia dirimpettaia cieca dalla nascita stava pulendo le finestre con uno straccio. Passava con quella pezza solo la parte di finestra che, se solo avesse potuto, dalla sua poltrona, avrebbe visto. E mi dissi che forse lo faceva ogni mattina e che non aveva nessun senso che lo facesse. Perché sentiva la necessità di pulire quel vetro dal quale non avrebbe mai guardato niente? Perché? Era solo l’ennesima delle risposte che non riuscivo e non sarei mai riuscita a darmi e, così, quella sera stessa diedi la buonanotte ai miei genitori, me ne andai a letto e presi tutte le pastiglie che riuscii ad ingerire in un colpo solo. Dopo aver mandato giù la prima volta, ne aggiunsi altre quattro. Il resto non me lo ricordo.

– Si sta chiedendo perché una ragazza giovane che ha tutto come la sottoscritta dovrebbe cercare di uccidersi? Ah, dottore, come vorrei poterglielo spiegare. Come vorrei poterle dire che come 2+2 fa 4 ed è giusto, è altresì giusto che io abbia cercato di togliermi la vita. Ma non è giusto. Eppure io come mi vede lei non sono io, non sono esattamente tutto quello che dovrei essere, mi manca una parte, una parte che ho perso e chi me l’ha rubata non può restituirmela. È un gioco brutale la vita talvolta…

E dopo quella frase sorridesti per la prima volta, con la bocca impigliata a chissà quale ricordo doloroso: avevi dei denti piccoli e regolari ma che sembravano fuori luogo così in bella mostra, il tuo sorriso sembrava uno scherzo di cattivo gusto perché nelle tue labbra rimaneva l’impronta della tristezza e il resto del volto era marchiato dai tuoi occhi oscuri, due baratri d’inchiostro nero.

– Alcuni ladri non sono criminali eppure rubano qualcosa di così prezioso. La cosa più preziosa, forse.

Mi stavi parlando di lui e io ancora non lo sapevo, non sapevo che Nino era già dappertutto, in ogni angolo di quella stanza, e che la sua presenza premeva contro i muri di quella prigione che non era più solo la tua, era già anche in me e, Cristo!, come avrei voluto essermene accorto subito, aver sentito qualcosa, un dolore, una fitta qualsiasi nel momento in cui aveva intaccato la mia anima, come un parassita velenoso, perché forse così avrei saputo scacciarlo, avrei saputo aiutare anche te che covavi nel tuo grembo un neonato morto da tempo e che credevi, hai sempre creduto e, forse, credi ancora, di poterlo far uscire da te, come soffio vitale che plasma l’argilla.

Saresti la peggiore di tutte le madri ma anche la più perdonabile.

– Una brutta delusione…?

Mi bastava aprir bocca per pentirmene amaramente subito dopo: è che io sono sempre stato così, incapace di pensare come te, di vedere le cose da un punto di vista che non fosse lineare come l’orizzonte, ma conoscerti è stato comprendere, ancora prima del buio, la penombra che si annida in ognuno di noi. Poco prima che ti cibassi della mia anima io non sapevo ancora di averla, poco prima che divorassi il mio cuore, io non avrei mai creduto che potesse battere, non così forte, non così. Amarti come ti ho amato è stato il mio modo per dirti grazie.

Non rispondevi e così mi convinsi del fatto che ti fossi addormentata, ma io dovevo sapere, non sarei riuscito a vivere senza scoprire che cosa ti avesse fatto questo. Eppure non osavo chiedere, non osavo turbare quel tuo tono tranquillo, come una nota di violino eseguita con troppa perfezione alla quale mancavano le storture dell’intonazione, il cristallino delle risate. Non c’era niente di più solo della tua voce. Mancava di vita. Tu mancavi di vita. Nel buio vedevo le tue mani attorcigliarsi e la tua piccola cassa toracica piegarsi al ritmo breve del tuo respiro, era come se respirare ti facesse male e, così, riuscivo a distinguere l’impercettibile pausa che separa l’espirazione dall’inspirazione, sentivo il dolce rumore dei sospiri che trattenevi assieme alle parole che non riuscivi a pronunciare.

– Dottore, ha voglia di ascoltare?

Sentivo che nell’oscurità i tuoi segreti avanzavano verso di me come cavalli imbizzarriti, come valanghe mortali e io li desideravo, la mia anima saliva, correva incontro a loro come un bambino pazzo di gioia. Io mi avvicinavo al buco nero che mi avrebbe inghiottito ed ero felice, come non ero mai stato prima. Ah, tutta la sofferenza Isadora è valsa quel momento in cui ti ho sentito dire:

– Si sieda con me. La notte è così lunga e dormendo la sprecheremmo. Vuole sentire la mia storia?

– Ascolterò volentieri, signorina. Mi metto qui e non dirò niente. Le farò compagnia.

Un sorriso lieve e invisibile come una fiamma accesa e subito spenta e, poi, una voce diversa, in quella notte, quella notte che non avrebbe cambiato niente e tutto insieme:

– La prima volta che lo vidi era ottobre. Indossava una maglia verde. Il giorno dopo mi accorsi che il verde era diventato il mio colore preferito. Era amore? Ancora non lo sapevo. Eppure era il colore dei suoi occhi che cercavo negli occhi degli altri e qualsiasi cosa, qualsiasi cosa sarebbe stata capace di ricordarmelo, una nuvola nel cielo che aveva la forma dei suoi occhiali, la copertina di un libro in una libreria che gli avevo visto sfogliare una volta, ad ogni passo un ricordo e ogni ora che passava una tortura. Oh, all’inizio, è stato molto bello, all’inizio avevo quasi creduto di poter raggiungere quella felicità che qualcuno aveva forse conservato per me da qualche parte. Credevo di essermi salvata, essere tra due mani salde, racchiusa tra i palmi di chi mi avrebbe amato per sempre.

