ARANCIA MECCANICA A RIMINI

«Stavo sul ciglio della strada, quando ho notato due ragazzi che cercavano di attraversare. Barcollavano in maniera spaventosa e da lontano ho pensato che fossero così ubriachi da non riuscire a stare in piedi. Erano spaventosi, i volti massacrati e gli occhi gonfi. Piangevano entrambi, lei non riusciva nemmeno a parlare, aveva un’espressione terribile. Il ragazzo parlava in inglese, mi chiedeva di chiamare la Polizia. Lui aveva addosso soltanto gli slip, la ragazza invece indossava vestiti da uomo. Quando ho saputo quello che era successo, ho capito che lui le aveva dato i suoi abiti».

Non è il racconto post-apocalittico di due reduci da una battaglia spaventosa, non stiamo parlando del Sud Sudan e delle sue feroci guerre: siamo a Rimini, bagno 130, è notte inoltrata e due ragazzi di 26 anni polacchi si stanno godendo l’ultimo giorno di vacanza al mare. Sono le quattro di mattina e nel buio scorgono 8 pupille bianche: sono i loro aggressori che da lì a poco spezzeranno le loro vite per sempre.

Violentata ripetutamente lei, pestato e derubato lui. No, non è solo una vacanza da incubo, non è un caso, non importa chi abbia fatto ciò, la tragedia culturale di un Paese che vede succedere questo genere di cose così odiose va analizzata, capita, studiata.

Avete mai sentito parlare di “Arancia Meccanica”? Il capolavoro di Anthony Burgess, poi, trasformato in film da Kubrick nel ’71 è quanto mai attuale. I protagonisti sono dei ragazzi che si divertono a vagabondare e a commettere efferati crimini aiutati, forse, dal magico latte mischiato a mescalina e LSD e dalla psicologia che sottostà al branco.

L’uomo, da zoon politikon qual è, ama intrattenere relazioni ed è infelice se non ci riesce: per questo donne e uomini si allineano in gruppi ristretti o grandi che siano per sentirsi più forti, numerosi studi hanno, però, evidenziato la pericolosità di ciò poiché l’intelligenza media del branco è pari a quella del meno intelligente del gruppo.

Suvvia, non giudicate, anche voi vi sarete trovati nella stessa identica situazione: siete con gruppo di amici e cosa succede? Scommetto che cominciate a fare cose (molto spesso stupide) che non pensavate di poter riuscire a fare, scommetto che nel vostro cervello scatta la vocina che dice “Beh, sono con i miei amici, non posso deluderli”, scommetto che avete combinato guai assieme ai vostri compagni di avventure, che avete raggiunto e sorpassato il vostro limite più e più volte.

Aggiungete a questi ingredienti le nature violente e aggressive, un pizzico di abitudine alla criminalità, un leggero velo di reati precedenti e mischiate il tutto con un bel mix di droghe da sabato sera, cosa ottenete? Il branco.

Quello che a nominarlo fa paura, quello che violenta, uccide e si nutre di pacche fraterne sulle spalle. Il branco ferocissimo che uccise Desiré Piovanelli perché non voleva concedersi ai suoi compagni di scuola, il branco che ha distrutto due vite irrimediabilmente a Rimini.

Distrutte, sì, nonostante la vita non la abbia presa: perché una donna stuprata, checché se ne dica, non avrà più un’esistenza normale e un ragazzo riempito di botte e defraudato della serenità della sua compagna di vita non sarà più lo stesso.

Si parla di 4 nordafricani, adesso, chissà se saranno davvero tali, eppure non possiamo dimenticare che molti avvenimenti passati simili hanno riguardato italiani doc.

Per cui, lasciate fin da subito perdere il razzismo e ripensate al Circeo.

Quel massacro ha cambiato il nostro modo di vedere le cose: era il lontano 1975 e lo stupro era ancora considerato una colpa della donna, dopo quella notte però in cui Donatella e Rosaria vennero ripetutamente stuprate, picchiate e dove Rosaria trovò la morte,  la legge morale in Italia cambiò totalmente. Il branco era una realtà, lo stupro diventò qualcosa di inconcepibile e finalmente i tribunali iniziarono a far pagare caro il prezzo delle aggressioni sessuali.

Si può uccidere e stuprare per futili motivi? La risposta è sì, soprattutto, se si è in compagnia: scattano infatti tre meccanismi terribili, quello della quello del contagio, quello della fratellanza e quello della deresponsabilizzazione.

Il primo ci sibila nelle orecchie che no, non possiamo tirarci indietro davanti ai nostri amici, non possiamo diventare dei vigliacchi, il secondo tramuta anche la più piccola provocazione in offesa al gruppo, “l’hanno detto/fatto ad un mio amico ed è come se l’avessero fatto a me”, e il terzo, il più micidiale, permette di scavalcare le regole della morale, di valicare i limiti normali, trasformandoli in limiti del gruppo. Quello che accade all’interno del gruppo si rimpicciolisce nella sua dose di spaventosa esagerazione: il mondo e l’etica vengono a racchiudersi nello spazio che può esistere tra poche persone che non solo perdono il senso della colpa e del pericolo ma anche vedono la realtà come non è e, di conseguenza, anche la gravità delle loro azioni. La vittima viene “disumanizzata” in quanto persona esterna al branco e perciò colpevole, straniera, esclusa.

Conosco anche io i limiti e so che, quando li ho superati, quasi sempre con azioni negative per me e per gli altri, non ero mai da sola.

Anche il bullismo solitamente è compiuto dal gruppo dei forti contro il debole di turno e viene perpetrato con mefistofelica mancanza di empatia.

L’empatia è davvero ciò che manca al branco ma che non manca di certo agli individui presi da soli, su questo, quindi, è importante interrogarsi perché certi fatti non debbano mai più accadere.

Poco importa chi abbia compiuto il nuovo massacro, poco importa chi siano i novelli protagonisti dell’Arancia Meccanica italiana: ognuno di noi deve interrogarsi sulla sua natura, sul suo modo di concepire gli altri, sul suo senso del pericolo, dell’etica, della colpa.

Scrivo e sento dentro di me che sono parole vuote, che quella ragazza polacca forse non sorriderà mai più, scrivo  e penso che ho paura anche io, che dentro di me sento che nessuno è immune da certe catastrofi personali che in pochi attimi sanno distruggere tutto ciò che di buono si è costruito.

Ma volevo rispondere, nel mio piccolo, all’incredulità delle persone, a quelli che affermano che i branchi non esistono ma esistono solo i criminali, soprattutto, se sono profughi africani: a loro io dico che non c’è razzismo che regga, il branco esiste, Arancia meccanica è sempre tra noi e, forse, anche un po’ dentro di noi.

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