ANORMALI PER SEMPRE – Parte prima

Dopo hanno detto che quella sera la luna era piena e altissima e il mio corpo, disteso a terra, incosciente, ne era tutto illuminato.

Un cono di luce tratteneva il buio fuori da me, non lo lasciava entrare: hanno anche detto che è stata una fortuna, che così mi hanno trovata prima. Perché in quella notte limpida d’inverno io ero la musa di un regista volubile chiamato Luna e i primi piani erano tutti per me.

 

La luce che cadeva come un’ombra chiara, si depositava come una coperta brillante sull’angolo di strada in cui mi ero raggomitolata.

Loro non sapevano farle certe elucubrazioni ma io sì: pensavo a come sarebbe stato bello se io fossi stata ritrovata in una pozza di sangue scuro, lì sì che la luna avrebbe potuto giocare, riflettere, sbriciolare la sua luce, lì sì che la luna sarebbe stata tragica e il cono di luce avrebbe inquadrato, magari, anche le atrocità che la vita impone alla vita stessa: l’insensatezza di una morte indesiderata.

Io non sapevo che farmene di quella luna, di quella poesia: mi avevano salvato.

Il mio sangue pompava ancora, anche se leggero, in ogni maledetta vena ed era tutto ancora dentro di me.

Trenta blister di diazepam e una bottiglia di limoncello.

Una scelta assolutamente casuale: ho deglutito senza pensare quante più pastiglie potevo e avevo voglia di deglutire e, poi, mi sono rivolta al frigo per completare l’opera. Fortunatamente si poteva fare un bel lavoretto, si poteva pensare davvero di poter morire…

Credo di averlo fatto per stupirmi, tutte le volte prima e anche in quel caso: il giorno dopo ti svegli, ti tocchi le braccia, ti pizzichi le guance e scopri che sì, sei ancora viva.

È uno stupore triste.

Ti guardi allo specchio e vedi la tua assassina: la seconda, anzi, la prossima possibilità non te la sei data tu, te l’ha offerta gentilmente un volontario della Crocerossa che ti ha raccolto come si fa con i rifiuti dall’asfalto di una lunga via costellata di case signorili e vuota di stelle, poi, un infermiere con una sonda naso-gastrica che borbotta con i colleghi “non può averne prese quante dice…” e, dopo ti si avvicina più mite, quasi per chiederti scusa “pensavo avessi mentito ma la lavanda gastrica non sbaglia: ci sono tutte!”, infine, un medico barbuto del pronto soccorso che ti prova la pressione “adesso aspettiamo che arrivi lo psichiatra dal reparto.”

Aspetti sotto un lenzuolo verde e freddo, sai che dovrai dire sempre le stesse cose: volevi solo dormire un po’, avevi molto mal di testa.

Loro capiranno che volevi farti fuori e non li convincerai mai del contrario.

E hanno ragione, eppure qualcosa va sempre storto: quando prendo un coltello la mano destra non riesce mai ad affondare nella carne, non scalfisce nessuna vena, la mano destra vuole bene alla sinistra anche se l’anima odia tutto il corpo e quell’ammasso di arti  e membra, così il coltello affonda contro la volontà della mano. Qualcuno un giorno mi ha detto che le cicatrici come le mie durano trent’anni, ha detto che sono abbastanza superficiali. Ho riso alla parolasuperficiali, poi, con occhi che devono essere sembrati tristi, mi sono chiesta quanto ci sarebbe voluto per risanare quelle interne e se mai si sarebbero risanate.

Per quelle del polso bastava un bracciale pacchiano, ma per quelle dell’anima? Immaginavo uno strappo violento: un giorno qualcuno o qualcosa avrebbe afferrato i lembi della mia anima e avrebbe tirato con tutte le sue forze: una ceretta interiore. Via le cicatrici, ecco l’epidermide nuova e il cuore nuovo, trattalo bene, trattalo come se fosse la cosa più preziosa che hai, onora ciò che sei.

Non mettono le manette ai tentati suicidi eppure vogliono uccidere qualcuno, loro stessi, e spesso sono recidivi. Dei veri e propri serial killer, un po’ meno scaltri, un po’ meno efficienti, leggermente goffi, patetici, i tentati suicidi sono persone con un’autostima davvero bassa, non dicono a nessuno nulla di ciò che sono. Molto spesso sono i più simpatici alle feste ma è la loro ombra a divertire. La vera Me è quella che in stazione guarda arrivare i treni con desiderio e disgusto di sé, come Anna Karenina, ma alla fine ha una paura infernale e non si butta. Lo stesso vale per gli attraversamenti pedonali, i precipizi, le acque profonde, le perdite di gas, la benzina e i tubi di scarico. Tutte voglie represse, tutti desideri in cui affogo anche solo per un attimo prima di tornare a galla e dirmi che la vita un giorno avrà un suo senso e che io la vorrò vivere, devo solo resistere ancora un po’. Solo un po’.

Fu così che finii in un reparto psichiatrico.

