ELEGIA XY – Parte quarta (e ultima)

Da quel giorno non ci separammo mai più: avevi capito, forse mi stavi usando come cavia per vedere se riuscivi a dimenticarti di lui, se riuscivi ad esorcizzarti da sola usando me come acqua santa e crocefisso ma io non ero abbastanza buono o, forse, era solo impossibile cercare di far diventare un Dio uno come me.

Mi sto buttando giù da solo, mi sto avvilendo

troppo? Odiavi che lo facessi come odiavi che ti nominassi il suo nome quando litigavamo, che lo facessi comparire lì tra di noi come simulacro di tutto ciò che non andava nella nostra vita assieme. Tu sapevi solo rispondermi che non si può decidere a chi donare il proprio cuore e non si può nemmeno decidere quando riaverlo indietro.

Così, all’inizio, tutto fu più che perfetto: tu che mi leggevi ad alta voce i romanzi che compravi alla libreria sotto casa e mi sottoponevi, quasi fossero casi clinici, le biografie delle tue poetesse preferite, tutte irrimediabilmente pazze e, conseguentemente, suicide, e io che avevo finalmente qualcuno che mi ascoltasse, qualcuno con cui parlare di mio padre e del suo amore smodato per la pesca che era inversamente proporzionale all’interesse che provava per me. Ma non potevo fare a meno di accorgermi che mentre cenavamo uno davanti all’altro il tuo sguardo si perdeva un po’ più a sinistra di me, in un punto nel vuoto dove io non c’ero più e c’era lui, e non potevo non sentire l’aria farsi più difficile da respirare quando ti trovavo a scrivere nella tua agenda nera, unico luogo che mi era precluso e proibito di tutto il tuo essere.

In meno di due mesi venisti ad abitare a casa mia, ricordi? E io ricordo che il primo giorno di convivenza, seduti sul divano, abbracciati, il mio sguardo percorse il tuo corpo e si fermò su una cicatrice appena sotto il tuo metatarso, una cicatrice piccolissima ma ancora rosacea; ti dissi, col tono più neutro che mi riuscì,“che hai fatto lì?” ma non mi sfuggirono i tuoi occhi che correvano via dai miei. La mia domanda aveva incautamente tirato giù la cerniera del tuo baratro.

“Qualche mese fa, ho preso uno spigolo…”.

La verità è che ci sono cicatrici diverse dalle altre: ogni volta che ti toccavo immaginavo di sentire le tue sotto le dita, ti sfioravo delicatamente tutte quelle cicatrici invisibili sperando inutilmente di risanarle. Potevo immaginare il tuo sguardo che indugiava, triste, magari quando ti facevi il bagno, su quella cicatrice abbastanza fresca da ricordarti che quel passato vissuto con lui non era abbastanza lontano per poter essere cancellato, che aveva lasciato dei segni sul tuo corpo, indelebili e deturpanti, e ti sentivo gioire, gioire di quel dolore come la prima volta, gioire di quel segno che a me sembrava sempre di più un difetto, una macchia orribile, uno sfregio.

Eppure Nino non si era mai fatto vedere e con il tempo avevo imparato anche a scordarmi che potesse essere in qualche posto dentro di te, o a scordarmi che la cosa avrebbe potuto farmi del male. Ma un giorno in cui eri un po’ più triste del solito, un giorno che mi sembrò uno qualsiasi ma che non lo era (non te l’ho mai detto, non te l’avrei mai detto se solo non fossi andata via, se solo la tua assenza non mi facesse sentire schiacciato da questo senso di colpa insensato…) ti lasciai uscire di casa e, poi, mi fiondai alla tua scrivania e ne aprii tutti i cassetti. Mi sentii come se ti avessi appena accoltellato.

Quattro cassetti, quattro pugnalate.

Ma chi morì davvero in quel momento fui io: c’erano le sue fotografie dappertutto e dietro ad una di quelle avevi anche scritto “Ti sei accorto che hai il mio stesso sorriso da foto? Tua Isadora.”

