ANORMALI PER SEMPRE – Parte seconda

donna con fiore bianco

– Allora, Laura, per la colazione tè e biscotti, a pranzo prosciutto e puré e a cena la minestra. Abbiamo deciso così?

Sono seduta sul letto: guardo l’infermiera con accento slavo ripetermi il menù orrendo che mi sono scelta da sola ma sono rapita dal pianto della mia compagna di stanza. Non riesco ad ascoltare l’infermiera slava che mi propone di cambiare il pure con i bocconcini di mozzarella. Sento quei lamenti (“non ce la faccio più, non ce la faccio più…”).

Ho scoperto che si chiama Clara, mi parla solo quando non piange, più le parlo meno piange, più le parlo e più penso che avrebbe bisogno di parlare ma non con me, parlarle mi rattrista: dice che un tempo era tanto bella e magra e lo dice mentre si pettina i capelli già grigi con un atteggiamento civettuolo, dice che era piena di ragazzi ma questa depressione, questa depressione l’ha fatta diventare brutta e grassa. Io, quando dice così, mi volto, le dico che sono stanca e fingo di dormire: la percezione del mio corpo si basa tutta sugli altri. So quanto i farmaci e gli esaurimenti nervosi debilitino corpo e autostima. So di essere più grassa, meno bella, so che lo sguardo di mia madre vede solo quello. Si ricorda di come ero e ad ogni Natale mi scrive un biglietto lungo che si apre sempre con la dolorosissima frase: “Dov’è la Laura di un tempo?”

Quella bella, quella magra, quella che aveva sempre la battuta pronta, quella sempre ben truccata e pettinata, la vulcanica Laura che mentiva a se stessa prima che agli altri. So dov’è. In un letto accanto ad una signora che chiede lassativi perché non riesce ad andare in bagno bene e di notte russa. È lì. A volte si rifugia nel bagno della sua stanza che non ha una porta, né una tavoletta. Le stanze restano chiuse un’ora dopo i pasti per evitare che le anoressiche o le bulimiche vadano a vomitare. È infernale vederle smaniare davanti alle infermiere: diventano tutte stitiche o costipate. Una certa S., un giorno, è stata la più furba: ha vomitato direttamente davanti alla stanza degli infermieri. “Così imparano” ha commentato.

Io non l’ho più vista in sala da pranzo.

Solo dopo alcuni giorni sono uscita dalla stanza: mi si presentava di fronte un corridoio lungo e stretto con un via vai di pazienti e infermiere che dava l’idea di un vespaio sia per brusio che per fastidio. Tutti avevano richieste da fare. Oltre il corridoio il salone con la tv che diventava ad orari ben stabiliti sala da pranzo e aveva al suo interno una sorta di serra per umani, un angolo diviso dal resto solo per i fumatori. Chiesi anche io le mi sigarette, mi vennero date ma l’accensione spettava all’infermiera: la guardai come si guardano gli assassini. Non avevo nemmeno più potere sul mio accendino. Manifestai il mio disappunto ricevendo per tutta risposta “qui non sono tutti come te.”

Sì ero la meno matta di un reparto di matti, avevo appena ricevuto un mani-encomio: fumai nella serra, mi si avvicinarono a frotte, ero la nuova arrivata, un giocattolo nuovo tutto da scoprire. Ripensandoci ora sorrido: erano “fuori” ma erano belle persone, non provavo nessun odio nei loro confronti, nemmeno compassione, forse paura di quanto potessero essere inaspettati e stupefacenti. Un vecchio schizofrenico si innamorò di me: mi portava ogni giorno le riviste in camera, mi dava bacini salivosi sulla guancia e mi faceva dei disegni a loro modo picassiani. R., invece, stava sempre assieme ad una giovane ragazza catatonica e parlava solo inglese, quando si risvegliava dalla catatonia lei traduceva urlando a squarciagola, per il resto non capivo nulla. A me non sembrava nemmeno inglese. I fumatori eravamo noi. Tutto il resto fuori era, oltre alla mia compagna di stanza, una serie infinita di quelli che il mio serafico psichiatra avrebbe definito “matti a vita” e spettri di donne che non volevano più mangiare. Facevamo schifo tutti, chi più, chi meno: a chi mi chiedeva perché ero lì, dicevo che avevo esagerato con le medicine. Non dicevano niente e per me era una liberazione e io, del resto, non dicevo niente quando il mio spasimante schizofrenico diceva di avere dietro la schiena una cicatrice lasciatagli dall’attacco di un delfino nell’oceano quando era giovane.

