ANORMALI PER SEMPRE – Parte terza

In un altro giorno grigio da rinchiusa, arrivò un nuovo paziente.

Ero lì dentro da circa due settimane: conoscevo tutti e tutti mi conoscevano. L’infermiera slava aveva imparato il mio menù senza venirmelo a chiedere e sapeva che odiavo il pesce lesso. L’infermiera stronza, invece, sapeva che volevo accendermi le sigarette da sola e me lo lasciava fare anche se non davanti agli altri pazienti.

Lo schizofrenico mi assillava con fiori di carta, il finto Inglese assomigliava sempre di più ad un pellerossa saggio e silenzioso, io e G eravamo sempre più amiche e sempre più vicine. Avevo pensato anche ad un cambio di letto per eliminare Clara ma mi ero vergognata di averlo pensato: Clara e le sue frigne erano parte di me e non volevo essere io l’ennesima persona a rifiutarla. Non volevo far parte di quelle lacrime.

Non volevo fare del male a niente.

Il nuovo paziente era un giovane uomo trasandato e tutto scuro: nero di capelli, nero nei vestiti, nero in volto. Attraversò ciondolando tutto il corridoio. Ci guardammo per un secondo ma sapevo che lui vedeva oltre: aveva gli occhi stralunati e struggenti dei malati psicotici.

Noi tutti ci ritirammo nel salone a mangiare, a lui venne affidata una stanza vuota.

Vidi due signori anziani e una donna giovane sulla porta. I parenti. Quelli che io tenevo lontani perché non vedessero. Lui non aveva la forza credo per riuscirci.

Nel pomeriggio sbucò fuori e si mise a guardarmi fuori dalla finestra della serra dei fumatori. Quegli occhi come pozzi neri indecifrabili me li ricorderò per sempre e chissà come dovevano essere i miei: interrogativi, tristi, supplicanti?

Dopo un po’ entrò e guardando il mio pacchetto di tabacco disse:

– Me ne giri una?

Lo feci come un’automa, gliela diedi: non la fumava, continuava a tamburellare la sigaretta sul tavolino.

– Io non fumo.

– Perché sei qui?

– Mi ci hanno portato.

– Come ti chiami?

– Andrea. Tu perché sei qui?

– Mi ci hanno portato.

– Ahn…

Si alzò e se ne andò. Durante tutta la conversazione non aveva alzato lo sguardo su di me se non alla fine per affogarmi nuovamente nella tragica lava dei suoi occhi neri.

Il giorno dopo si riaffacciò alla serra, io ero sempre lì: era diverso, gioviale (“litio, litio!” gridava Sofia nella mia testa che già si credeva di averlo inquadrato come bipolare), simpatico, allegro, mi rivolse tutti i sorrisi che aveva.

– Me ne giri una?

– Ma stavolta la fumi eh…

– Sì.

E fumammò insieme: nessuno aveva il coraggio di entrare nella serra fumatori quando lui entrava, anche lo schizofrenico rimaneva a guardarci da fuori con un volto attratto e sereno allo stesso tempo.

Fumò davvero.

– Ho smesso tanto tempo fa. Ho 31 anni.

– Forse smetto anche io…

Sorrise ancora e cominciò a toccarmi i capelli arruffati: mi vergognavo e ne ero felice allo stesso tempo.

Ad un tratto i due fumatori fuori dal tempo furono svegliati da una voce che aveva in sé tutta la potenza della sanità mentale:

– Andrea!

Un richiamo che era un rimprovero: Andrea spense la sigaretta veloce e corse via, non prima di avermi detto che sì, era sposato e quella era sua moglie.

– Chi lo sposerebbe mai un bipolare?

– O una matta o una con la sindrome da crocerossina…mah

– È un ragazzo dolce…

– È un bipolare…un giorno è così e uno cosà…non è dolce è un fottuto matto…

– Lo stesso vale per noi, un giorno sù e un giorno giù…

– Ti vuoi fare un uomo sposato e tutt’al più matto come un cavallo?

– Ma G, non capisci…sto ragionando per assurdo…

– Sì, infatti, per assurdo…

Ritornò ogni giorno in quella serra anche se mangiava ancora in camera ed era vero, un giorno era sù e un giorno era giù ma imparai a farmi amica quell’altalena: sapevo se tacere o parlare, sapevo se potevo toccargli una mano o chiedergli una parola. Ero anche conscia che mi mentiva e che era pazzo e che c’era sua moglie a guardarci arcigna fuori dalla porta del salone.

Di che cosa aveva paura? Che potessi rubargli un marito pazzo?

Che cosa temono le donne? Che cosa sono capaci di temere? Cose che qualsiasi uomo si auspicherebbe…

– Sei molto bella, non dovresti essere qui.

– Tu sei bello anche se…ti hanno fatto la barba oggi vero?

– Sì, mio papà. Sembro più sano.

– Eri più bello prima…ma fa niente.