Te l’aveva restituita, così? E le lettere? Anche quelle? Chili, quintali di carta bianca in cui avevi sparso lacrime ed inchiostro e tutte recavano sopra la scritta “Per Nino.Tua Isadora.”

E l’agenda. La vidi. Non sarei mai riuscito a trattenermi. In quel momento mi sentivo tradito e mi tornava in mente il momento in cui mi avevi detto “Non sono una persona seria, Lele.” ma con la faccia più seria del mondo ed io non ero riuscito a crederci.

La aprii con il cuore che mi saliva alle labbra. C’era un muro tra me e te e io lo stavo per abbattere con l’inganno. E con la stessa pallottola avrei ucciso sia me che te.

Aprii e lessi voracemente:

10 dicembre

Un amore che fatica a nascere. Anzi, non nasce proprio. E’ nato morto. Solo in me. Sto cercando di spingerlo fuori da me, dal mio utero cattivo che lo vuole covare ancora un po’.

8 febbraio

Lo volevo. Lo voglio.

Entrare nella tua vita come i gatti s’intrufolano oltre i cancelli.

Entrare nel tuo mondo e restare, restare per sempre. Ero sicura che non avessi passato e che, anche avendolo, non avrebbe contato, non gli avrei dato importanza perché non c’era niente di importante dove non comparissero le parole Tu ed Io.

Ma tu eri e sei solo IO.

Il TU non ti riguarda, il VOI ancora meno e il NOI, il NOI è alla stregua di uno scherzo, una battuta, una parodia divertente della realtà.

E tutto è chiaro, dannatamente chiaro, così chiaro, così lucente che fa male a guardarsi: strizzo gli occhi, non perché non voglia vedere ma perché non posso, non ne ho la capacità, non ho abbastanza forza per spalancarli. Questo amore tu non lo meriti ma saperlo non cambia molto.

Richiusi l’agenda, rimisi ogni cosa com’era prima, come l’avevi lasciata. Forse volevo convincermi di non aver letto né visto niente ma continuavo a sentirmi un fiammifero appena spento nell’aria grazie al movimento distratto della tua mano. L’avevi detto: non si meritava tutto quell’amore. Ero arrabbiato, ero furioso: quel tuo amore era come il freddo che si annida nelle ossa e io avrei voluto (avrei potuto?)spezzartele una per una, l’avrei fatto uscire così quel male liquido che ti aveva sommerso.

Ma, in quel momento, un’allucinazione portò con sé un’idea migliore: mi vidi passeggiare con lui in un parco. Lui che non avevo mai visto, lui che non mi conosceva.

Lo vidi ascoltarmi ed essere divorato dai rimorsi, squarciare quelle tele su cui la mia fantasia era volata tante volte, tele che ti ritraevano e, forse, forse così sarei riuscito a tranciare quel viscido cordone che ci tratteneva tutti e tre per l’ombelico e ci legava nostro malgrado, ci teneva uniti e scontenti d’esserlo. Non era affatto necessario che condividessimo lo stesso amaro destino, mi dissi, e ci credevo, ci credevo veramente. Trovai il suo indirizzo tra mille altri e ci misi mezz’ora a raggiungere casa sua perché a metà strada dovetti fermarmi a vomitare: erano i miei sogni a bruciarmi la gola non i succhi gastrici. Le mie vene erano gonfie di sangue cattivo e una tosse rabbiosa mi divorava l’anima. Bussai a casa sua e poco dopo lui mi aprì. Mi dedicò un’occhiata interrogativa e lo sentii dire: “Salve, cosa posso fare per lei?”