– Lo so che le devo raccontare la mia storia. Si chiama anamnesi.

– Lei sa un sacco di cose, è molto intelligente ed è un peccato sia qui.

– Allora, mi lasci iniziare e anche finire, dico tutto di un fiato, sono cose dolorose e se piango non dica niente, mi soffio il naso e vado avanti…succede sempre, lei non è mica la prima.

– Sono tutta orecchi.

– Bene.

Sapevo, ormai, la manfrina a memoria, tutto quello che mi rendeva parte di quella classe di persone afflitte dal disturbo Borderline di personalità cluster b. Più veloce possibile, meno dolore possibile.

– Sono nata il 12 Settembre del 1991. Mia sorella ha cinque anni più di me ma siamo sempre state molto legate e la differenza di età non si è mai fatta sentire più di tanto.

Non ho molti ricordi della mia infanzia a parte uno ben stampato nella mente: la mia famiglia che mangia a tavola e io nascosta dietro al divano davanti alla finestra del salotto a piangere. I miei pensieri in quel momento erano preghiere che recitavano: “Dio ti prego portami via da qui.”, certe volte capitava che dicessi: “Dio ti prego se questa è la vita fa che io muoia.”. In ogni caso, tutt’ora non riesco a stare a tavola più di tanto. In nessuna tavola al mondo.

Fin da subito i miei genitori hanno cercato di instillarmi due cose: l’obbligo di dover essere la migliore in ogni cosa, soprattutto, a livello scolastico, e un’insana e disumana gara con mia sorella.

Così per tutta la vita non ho fatto altro che tentare di seguire le orme di una sorella molto intelligente e di cinque anni più grande, iscrivendomi alle stesse scuole, prendendo i suoi stessi voti, confrontando le nostre pagelle…e così, ottimo alle elementari, ottimo alle medie, 100 alla maturità e, infine, 110 e lode in Lettere Moderne ma, come dicono i miei genitori, lì ho sbagliato perché mia sorella ha fatto Medicina e la mia “minilaurea”, come la chiamano loro, non vale lo stesso.

A questo punto il problema è chiaro: io non ho mai ricevuto affetto né soddisfazione dai miei genitori, sono diventata una ragazzina divisa tra il voler accontentare i desideri di mamma e papà e il voler, invece, vivere una vita come tutti gli altri miei coetanei.

Io studiavo e basta mentre gli altri uscivano a divertirsi. Studiavo anche di sabato.

In quarta superiore sono iniziati i primi sintomi di un’insoddisfazione latente che si esprimeva attraverso varie malattie psicosomatiche: caduta di capelli, acne, mal di stomaco.

Poi è arrivata l’Università e non ho fatto altro che sentirmi sempre più svalutata dai miei genitori, in compenso, ho iniziato una ribellione: il fumo, le prime uscite serali, le ubriacature e, poi, neanche a dirlo, l’amore.

L’amore è stata la trappola che mi ha trascinato nel DAG…

– Aspetti, intende il Disturbo d’Ansia Generalizzato?

– Sì, questa la mia prima diagnosi. Per tre anni ho amato una persona che non mi ha mai ricambiato. Era il migliore e io lo volevo conquistare forse perché, ormai, tenevo di più all’obiettivo che consideravo il massimo per una come me che a lui come persona.