– Ricresce. Me ne giri un’altra anche a me?

In una notte tranquilla decisi di fare una follia: sgattaiolai fuori dalla mia stanza per entrare nella sua. Non c’erano genitori, mogli o infermiere sveglie. Avevo voglia di contatto umano, di pelle, di sentire il mio corpo graffiato dalla sua barba ricresciuta. Entrai e lo trovai disteso sul letto come un bambino ammalato, sveglio, mi guardò con una gratitudine stanca.

Il mio occhio, però, fu subito rapito da una confezione aperta di pannolini per bambini:

– Hai un figlio?- chiesi con orrore.

– Sì.

Mi misi a piangere ai piedi del suo letto: mi raggiunse per abbracciarmi.

Delicato come se non volesse spezzarmi:

– Non puoi rompermi, non puoi rompermi più di così…

– Anche io lo voglio, forse dalla prima volta che ci siamo visti.

Ed era sbagliato e io lo sapevo ma le cose sbagliate mi avevano sempre attrattato e mi ero sempre schernita dietro le diagnosi e la mancanza di amore.

Mi sbottonai la camicia da notte e lo lasciai succhiare come un bambino i miei seni e sentii le mie lacrime confondersi con le sue lungo il mio collo. Mi lamentavo piano di piacere ma non mi interessava provare quanto dare, così lo fermai gli abbassai i pantaloni e me ne stetti per lungo tempo tra le sue ginocchia a lasciarlo gemere finché non sentii il conosciuto gemito gorgogliante dell’orgasmo maschile e il liquido caldo invadermi la bocca. Non ci eravamo baciati ancora, me ne accorsi solo dopo aver assaggiato il suo sapore. Sembrava leggere i miei pensieri perché mi baciò con passione e mi disse nell’orecchio che a lui la voglia non era passata. Tutti i miei errori dovevano aver per forza come regista la luna perché quella notte passata a fare l’amore lei c’era, insieme al suo cono di luce che rabbrividiva insieme a noi ad ogni spasimo del nostro corpo.

– Cos’è l’amore per me? Beh, direi farsi questa domanda è la risposta stessa. Quello che cerchiamo dottoressa. Uomini e donne, donne e uomini. Nulla di particolarmente metafisico ma bestiale. Corpi che si nutrono l’uno dell’altra. Siamo nati nudi e nudi ci siamo accoppiati così testimonia la storia, la bibbia e anche la scienza. Penso sia l’unico argomento su cui sono tutti d’accordo. L’amore è questo: è bisogno, crudele bisogno, osceno bisogno di non essere soli. Sì, è una cosa spaventosa questo amore, è una cosa che si desidera fino ad averne terrore. E io ne ho terrore eppure spasmo per averla. Sono Eva con la sua mela indecisa se condividerla o tenerla tutta per sé.

Il giorno dopo Andrea venne mandato in un altro ospedale e io chiesi le dimissioni contro il parere medico.

Ero libera.

Ci si ritrova sempre alle stazioni: per riabbracciarsi o lasciarsi.

Anche se ancora un treno ci separava dal guardarci dritti negli occhi e confessarci verità risapute, lo stavo già pensando. I finestrini opachi mi stavano spaventando: mi sembrava di vedere delle mani aggrapparsi ad essi, mi sembrava di scorgere G, che avevo salutato così frettolosamente con la promessa che sempre ci saremmo tenute in contatto, con la promessa che mai avrei mantenuto quella promessa, fissarmi con occhi che mi ricordavano la colpa.

Se devi uscire, rientrare nel mondo reale devi cancellare tutto. Il tuo passato è un puntino nero che si allontana, una musica chiassosa che improvvisamente smette di far rumore. Il passato è una vita che non ho davvero vissuto, non sono mai stata lì e solo un giorno lontano lo confesserò a qualcuno, nell’assordante silenzio di una camera vuota ma colma di amore, affetto, comprensione.

“La paziente richiede la dimissione per un urgente colloquio di lavoro, è migliorata e sembra aver imparato a gestire i suoi comportamenti autolesivi.”

Il treno passa: ha sbagliato binario. Se fossi ancora pazza mi metterei ad attraversarli a piedi ma non lo sono più. Adesso sto attenta ad attraversare sulle strisce, aspetto il verde ai semafori, metto la cintura in auto. Gli faccio il cenno di raggiungermi d’altronde sono io la convalescente: arriva trafelato ma calmo.

Mi sembra di vedere un estraneo che non ho nessuna voglia di conoscere: ha un giaccone nuovo, è tutto nuovo.

– Stai meglio?

– Sto bene.

– Non dev’essere stato facile…

– Non è stato poi così male.

Poi, di scatto, dice la cosa che stavo aspettando dall’inizio:

– Mi sto vedendo con un’altra adesso…Non voglio prenderti in giro…poi, non sei nella condizione di avere una storia, credo…Insomma, entrambi vogliamo stabilità…

Riesco ad immaginare la stabilità pacata della nuova ragazza, molto più stabile e reale della mia, annuisco cordialmente.

