DIAZ: quel sangue è il nostro sangue

Il film “Diaz-Don’t clean up this blood”, del regista Daniele Vicari prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci,  uscì lo scorso aprile solo in alcune (rare) sale italiane. Se ne parlò molto, forse troppo, e forse tutta questa pubblicità mediatica (sia negativa che positiva) distolse la nostra attenzione da quello che il film voleva raccontare, anzi, testimoniare, ossia la storia di un evento che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.

Ma torniamo indietro di ben undici anni: è la notte del 21 luglio 2001, sono i giorni del G8 di Genova, i giorni caotici e rabbiosi dei black bloc ma, a quanto pare, la violenza non sembra voler finire ancora, nemmeno dopo tre giorni di scontri tra poliziotti e manifestanti. Una squadra di 346 poliziotti riceve l’ordine di entrare per una perquisizione nella scuola Diaz adibita per l’occasione a dormitorio per giornalisti e manifestanti provenienti da tutta Europa.  Sarà questo il luogo di quello che diventerà un vero e proprio massacro, una notte di torture, pestaggi, abusi di potere e che terminerà con più di 90 arrestati trasportati, poi, alla caserma di Bolzaneto dove le vessazioni continueranno a lungo senza che nessuno dia l’ordine di fermarle.

Calci in piena faccia, bastonate, i caschi blu dei poliziotti con i volti coperti da un fazzoletto rosso che picchiano a sangue cittadini inermi avvolti nei sacchi a pelo utilizzati per passare la notte, grida di aiuto pronunciate in moltissime lingue diverse (erano pochi gli italiani presenti) che restano, purtroppo, inascoltate. Non si può fuggire né tentare di calmare la furia cieca dei celerini: si aspetta che tutto finisca con uno sguardo di terrore dipinto negli occhi. Diaz è un film scandalo proprio perché documenta un momento della storia italiana che quasi nessuno conosce e che i vertici dello stato hanno fin troppo spesso cercato di insabbiare: false prove immesse sulla scena del crimine, l’indifferenza dei politici, l’inconsapevolezza dei piani alti delle forze armate fin troppo ignare per poter essere prese sul serio.

Il regista Vicari racconta quei giorni di violenza attraverso le voci di cinque personaggi: un giornalista, un vecchio sindacalista, un militante del Genova social forum, una ragazza tedesca e un black bloc francese. Non è solo un’opera di fantasia: è una denuncia, un grido di verità che segue, però, alla lettera le carte processuali. Diaz, come opera d’arte e denuncia, non poteva, quindi, non scatenare l’indignazione delle forze di polizia che, infatti, tramite la voce del segretario Generale provinciale del Coisp, ossia il sindacato indipendente della polizia di stato, hanno gridato al boicottaggio, alla vergogna e hanno additato il film come un manifesto ideologico fortemente schierato dalla parte dei manifestanti.

Ma né la polizia né i politici hanno saputo offrire delle risposte, né hanno saputo spiegare il motivo dell’incursione delle squadre di polizia in tenuta antisommossa in una zona che era totalmente sgombra da tentativi di ribellione, né l’episodio del poliziotto che si accoltellò da solo per depistare le indagini, né la presenza di molotov e armi da fuoco precedentemente portate nel dormitorio dall’esterno, per non parlare degli arresti ingiustificati, dell’espulsione dall’Italia degli stranieri coinvolti subito dopo il rilascio e, soprattutto, delle ferite riportate da quelle che oggi come oggi possiamo chiamare vittime innocenti, ossia, il giornalista inglese Mark Covell, il collega del Resto del Carlino Guadagnucci e la giovane Lena Zhulke finita in stato comatoso dopo un prolungato pestaggio.

Il film l’hanno scorso vinse ancora prima di entrare a contatto con il pubblico: al 62°Festival internazionale del cinema di Berlino venne premiato con la seconda posizione nella sezione Panorama.

E adesso, ancora di più dopo l’uscita in dvd, tocca a noi: vederlo è un dovere civile.

Quel sangue che solo undici anni fa colava giù dai muri della scuola Diaz è anche il nostro, è il sangue che sgorga dalla ferita che, in quei giorni, è stata inferta alla libertà e noi dobbiamo saperlo, dobbiamo esserne consci affinché un’ingiustizia simile non debba accadere mai più.

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