L’idea all’inizio non mi spaventò minimamente, anzi, mi allettò: conoscevo la terminologia del caso, sapevo di essere diventata disfunzionale, annuivo di fronte allo sguardo comprensivo della psichiatra di reparto mentre mi proponeva il ricovero, ripetei la solita tiritera “non volevo uccidermi, volevo l’oblio.” ma era come raccontare barzellette oscene a delle suore. Mi feci portare i pigiami e le vestaglie, lo spazzolino e gli assorbenti ed entrai nel magico mondo del manicomio.

– No, non serve che mi vieni a trovare.

– Sicura, guarda che mica mi impressiono…

– Posso assicurarti che ti impressioneresti e, comunque, non è per quello.

Silenzio.

– Allora, ok? Non verrai, vero?

– Se è questo che vuoi.

Lo sconosciuto dall’altra parte del ricevitore dovrebbe essere il mio fidanzato, F., ma io chiamo tutti con l’epiteto scaramantico di “persona che sto frequentando”.È alto, sano, con lineamenti decisi. L’aria cattiva di questo posto lo segnerebbe per sempre e conoscerebbe gli abissi che può raggiungere la psiche umana. In poco tempo penserebbe che queste persone non sono altro che la mia proiezione futura perché lo penso anche io.

– Ho una paura fottuta ma non venire, ok?

Lettera alla psicologa M. inviata prima del ricovero:

Carissima dottoressa,

le scrivo questa lettera con il cuore in mano, questo cuore che, ormai, sento come una un organo freddo, una spugna secca che non sgocciola più né sangue, né amore, né vita.

Ieri notte ho tentato per la terza volta di farmi del male, non dico di uccidermi, di uccidermi non ne ho mai avuto né avrò mai il coraggio, ma di ledere la mia persona come gesto, come dite voi esperti, dimostrativo, oppure, come preferisco dire io, come modo per urlare al mondo che sto male, molto male, malissimo.

Tutti i ricordi passati sono andati, non ci sono più colpe da dare, ora è il momento di farsi forza e di affrontare il presente, di togliersi il paio di occhiali neri con i quali ho sempre affrontato la vita ma…ogni gesto della mia vita mi opprime, ogni passo è una fatica, ogni atto un masso da trasportare.

Lei non lo sa, per fortuna sua, cosa significhi fare tutto per obbligo o controvoglia, lei non sa cosa significhi alzarsi alla mattina con l’unico pensiero di voler morire piuttosto che affrontare la giornata, lei non sa cosa significhi non trovare la felicità, lo stupore, la bellezza in niente.

Non è sempre stato così: io sono stata una bambina triste, un’adolescente sola e, ora, una donna spezzata.

Ma gli aggettivi ritornano: triste, sola, spezzata.

Non c’è nulla di vivo in me e quando guardo le fronti dei medici aggrottarsi e chiedermi: “Ma cosa, cosa c’è che non va?”

Io rispondo che ho tutto eppure mi manca tutto. Mi mancano gli strumenti per vivere una giovinezza serena, mi manca l’amore e devo dire che, anche se, forse, è il più colpevole tra coloro che hanno ucciso la mia anima, mi manca più di tutto il resto e se fosse qui, se venisse a salvarmi io sarei ancora, per l’ennesima volta, in grado di perdonarlo.

Cordialmente,

Laura

Io sono esattamente quello che non sembro.

Ho vissuto sempre dipendendo dagli altri e avendo paura di loro.

Più cresceva la mia dipendenza tanto più aumentava la paura. L’unica forma di affetto che ho provato nei confronti di qualcuno che fosse a me estraneo è stata intrisa di timore e dipendenza.

Io non so fare niente da sola e, invece, fingo di poter fare tutto: non so nemmeno girare per la mia città da sola, sono sempre stata con qualcun altro, ho girato strade in compagnia, strade che non ricordo nemmeno perché ero talmente sicura che non sarei mai tornata in solitudine in quei posti che non li guardavo nemmeno.

Non prendo mai decisioni senza interpellare e chiedere l’opinione almeno di dieci persone, ma non prendo decisioni in generale, rifuggo alle responsabilità, cedo le chiavi, i documenti, i segreti, non custodisco niente, non mi fido per niente di me stessa.

Io non riesco a dire ciò che sento, mi mancano le parole, mi sembra che parlare, ammettere ciò che provo sia come spogliarmi in pubblico: una cosa poco dignitosa, una cosa ridicola.

Mi sembra che ammettere l’importanza di qualcuno sia come diminuire me stessa, nonostante la mia inferiorità sia lampante ai miei occhi e a quelli di tutti.

Perciò la mia bocca è inadatta a pronunciare ciò che penso, dalla mia bocca escono solo bugie o mezze verità: è la sua conformazione, la sua forma, se parla il cuore la bocca tace, resta ermeticamente chiusa.

Vorrei poter cambiare, vorrei fermare quella persona un giorno, vorrei poter parlare a chi amo, vorrei potergli spiegare che dipendo da loro perché non sono capace di fare niente e non sono nemmeno capace di dirglielo.

Vorrei che l’amore non fosse una vergogna, non fosse un po’ di polvere da nascondere sotto il tappeto, da seppellire in fondo all’anima, vorrei che fosse gioia, felicità, vorrei potermi sentire respinta e contenta, senza rimpianti e piena di speranza.

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