Vuoi sapere che cosa pensai nel vederlo? Pensai che fosse bello, molto bello ma che avesse uno sguardo severo e arido che lo faceva assomigliare ad un attore scadente, senza pathos. I suoi capelli mori erano un po’ più mori e lucenti dei miei, i suoi denti, un po’ storti ai lati della bocca, sorridevano meglio dei miei e anche se era magro non era allampanato come me e anche se era pallido non sembrava malato come il sottoscritto: ero oggettivo, non lo ero? Che importa, tu non lo sei mai stata, non lo sarai mai. Aveva una voce roca ma comune, e quando gli chiesi se si ricordava di te, disse piano: – Certo, entri pure. È successo qualcosa?

Dava per scontato che potessi aver fatto qualcosa di folle ma manteneva un’aria scanzonata e indifferente. Fino a quel momento avevo covato in me l’intenzione, la seria, serissima intenzione di picchiarlo, poi, dalla porta della cucina si affacciò un viso che sentii pronunciare goffamente:

– Domenico, chi è?

Ecco chi aveva preso il tuo posto: una giovane donna dai capelli abbandonati sulle spalle come corde sfibrate, una faccia larga, di colore tendente al violaceo, un corpo tozzo che camminava trascinando i piedi nelle pantofole di spugna. Come aveva potuto?

– Vieni Dorotea, vieni. Il signore è un amico di Isadora, te la ricordi, la ragazza che mi aveva aiutato con alcuni quadri.

Ah, per lui eri quello. La ragazza dei quadri. Eri puro diritto d’autore. Vidi Dorotea avvicinarsi e buttarmi lì una mano perché la stringessi. “Piacere.”

Aveva una voce squillante e fastidiosa, niente a che fare con la tua voce bassa e tranquilla, una voce che affiorava direttamente dall’anima. Se pensavo a te vedevo una creatura dell’aria, nascosta tra il fogliame dei boschi e angosciata per l’arrivo dell’autunno mentre, guardando lei e la sua espressione bovina che appariva sempre stupita, mi tornavano in mente gli animali massicci e ignari dei pascoli.

– Allora, come sta? Le dica che la chiamerò presto. Li vuole vedere i miei quadri? Dorotea, portalo di sopra…

Non gli interessava minimamente quello che avevo da dirgli e forse per questo ebbi un motivo in più per parlare:

– È davvero solo questo per te? Pochi mesi fa ha tentato di ammazzarsi e tu non ti sei nemmeno degnato di venire a vedere come stava. Ci sei solo tu a questo mondo, non è vero? Tu e la tua arte del cavolo. E agli altri, agli altri non ci pensi mai? Oh, no, sei troppo fottutamente impegnato a ricordare ogni santissimo giorno al mondo quanto importante tu sia e quanto poco te ne freghi di tutto il resto. Che genere di sentimenti vorresti trasmettere se sei vuoto, vuoto come un cazzo di guscio. Che genere di arte sarai capace di produrre se non hai un cuore?

Rimanemmo tutti immobili a guardarci impassibili: io scorsi dapprima la faccia rattrappita in un minuscolo punto di domanda di Dorotea e, poi, quella di Nino, raggrinzita nella disapprovazione, percorsa da rivoli di disgusto. Immagino odiasse gli sfoghi e la voce troppo alta, immagino considerasse molto più espressivo il silenzio, un lungo silenzio cosparso di rimproveri, ma io non ero e non sarò mai un artista e desideravo ardentemente che quelle mie parole, forgiate nel fuoco del mio disprezzo, mi bruciassero la gola. Non avevo già più forze e forse stavo piangendo o forse era solo sudore, dissi con il cuore svuotato che continuava a battere solo per abitudine:

– Come puoi non capire?

Già sentivo che non potevo più restare lì, sentivo di averti tradito ingiustamente. Come un virus mi stavi distruggendo ogni cellula e impregnavi l’aria di quel salotto, eri in ogni molecola del mio respiro.

Così, corsi in fretta verso la porta, volevo andarmene, non vederli mai più, non vedere più il volto ingenuo di quella donna che mi fissava atterrita e Nino che guardava il resto del mondo come se fosse stato sempre innanzi ad uno specchio e al suo riflesso perfetto.