Sono così iniziati i sintomi veri e propri: morsa attorno al cuore, sudorazione, tachicardia, peso sullo sterno continuo.

E, poi, a questo si è affiancata la mia vena caratteristica di depressione, il mio pessismo cronico…

Penso che tutto questo sia iniziato molto lontano quando mia madre ha preferito abbandonare me e mia sorella dai nostri nonni paterni pur sapendo quanto fossero crudeli e feroci. Penso che sentirò per sempre questa sensazione di abbandono.

Sono stata così da un’endocrinologa, poi da una psicologa ma a me pareva uno scherzo, volevo che il MALE andasse via subito perché non c’era mai stato e, invece, da quattro anni a questa parte mi sono resa conto che non ricordo nemmeno più cosa significhi stare bene, non ricordo nemmeno più una vita senza ansia e non credo riuscirò mai più a ritrovare quella pace perché forse non c’è nemmeno mai stata.

Dopo la psicologa, due psichiatri: il primo mi ha dato Pasaden in gocce e il Cipralex, il secondo ha detto che il mio non era un problema psichiatrico e sarebbe bastato un buon psicologo.

Venire a Milano doveva essere la svolta della mia vita e, invece, sono stata male e, poi, peggio fino a che mi sono sentita persa in tutti i miei punti di riferimento: ho lasciato la psicologa che vedevo da ottobre, ho lasciato lo psichiatra che vedevo da gennaio e che mi aveva dato il Cymbalta e, poi, l’Eutimil, unico farmaco che era riuscito nell’immane impresa di farmi stare bene, ho sentito di aver perso mia sorella che proprio in questi mesi si è felicemente fidanzata, ho sentito di aver perso la mia coinquilina nonché migliore amica che ha trovato un bravo ragazzo, ho percepito l’insensatezza della mia attuale frequentazione, l’insensatezza di una vita passata a cercare di sopravvivere faticosamente, una vita in cui non esiste spensieratezza né felicità alcuna.

E così ho tentato il suicidio.

L’esperienza è stata molto interessante e sembrava avermi insegnato molte cose ma, ora, l’Eutimil non ha più effetto alcuno e sopravvivo grazie allo Xanax, la voglia di morte e di fine è tornata e tornerà sempre.

Non è possibile spiegare a parole come sia la mia vita e so che non c’è guarigione. Fine. Posso andare?

– Spenda ancora qualche parola sul rapporto con i suoi genitori, per favore…

– Non c’è molto da dire…di mia madre ho puro terrore, lei è una persona autoritaria, assolutamente priva di autocritica, se ha occasione legga il libro “Lettera al padre” di Kafka, mia madre è esattamente così.

Mio padre è succube di mia madre nonostante si odino.

Non c’è mai stato amore in casa mia e mai ci sarà.

Nonostante questo sono convinta che uscirò da questo Male solo con l’aiuto dell’amore, l’amore verso me stessa e l’amore di qualcuno per me. Riuscire a percepirlo senza pensare che ci sia qualcosa sotto sarebbe già un bel passo in avanti.

– L’ha imparata a memoria davvero? Percepisco uno stato annoiato mentre lei dice cose di una pesantezza…insomma, sono cose pesanti.

– Sì, è a memoria. Trucco magistrale: guardati da fuori e racconta la tua vita senza pensare sia la tua. Mi fa superare questi drammatici incontri.

– Perché drammatici?

– Perché…vorrei non doverle dire i cazzi miei.

– Capisco. Ma parlare è l’unico modo che ha, L., per venirne fuori. Io percepisco in lei una sindrome di attaccamento letale, una paura dell’abbandono che la fa stare male…

– mmmh…

– Riesce a studiare ora come ora?

– No.

– Sente che riuscirebbe a portare avanti un’esperienza lavorativa con continuità?

– No.

– Fa delle grandi abbuffate e poi si pente?

– Capita…

– Quanto spesso non si attiene alle dosi prescrittele dal suo medico nell’uso dei farmaci?