Non fu così. Non s’innamorò di me, non è mai riuscito ad amarmi nemmeno dopo, ad imparare a farlo. Pensiamo di meritarci l’amore, dottore, pensiamo che all’amare disperatamente debba obbligatoriamente corrispondere una ricompensa e che Dio, il Destino o qualche altra forza cosmica, qualcosa di più forte di noi, ci esaudirà, ci aprirà quelle porte che le nostre mani non sono capaci di aprire da sole, ma non succede mai. Dio, il Destino, le forze cosmiche semplicemente non esistono: esistiamo solo noi con le nostre debolezze e i nostri cuori sempre pronti ad offrirsi per, poi, tornare indietro in mille pezzi. È sempre stato questo il mio problema: offrire la parte migliore di me a persone che l’avrebbero stracciata e restituita. Mi sono rincollata milioni di volte, uscendone sempre diversa ma mai migliore; ma non ho cercato di uccidermi per questo, non era l’amore che volevo a tutti costi, era la vita con lui, una vita che mi era negata assieme ad ogni altra cosa. Mentre ingoiavo quelle pastiglie qualcosa mi aveva già spezzato in due: non volevo cominciare a morire, ad appassire come un fiore alla fine della primavera, con quarant’anni d’anticipo. Avrei vissuto o sarei morta. E vivere non potevo, non potevo…

Un altro singhiozzo attutito, imprigionato dentro al cuore come il gheriglio in una noce.

– Lo amavi così tanto da rinunciare a te stessa? – azzardai ancora, facendomi scudo con il buio.

Ero un codardo: non avrei mai osato chiederti nulla alla luce del giorno perché le tue parole mi sembravano avere mille occhi e io ero già la luce fioca infranta in mille riflessi che rilucevano da mille sguardi diversi.

– Ah, sì, vuole dirmi che avrei trovato di meglio, che troverò di meglio, che guarirò, che un giorno non farà più male e che saprò dimenticare, saprò farmene una ragione (si dice così, non è vero?). D’altronde, c’è chi sopravvive ai lutti ed esistono donne senza braccia che hanno imparato a scrivere con i piedi e io potrei sicuramente riuscire ad amare anche con un cuore morto. Eppure lo so che non sarà così perché lui è vivo e lo sarà sempre, qui, appena sotto il mio respiro, dentro ogni mia parola, dietro ad ogni mio sguardo,  dove non esiste nessuna ragione, è qui, e lo sarà sempre proprio perché non è morto, c’è ancora, respira la mia aria, tocca la mia stessa terra, gira per le stesse strade di sempre e mi ha portato via ogni cosa. Ogni cosa. Sta pensando che sono stupida? Che sono un melodramma ambulante? Che dovrei perdere meno tempo in faccende così inutili? Ho perso la mia vita, quella me stessa che un tempo riusciva ad essere la migliore in ogni cosa, quella parte di me che aveva soddisfazioni, quella che poteva smettere di amare e, poi, ricominciare, ho perso quello che ero e non lo troverò mai più. Lo vede? Sono carne morta esposta al pubblico ludibrio. Chi mai si suiciderebbe per amore al giorno d’oggi? Io non avrei saputo trovare una ragione migliore. Forse io sono nata per provare quello che sto provando, per vivere un po’ più a fondo degli altri ogni cosa. Per oltrepassare quel limite che tutti hanno paura anche solo di toccare. Quel limite che permette agli altri di guardarti con compassione e disprezzo. Io sento ogni cosa, la sento più forte di chiunque e sento che la loro vita è miserabile quanto la mia perché non è vissuta. Se dico di tremare io tremo veramente.

Non pensavo a niente e, in realtà,  pensavo a tutto: tutto quell’amore non poteva provarlo un corpo solo, un’anima sola, era troppo e per chi, poi? Lo invidiavo, chiunque fosse.

Non aveva volto ma già conoscevo il suo cuore cattivo e non sapevo, non sapevo che cosa avesse potuto farti, non sapevo che fosse quello che era, un individuo come un altro che finiva i cruciverba guardando le soluzioni e si divertiva a inframmezzare i suoi discorsi di citazioni dotte imparate la mattina facendosi la barba.

Continuasti a parlare ininterrottamente (anche perché io avrei trattenuto anche il respiro pur di non interromperti): raccontasti che era un pittore e che lo avevi incontrato ad un reading poetico (sussurrasti anche piano nella notte che era il tuo reading poetico e che eri una poetessa, “una talentuosa e anacronistica poetessa di provincia..” dicesti, ma con un mezzo sorriso e io sospettai fin da subito che fossero parole sue, di Nino).

Se per te era stato amore fin da subito, per lui era stato sicuramente interesse artistico: gli piaceva moltissimo intitolare i suoi quadri imitando i Preraffaelliti, con un verso poetico, così ti aveva invitato nel suo studio a visionare alcune sue opere, “bellissimi quadri astratti ma anche nature morte”, e, in seguito, ti aveva chiesto di inventare alcuni versi ispirandoti ad esse.

Passasti intere settimane a creare versi per lui, le stesse poesie che scrivevi grondavano della sua essenza e il suo nome era dappertutto, nascosto dietro agli oggetti che lo avevi visto toccare, camuffato in calembour e anagrammi; non c’era più niente di te nei tuoi versi e c’era tutto perché tutto ciò che eri adesso c’entrava con lui.

(continua nella prossima puntata)

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