Diana Vreeland after Diana Vreeland: dal mito alla donna

Diana Vreeland era una di quelle personalità estremamente complesse che il mondo si diverte a banalizzare, come l’acida Coco Chanel oppure la stronzissima Anna Wintour.

Eppure questa donna era un mito.

Un piccolo brutto anatroccolo nato nel 1903 (da sempre oscurato dalla bellezza della sorella Alexandra) che, ad un certo punto, rivoluziona il mondo della moda, rendendolo finalmente qualcosa di importante, qualcosa da considerare con serietà (sua la frase “Il bikini è l’invenzione più importante dopo la bomba atomica”).

Chi conosceva a fondo la Vreeland, sapeva che, in un momento storico in cui la donna veniva considerata solo per la sua muta bellezza, lei doveva essere di più, doveva sfruttare al massimo i pochi mezzi che il destino le aveva offerto, doveva essere sagace, intelligente, più forte degli altri, più forte anche di se stessa e della sua deludente immagine.

Studiò molto, imparò da sé l’eleganza, la raffinatezza, l’ironia, s’impegnò fino in fondo per poter dare di più, per potere essere di più di un mediocre bel visino; i suoi sforzi sono riportati tra le pagine dei suoi diari, la sua sofferenza è racchiusa tra quelle stesse pagine che descrivono la sua fanciullezza.

Un carattere geniale, sarcastico, rigido e creativo assieme, una vita passata a rincorrere l’innovazione, l’originalità: dapprima come editorialista per Harper’s Bazaar, dove teneva la rubrica “Why don’t you…?”  (offrendo alle lettrici americane idee provocatorie come “Perché non trasformare la vostra pelliccia di ermellino in un accappatoio?”) e, poi, per Vogue America.

Fu lei a scoprire personaggi del calibro di Twiggy (simbolo della bellezza imperfetta e sbarazzina) e ancora lei ad avere prima degli altri l’idea di trasformare le celebrità in indossatrici rendendo Barbra Streisand un’icona di stile.

E, quando nel 1971 venne licenziata da Vogue per le enormi spese causate dagli innovativi e costosi servizi fotografici, seppe reinventarsi nel ruolo di Special consultant per il Metropolitan Museum of Art di New York.

Per lei le mostre dovevano essere momenti di puro teatro. Le sue sfilate rivelavano, infatti, sia l’attenzione alle scenografie, l’amore ossessionato per la Callas, l’adorazione per Balenciaga e per gli abiti dei Ballets Russes che per la Vreeland rappresentavano la forza oppositiva alla monocromia proveniente dalla Belle Epoque.

L’originalità di questa stilista-giornalista è innegabile: le sue eleganti e raffinate uniformi da lavoro, i riferimenti continui all’Oriente, terra amata perché simbolo di una moda raffinata e vivace ad un tempo, le sue rubriche storiche, gli speciali manichini dallo styling astratto che lei amava utilizzare, l’ossessiva attenzione cromatica che, sul suo giornale, l’aveva portata a scrivere: “Perché non arredate il vostro salotto affinché le mura e ogni oggetto contenuto in esso seguano una sfumatura del verde? Sarà un lavoro lungo ma darà molta soddisfazione.”

Sfogliando le sue collezioni che profumano di storia ma anche di presente, abiti che hanno segnato il nostro modo di pensare e di vivere il nostro corpo, non potremo fare a meno di rivalutare il ruolo della moda nella nostra vita.Molto spesso sottovalutata, dileggiata, la moda è radicata nella nostra esistenza, è la lente con la quale guardiamo il mondo e calcoliamo le unità di misura degli eventi.

Diana Vreeland amava ripetere che“l’eleganza è rifiuto” e su questo basò la sua intera esistenza, estranea ai compromessi e alle vie facilitate: la strada meno battuta, più irta di ostacoli è quella che dobbiamo intraprendere e, in una realtà come la nostra, inquinata dalle corruzioni e dai vacillamenti, conoscere la Vreeland e il suo cuore d’acciaio, il suo amore incontrastato per il lavoro e il successo, può farci imparare che non esistono molte scelte e molti risultati diversi, tutti con lo stesso peso, ma un solo obiettivo, il migliore.

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