– Spesso.

– Specifichi spesso.

– Sempre.

– Ha un fidanzato diceva…

– Un conoscente…non voglio parlarne.

– Le capita spesso di avere rapporti sessuali?

– Sì.

– Magari non preoccupandosi delle conseguenze o non proteggendosi come dovuto?

– Immagino di dover rispondere di sì…

Sta scrivendo ora: è la mia diagnosi ma io già la so.

– Tutto mi fa pensare ad un disturbo della personalità Borderline: inizierei con il Depakin da 300 mg. Ci vediamo la prossima settimana per sentire come va.

In questi lunghi 23 anni sono sempre venuta dopo tutto per tutti e se sono qui ora, in questo purgatorio bianco moderno e senza inferriate, è a causa dell’Amore. Un argomento che affronto quasi sempre di striscio con i medici perché devono credere che io sia matta mentre sono solo affamata. È stato il primo amore a farmi scoprire l’assurdità della mia prima diagnosi, il DAG: disturbo d’ansia generalizzato. Mi aveva fatto venire le farfalle nello stomaco, mi aveva accelerato i battiti, mi aveva offerto per la prima volta quell’ansia buona da innamorata, eppure in poco tempo mi rendo conto che sto rincorrendo un sogno che non esiste più perché dentro di me è già un incubo perché quando lo vedo mi batte il cuore ma al punto da farmi stare male, perché le farfalle nello stomaco sono ragni gelidi, perché ho paura, paura di lui, paura di chi dovrei amare, comincia a diventare troppo per me, comincia a diventare un bersaglio inafferrabile, comincia a diventare solo dolore.

Non sono mai più tornata indietro. Anche dopo averlo perso, anche dopo aver cambiato città qualcosa di appiccicoso e maligno mi è rimasto addosso: quel bisogno di amore che lui non aveva saputo colmare e che io, con le mie forze, non potevo dimenticare. Ero una tazza vuota, una mina vagante alla ricerca di qualcuno che potesse amarmi e ho amato tante persone e ho perso tanto tempo e tante lacrime. Amavo tutto ciò che era impossibile, la mia testa era sempre posata sulla lapide incombente di amori privi di senso, nati morti, come feti prematuri.

Sono invidiosa di tutte le donne che meritano di essere amate.

Sono invidiosa di quella donna che sposerà il mio primo amore, so che lui sarà sempre con me nella mia malattia, anche se dovessi guarire sarà il prima di un tempo che è venuto dopo un tunnel di sofferenza. La sua inconsapevolezza di ragazzo è così perdonabile adesso che penso che la sua esistenza sia stata solo la richiesta ultima del mio corpo di chiedere il conto di tutte le mancanze che avevo accumulato. Il mondo che ruota intorno ad una madre arida, aggressiva, insensibile che non sa amare né te né tuo padre e nemmeno se stessa. Le sono tutti sopravvissuti a casa tranne me. Questo me lo rimarca sempre come a ricordarmi che lei non è poi così tanto un mostro. Il mostro sono io, l’ho sempre saputo, e tutti questi gesti autolesivi non erano altro che la dimostrazione di quanto volevo bene loro anche senza essere ricambiata. Ho sempre saputo quando era l’ora di togliersi dai piedi, in amore e in famiglia. Adesso piangono e dicono che vaneggio. Ripenso al primo amore, stasera non vuole uscire dalla mente: chissà quale donna sceglierà, chissà se mi assomiglierà. So solo che la vedo sorridere, uno di quei sorrisi genuini, con i bei capelli lunghi.

So solo che non sarò io.

– Allora i miei hanno pensato che fosse necessario un mesetto d’intensa attività terapeutica…

– Io ho disturbo ossessivo…

– Mmmh, ti capisco… Io l’ho fatto sempre per uomini…

Prima di venire qui il mio ultimo psichiatra mi ha dato della tossica…

– Che coglione, cambiarlo?