Ma sentii una voce alle spalle dirmi:

– Lo sa benissimo anche lei, dottore. Non si può imporre a nessuno di amarci. E, ad ogni modo, tutto si dimentica con il tempo.

Sapeva ogni cosa.

In qualche modo eri riuscita a farglielo sapere. Sapeva del ricovero, di me e chissà quante volte gli avevi telefonato di nascosto mentre io ero al lavoro oppure mentre dormivo, dopo che ti avevo dato la buonanotte: quando io mi addormentavo tu potevi risvegliare il tuo vero amore che per il resto del giorno restava sopito.

“Non si può imporre l’amore.”

Uscii da quella casa con il ricordo degli occhi cerulei e ignari di Dorotea, la donna che stava vivendo la vita che doveva essere tua, e pensavo a Nino, al suo maglione viola prugna, alla bianchezza delle sue mani e a quel cuore spezzato che tratteneva tra le dita come un gatto avrebbe fatto con un topo: senza ammazzarlo ma senza nemmeno lasciarlo stare.

Pensavo a te, Isadora, mentre correvo lungo la strada per tornare alla mia macchina, pensavo all’ultimo biglietto che mi avevi lasciato sulla tavola due mattine prima che diceva: “Sei il cane guida allacciato al mio passo.”

Pensavo a te, ai tuoi occhi sperduti che brancolavano nel buio, alle tue palpebre che dietro nascondevano il suo volto e non il mio.

Ero disperato. Isadora, non so scrivere quello che sentii in quell’istante: mi sedetti in macchina e continuai per un tempo che mi parve infinito a fissare la siepe di lauro che si stagliava davanti a me e si muoveva scompostamente per il vento fortissimo.

Non so spiegarti cosa provai di preciso ma so che mi sembrò che tra quelle foglie, assieme alla polvere dell’asfalto trascinata dal vento, si stesse disperdendo anche un po’ della mia anima, lanciata nell’aria, come i petali di un fiore appassito.

E tu chissà dov’eri in quel momento? Chissà su quale treno eri salita e chissà quale destinazione avevi in mente.

Eri scivolata via, da me, da ogni cosa; come una ragnatela di polvere ti libravi nell’aria, svolazzavi incosciente come una farfalla privata della luce.

Lo amavi ancora. Lo avevi sempre amato. L’avresti amato per sempre perché il tuo amore non temeva né solitudini né attese, non ammetteva dinieghi né rinunce. Era così perché così doveva essere. Era il tuo cuore, il tuo cuore che aveva preso la forma del volto di Nino, che avrei dovuto estirpare perché fossi mia, ma come potevo rubare qualcosa che era stato già preso?

Oh, Isadora, non so come riesco a scrivere queste cose, mi spinge solo la certezza di sapere che se sono su questo foglio, forse non saranno più dentro di me. Per quanto possa soffrire non è mai abbastanza, non finisce mai, non può finire fino a che sarò vivo, fino a che la mia memoria correrà da te ogni mattino, nel dormiveglia come nel risveglio.

Tornai a casa e non ti trovai: nessun sussulto, era normale; ma, poi, anche la sera non tornasti e non sei più tornata da quel giorno.

Sono passate due settimane: i tuoi genitori vengono qui ogni tanto e i loro occhi mi chiedono molto di più delle loro domande a voce, mi chiedono dove sei sparita e quando tornerai, se tornerai. Loro hanno già perso la speranza di rivedere una figlia che non hanno mai capito fino in fondo ma io, io non posso perderla, non posso perderti a costo di perdere me stesso.

Perché quel vuoto che ti ha inghiottito ha inghiottito anche me. Anche se sto seduto qui, a scriverti, io sono in quella notte nera che ti avvolge, e ti cerco con la mente quando non posso farlo per le strade.

