Derivati: leggere attentamente il foglio illustrativo, e se il sintomo persiste…

Ancora una volta eccoci di fronte al processo della “finanza creativa”, di quel sistema di operazioni complesse e sofisticate che oggi valgono circa nove volte il Pil mondiale, e che oggi sono al centro della bufera scatenatasi su Monte Paschi all’indomani degli scandali “Alexandria” e “Santorini”,
contratti finanziari attraverso i quali la Banca senese avrebbe spalmato le perdite maturate nel 2009 sui titoli di stato, transazioni che, “dulcis in fundo”, si sono rivelate un vero e proprio “pacco”, in quanto foriere di una ulteriore perdita che si aggirerebbe sui 740 mln di Euro. Viene allora da chiedersi se questi prodotti siano frutto di una qualche opera del demonio, o dei Maya, o se invece è distorto ed inconsapevole l’utilizzo che se ne fa. Non ce dubbio che i derivati rappresentano “aggeggi” spesso pericolosi, soprattutto se utilizzati da mani poco esperte. Ma, qualora usati bene, possono rivelarsi, in un determinato frangente, molto utili alle aziende, agli investitori e persino ai titolari di mutui per l’acquisto della personale abitazione.  Anzitutto, è bene ricordare che uno strumento è definito derivato quando il suo valore monetario dipende da quello di un’attività sottostante, un “asset” come direbbe il nostro amico Lapo, il quale può essere dato da un titolo (un’azione, un’obbligazione) o da un portafoglio di titoli (quale ad esempio un indice di borsa), ma anche dal prezzo di una commodity, ovvero una materia prima (quale il grano o il cacao), piuttosto che da rapporti di cambio o tassi d’interesse. Prendiamo l’esempio di Mario Rossi, investitore, il quale, acquistando azioni negli USA, vuole proteggersi dal rischio di ribasso del dollaro: a questo scopo, stipula con un intermediario uno “swap”(un tipico esempio di derivato). In questo modo, se il cambio con euro-dollaro sale (e quindi il dollaro va giù), la società che ha venduto il derivato si impegna ad erogare al soggetto sottoscrittore un flusso di pagamenti che gli permetta così di coprire le perdite derivanti dalla svalutazione del dollaro. Lo stesso meccanismo lo ritroviamo, ad esempio, nei mutui a tasso variabile: se il tasso sale, la presenza di questi strumenti permette di contenere gli interessi passivi, altrimenti destinati a salire alle stelle. Si potrebbero fare molti altri esempi, vedi petrolio (futures) ed altro ancora: l’importante è comprendere come lo strumento, per sé, non rappresenta il male assoluto, costituisce, nella sua impostazione primaria, un titolo di copertura da una serie di rischi (di mercato, di cambio, ecc…). Ma allora come spiegare gli ultimi scandali alla luce del ricorso a questi prodotti? Del resto la bufera sui derivati non è storia nuova, ma si tratta di un “dèjà vu”, che spesso ha visto come protagoniste le amministrazioni pubbliche.

Consultando i dati della Banca d’Italia, a settembre 2012 erano 210 gli enti locali esposti con intermediari finanziari italiani su strumenti di finanza creativa per una cifra superiore agli 11 miliardi di Euro con potenziali perdite per 6,2 miliardi. Estendendo lo sguardo agli istituti bancari esteri, il Tesoro aveva censito a fine 2009 18 Regioni, 42 Provincie e 603 Comuni soffocati da swap per un valore di 35,7 miliardi. Secondo l’Anci, i Comuni con derivati sarebbero circa 800. Si tratta in molti casi di piccole amministrazioni. Occorre dunque fare chiarezza anche in questo senso: in prima battuta, bisogna sottolineare l’estrema delicatezza delle operazioni: il vecchio funzionario dell’Ufficio Ragioneria dei nostri Comuni spesso non è la persona adatta a “maneggiare” un’arma a doppio taglio, che se da un lato ti “protegge”, dall’altro ti mette in gioco (e può lasciarti anche “in braghe di tela”). Occorre, a questo proposito, una nuova classe manageriale anche nel settore pubblico, che magari se ne intenda di indici borsistici, di volatilità, di prodotti bancari ed assicurativi. Guardando poi al settore finanziario privato italiano, i derivati “pericolosi” non rappresentano una quota ingente degli attivi bancari ( si calcola una percentuale inferiore al dieci): il problema è dato in questo caso della complessità dei contratti, che, se non monitorati, rischiano di produrre un effetto domino. La crisi dei subprime, vista in America, docet: erano una infima parte del credito immobiliare americano, ma sei anni dopo ancora ne stiamo pagando i costi a livello mondiale, tra recessione, calo dei consumi, manovre di finanza pubblica. Emerge, per concludere, come risulta centrale l’intervento degli Enti preposti alla supervisione, in primis le Banche centrali nazionali, ma soprattutto è quanto mai necessario un pacchetto di regole a livello europeo che consentano di superare il detto “si dice il peccato (che in questo caso è il prodotto finanziario) ma non il peccatore (il fondo speculativo di turno) ”: chi specula a danno degli Stati e degli individui dovrebbe essere bandito. Le regole attuali (come quelle sulla vigilanza bancaria europea) sono senz’altro importanti, ma non bastano: bisognerebbe monitorare più efficacemente la finanza derivata (manca oggi ad esempio, una clearing house, un “contenitore”, una regolamentazione dei credit default swap, altro derivato ed altra causa dei nostri mali attuali). Ed infine, un ruolo attivo dei governi: basta con i salvataggi bancari (vedi Monti bond) senza un preciso piano industriale e di risanamento dell’ente che benificia degli aiuti. Tutto questo ci sarà? Mah, per ora basti un invito ai futuri “rappresentanti del popolo”: leggete bene il foglietto illustrativo prima di inguaiarci ancora.

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