Quando ho conosciuto Giorgia che, però, si faceva chiamare sempre G da tutti, ho implementato la mia capacità di inglobare in una frase più parolacce possibili.

Lei era alta, scheletrica ma forte come una roccia, con delle labbra sottilissime e i capelli arruffati lasciati cadere ai lati del volto. Veniva in sala sempre con la stessa camicia da notte macchiata che mi faceva sorridere moltissimo.

Era la prima volta che conoscevo una ragazza giovane che avesse i miei stessi problemi. Ne ero felice ed entusiasta, l’avrei impacchettata e portata a casa per mangiare pop corn guardando film stupidi e deprimerci insieme. La sua amicizia, lì dentro, era per me l’unica forma di libertà che volevo in quel momento.

– Sarebbe il quinto…e lui dice che il mio costante cambiare è sintomo della mia malattia.

– Uhm…coglione.

– Non voglio dargliela vinta. Io…io li mitizzo questi psichiatri, penso siano persone zen, equilibrate…rifletto tutto su di me. Per cui quando mi ha detto che sono sulla buona strada per la carriera di matta a vita…

– Hai pianto? Io avrei pianto. Siamo giovani e possiamo guarire meglio di altri, questo dice la mia che, però, è stronza lo stesso.

Silenzio.

– Ho sempre sperato di conoscere qualcuno di non normale.

– Anche io.

– Volevo sposare un pazzo…

– Io uno psichiatra.

– Dio mio no, gli psichiatri sono stronzi, ti imbottiscono di medicinali e basta…- disse, sconvolta al solo pensiero che potessi dire una cosa simile.

– Ma no, ti ascoltano, ti comprendono e, poi, ti fanno le ricette…Tante, tante, tante ricette. Puoi fare sesso con loro in cambio di una ricetta per lo Xanax.

Ce la ridiamo della grossa e ci sentiamo forti insieme mentre calpestiamo le ceneri della stupidità degli uomini che abbiamo conosciuto.

Ci scambiamo i ricordi come figurine.

– Ci pensi mai ad avere figli?

– Non ne farei mai. Cosa potrei offrire come madre? Depressa, disturbata, tossicomane.

– Figli pazzi…

– Figli tristi.

– Io li vorrei, però… anche se sono entrata in questa cazzo di storia per amore…uno stronzo, ho iniziato a non mangiare più, poi, mia madre mi trovava sempre raggomitolata sotto la scrivania col mio coltello. Ne ho visti di psicologi mentecatti…

– Per amore si arriva alla pazzia, alla nostra pazzia. Sono talmente abituata al dolore, assuefatta che non saprei essere me senza.

– Idem. Almeno qui posso fare la depressa veramente. Ultimamente era diventato difficile anche uscire di rado. I clown sono le persone più tristi.

– Io vorrei…vorrei solo essere normale. Per un minuto, cinque minuti. Come quelle ragazze sorridenti alle fermate degli autobus, come una casalinga che fa le polpette, come qualsiasi altra persona…Dimenticare di esistere per un minuto e vivere e basta. Non avere coscienza di sé…Diventare normale.

– Mi dispiace ma credo che saremmo anormali. Per sempre.

No, non puoi retrocedere dopo aver vissuto cose così tanto fuori scala. Non puoi tornare indietro. Puoi andare avanti, ricostruire da macerie che non hai creato tu, perdonare le persone che ti hanno messo al mondo per averlo fatto, perdonarti per esserti automutilata, per il tempo che hai perduto negli ospedali, per quelle notti senza fine passate sotto lenzuola gelate, perdonarti per aver tenuto tutti a distanza o troppo vicini, per aver cercato calore in braccia sbagliate, per aver ascoltato tutto e tutti, per aver perso corpo e identità in un unico gesto.

– Mi sento una pallina del flipper. Sballottata di qua e di là.

 

– Andiamo a chiedere a quelle troie di infermiere se ci danno le sigarette.

(to be continued)

 

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