– È giusto così.

Improvvisamente, però, il suo viso si oscura e diventa di marmo, in un gemito di violenza mi grida che io ho solo saputo pretendere cose che non poteva dare, che avrei fatto meglio a morire se tanto lo volevo invece di continuare a chiedere compassione e buttare addosso i miei problemi agli altri.

Sa di avermi pugnalato ma non sono stata in un ospedale psichiatrico per due mesi per tornare a spargere lacrime e a rimuginare su questioni così passate che appartengono ad un altro mondo, un mondo in cui io volevo morire perché non avevo motivi per vivere.

– Non ero abbastanza per te…per farti venir voglia di stare a questo cazzo di mondo…

Sorrido comprensiva.

Il mio tempo è prezioso e lo sto perdendo: l’amore, l’affetto non si devono chiedere e io li ho sempre supplicati, mi sono inginocchiata di fronte a qualsiasi persona promettesse di prendersi cura di me e hanno mentito tutti, perché il gioco crudele è questo: se sei debole, fragile non avrai più amore ma dovrai vergognarti di essere tale. Inetta, scorbutica, lunatica: un’isola deserta in mezzo ad un mare piatto che non ti lambisce mai.

Io sto tornando al ventre, al punto in cui sono venuta alla luce: per rivivere tutto.

Perdonare mia madre per la cosa più naturale del mondo, perdonarla perché nessuno sa fare bene il genitore, perdonare l’amore e me stessa per essermi fatta del male, per aver giocato e perso ed essermi abbattuta, per aver vissuto anni di vittoria da sconfitta, perdonarmi per tutto ciò che sono e rinascere da me stessa.

– Basta. – gli accarezzo una guancia, – sii felice pure tu se ci riesci.

Scopro così che prendere un treno soli non è così male e nemmeno tornare a casa. Scopro che anche l’aria inquinata di Milano ha un suo sapore, un sapore forte, di vita, di frenesia, di casa.

Due mesi dopo scoprii che G si era impiccata. Avevo fatto lo sbaglio di mancare alla parola data di non sentirla più. Mi aveva risposto una voce greve, la madre.

Sputacchiando catarro mi aveva detto che per la Giorgina non c’era stato niente da fare. Lei aveva cinque figli: alcuni riescono bene altri no.

Aveva cominciato presto a fare la pazza e da piccola aveva persino ammazzato il gatto dei vicini ed erano pure dovuti andare in tribunale. Poi, questi dottori l’avevano distrutta, non era più lei…

L’accento di G era quello: riconoscendolo piansi nascosta dal ricevitore.

Me l’aveva detto una sera che eravamo in salone a chiacchierare: se ci riprovo lo faccio bene.

L’aveva fatto bene e si era tolta da questo mondo così difficile da vivere: non riuscivo a togliermi dalla testa i piccoli gesti che portano al suicidio e non riuscivo a non vedere le sue mani compierli. Le sue belle mani lunghe e affusolate, ingiallite come le mie dal tabacco…e quella volta che si era addormentata sulle mie gambe e io non avevo avuto coraggio di baciarle la fronte come avrei voluto fare. Era mia amica come possono essere amici i temporali dei fulmini: arriviamo insieme e non stiamo l’uno senza l’altro ma, a volte, il temporale dura più a lungo, la sua fine è più lenta, la sua consunzione più visibile anche se meno plateale.

L’amicizia era quel bacio sulla fronte non dato per me e quelle lacrime soffocate dietro ad un ricevitore che non smetteva di parlare lamentoso.

Se c’è amicizia c’è paura e io quella paura ce l’avevo sempre avuta con lei: averla trovata era stato un dono, perderla una tortura.

Ricominciare significava anche passare ore in compagnia della persona che negli ultimi quattro anni avevo più odiato al mondo: me stessa.

Imparai a conoscermi, a trattarmi bene: iniziai cucinando per me e solo per me, cose buone, poi, passai ad alzarmi e a truccarmi solo per stare ferma a guardare la televisione, infine, saggiai l’aria densa e affannosa della città: provai a camminare per la strada sorridendo, provai ad odorare i profumi, ad accorgermi di come fossero vestite le persone intorno a me, ad accorgermi di loro in tutto, a sentirmi parte di un mondo grande, complesso, pieno di vite sospese, di gente, di piccole monete lanciate dentro ai cappelli degli accattoni. Il respiro tornava piano piano, gli occhiali invisibili e neri diventavano sempre più leggeri da portare: iniziai a chiedermi che cosa fosse la pazzia e se fosse tanto spregevole esserne affetti. O, se invece, non fosse una stata una fortuna per me spezzarmi per potermi ricostruire da capo e meglio, per poter sciogliere tutti i nodi.

L’inverno era finito questa era una certezza e, forse, era l’unica certezza che volevo avere nella vita.

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