Due giorni fa sono passato alla stazione dei treni, come faccio ogni sacrosanta mattina, perché hanno detto che potresti essere lì, che chi scappa volontariamente non va mai troppo lontano, (ah, quanti litigi con la polizia a causa di quel volontariamente…) e ho creduto di averti ritrovato: ho visto una donna di spalle con i capelli corti che indossava la tua maglietta con le righe nere orizzontali, quella che ti piaceva tanto. Sono corso da lei, l’ho afferrata per un braccio, ho detto il tuo nome ma con la speranza che potesse essersi trasformato in una formula magica e che potesse farti comparire.

Ovviamente non eri tu.

Ho chiesto scusa, sono tornato a casa e ho subito aperto il tuo armadio: la tua maglietta era lì, l’avevi lasciata a casa. Ho sentito l’anima andarmi in mille pezzi.

Ah, sono un codardo: dovrei far legger a Nino le tue poesie, aprirgli i cassetti e mostrargli quelle foto, fargli leggere la tua agenda perché forse così riuscirebbe ad amarti ma ogni mattina lo sento ripetere  che sei solo“una creatura fragile, un’anima inquieta…” e io ricaccio indietro i miei propositi. Lui non sa, non riesce nemmeno a capire quanto ti ha portato via e non vede nelle mie parole disperate tutto il peso di quello che non sono riuscito a ridarti. Dice che tornerai e saremo di nuovo felici. “Felici come non siamo mai stati” e la frase questa volta non è solo uno stupido modo di dire.

Non potrò dimenticare che dell’ultima mattina che abbiamo vissuto insieme io non ho custodito nessun ricordo, semplicemente perché credevo fosse solo una tra le tante. Se solo avessi saputo che non avrei mai più rivisto il tuo viso io l’avrei guardato a fondo, lo avrei baciato per l’ultima volta.

Ti avrei portato indietro il tuo amore, Isadora, se solo avessi saputo che era ancora in te come un cristallo maligno incastonato nel mezzo del tuo cuore, un cristallo pronto a rubarti la luce, una maledizione dalla quale non potevi liberarti. Lo avrei chiamato, l’avrei ricattato, l’avrei ucciso per farti piangere sulla sua tomba lacrime di dolore vero, per farti dire, consolata, che non era tuo ma neanche di nessun’altra. E saresti stata felice e io ti avrei guardato da lontano vivere la vita che meritavi, quella vita che ha dimenticato tutti gli ieri del mondo e non sa cosa siano i domani.

Ma non sei più qui e io non posso più salvarti.

Quando guardo Nino non riesco a fare a meno di pensare al fatto che i nostri destini siano intrecciati più a fondo di quanto dovrebbero: penso che lui è lì, tranquillo su quel divano, a chiedermi di te, mentre io tremo e ho smarrito ogni cosa e continuo a pensare a quella volta in cui ti chiesi dove volevi che ti portassi in vacanza. Continuo a pensare alla tua risposta:“Ovunque non fa differenza.” In ogni posto fossimo andati te lo saresti portata con te come un talismano porta-sfortuna. Ho messo il piede nella trappola pur sapendo che appartenevi ad un altro, e ho lasciato il mio cuore immerso nell’acqua di quel tuo vecchio amore in attesa che venisse fulminato: hai sempre amato lui, lo ameresti anche vedendolo così, completamente ignaro di cosa possa averlo fatto diventare la sorte.

Non per questo smetto di aspettarti. Non posso odiarti perché mi hai fatto comprendere cosa fosse la solitudine per poi lasciarmi solo, perché sono solo ma come un ramo spezzato dal suo albero, sono solo ma non sono più solo me stesso, sono diviso in due: una parte di me persa nell’avida notte, risucchiata nelle tenebre, e una parte sepolta in me, costretta a cercarti  per sempre. Io ti sento ancora, sento il battito del tuo cuore: il tuo corpo non c’è, è rimasta solo l’anima, quell’anima che ho amato da subito, che ho conosciuto dai tuoi occhi.

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