ALLA RICERCA DEL MALE (MAI) PERDUTO

LaPersonaggia riemerge dalle tenebre per parlare, giustappunto, di tenebre.

…una di quelle cose logiche ed evocative che a me tanto piacciono, quindi, cominciamo subito.

L’idea mi è balzata in testa ascoltando i sempre meno rari commenti in merito alla scelta della mia
tesi di laurea: quando le persone che mi stanno intorno scoprono che ho intenzione di studiare attentamente il pedofilo più celebre della letteratura contemporanea, ossia, Humbert Humbert (ndr. Leggete “Lolita” di Nabokov, fatelo, aiutatemi a far capire al resto del mondo che non ha nulla a che vedere con la pornografia…) mi rispondono con la faccia contorta in una smorfia di orrore “Ma come fai? Io non ci riuscirei mai…” e, alla mia risposta, ormai, pronta e preparata a tavolino, “Mi piace studiare l’ombra perché una volta scandagliata non fa più paura.” i miei interlocutori più intelligenti mi chiedono se sia davvero sicura che, una volta addentratami nell’ombra umana, io riesca a trovarne la fine.

Ammetto di non ribattere, probabilmente, perché la domanda è acuta e sciocca assieme: ovvio che l’oscurità dell’Io non ha fine ma è anche vero che non avrebbe molto senso vivere lo studio della psiche con l’idea di un traguardo. Non siamo vasi da svuotare, siamo oceani e la mia stessa voglia di studiare il male non nasce dalla superba volontà di distruggerlo ma, anzi, scaturisce da una missione più importante, quella di comprenderlo.

(Qualcuno direbbe che la mia sola premessa costituisce un post da vero blog e che se dovessi proseguire anche di una sola riga quello che faccio diventerebbe un orrore, una cosa insopportabile, una noia mortale…perdonatemi, lettori, se non scrivo per voi, perdonatemi se vi ho fatto credere di essere entrati in un blog o in un’enciclopedia…mentre sono solo io che scrivo quello che voglio, come voglio e per quanto a lungo voglio.)

La lezione su Lolita ve la tengo un’altra volta, magari, dopo aver iniziato a scriverla questa tesi in modo da sentirmi leggermente più giustificata per la mia saccenza, oggi vorrei parlare d’altro: mi piacerebbe scandagliare la sottile differenza che separa lo psicopatico dal delinquente.

Che ci sia una differenza l’ho scoperto anche io poco tempo fa, per due motivi: una mia amica psichiatra mi ha raccontato che molti suoi pazienti vengono dimessi perché, pur comportandosi in maniera che noi “normali” definiremmo “poco consona” non presentano alcun genere di patologia psichiatrica. Scatenano risse, sono iperaggressivi, non hanno il senso del limite, non hanno coscienza di ciò che fanno eppure non sono, come amiamo dire noi “normali”, “matti”, non possono venire ricoverati, non possono subire un Trattamento Sanitario Obbligatorio: sono solo delinquenti.

E’ anche possibile il contrario: basti pensare al caso Maso, il ragazzo che nel 1991, a soli 19 anni, uccise i suoi genitori assieme ad alcuni amici per poter godere fin da subito dell’eredità. Condannato, nonostante la perizia psichiatrica avesse portato alla luce un parziale ma ben radicato vizio di mente, a trent’anni.

Quindi, si può essere dei delinquenti con o senza turbe psichiche.

La cosa mi risulta un po’ bizzarra, la mente umana è un labirinto molto affascinante, perché uno potrebbe domandarsi: ma come può una persona con notevoli guasti mentali avere doti, che ci sembrano pressoché afferibili solo a persone dotate di intelletto, come la freddezza, l’organizzazione, la meticolosità?

Probabilmente, se andassimo a conoscere la maggior parte dei serial killer esistenti sul globo terracqueo scopriremmo, forse con orrore, che sono le persone più intelligenti che conosciamo: uccidono per anni senza essere mai catturati, uccidono senza lasciare tracce, riescono molto spesso a sdoppiarsi e a vivere una vita che farebbe un baffo alla fantasia di Stevenson e al suo Dottor Jekyll. E’ il caso di Kuklinski, un serial killer così efferato da essere assoldato come sicario da una cosca mafiosa italoamericana, un omicida che squartava di sabato notte le vittime e la domenica mattina faceva la grigliata in giardino con gli adoratissimi figli.

Più proseguo in questi ragionamenti, e più penso a quanto Humbert Humbert abbia così poco del personaggio di romanzo, quanto reale sia la capacità camaleontica dell’uomo…

E ripenso anche a Socrate e alla sua smania di conoscere se stesso per riuscire a vedere se quei mostri che, agli occhi altrui, abitavano solo la mitologia, fossero anche dentro di lui.

L’azione di “sbattere il mostro in prima pagina” è chiaramente la più umana delle azioni: releghiamo sulle pagine di un giornale ciò che vogliamo diversificare da noi. Se inorridiamo ci confortiamo: diciamo a noi stessi che se proviamo ribrezzo noi non potremmo mai fare quelle cose. Non potremmo mai uccidere, stuprare, squartare, anzi, non possiamo nemmeno concepire tali atti. Nella nostra mente la violenza viene relegata nello scaffale del “Male”, che c’importa che molto spesso siano uomini e donne di buona famiglia i protagonisti dei delitti?, che c’importa che, la maggior parte delle volte, il commento del giornalista sotto la notizia agghiacciante sia “nessuno in Paese se lo sarebbe mai aspettato.”? (per non citare il commento ancora più squallidamente famoso “salutava sempre.”…)

Ma c’è il rovescio della medaglia: i programmi che seguono i casi di cronaca nera sono i più seguiti, la voglia del macabro c’è ed è ben presente, si tramuta in punti di share e in una sete di dettagli forse più malata dei dettagli stessi.

I cittadini incensurati si tramutano in scopofili: vogliono osservare bene quello che non riescono a fare, quello che la loro mentalità rigetta ma che i loro istinti più cupi che, badate bene, sono in ognuno di noi, vorrebbero portare a termine.

Devo ammettere che questo articolo non sarebbe mai nato se io non mi fossi, nelle ultime settimane, appassionata del pensiero di Galimberti e devo dire che, se non avessi letto e ascoltato le sue parole, ora potrei offrirvi ben poche risposte. Ma non è così, fortunatamente.

Il male si diffonde, guasta le società postpagane semplicemente perché il monoteismo ha introdotto il pensiero dicotomico dominante ossia quello che suddivide con il filo spinato il Bene dal Male.

Questa netta divisione ha aperto la strada al senso di colpa che ha, del resto, aperto la strada alla sofferenza e alla disperazione: perciò non facciamo nulla di male eppure il Male esercita su di noi un fascino malato; chi, invece, fa il Male, salta l’ostacolo, il filo spinato, deve votarsi ad esso completamente, agli occhi della gente non è altro che efferatezza e crudeltà, è il mostro.

Enfatizzando il Bene, il Male è diventato l’unica scappatoia da una società in cui ciò che impera non è la bontà bensì l’ipocrisia, la repressione, l’oppressione.

Sarebbe molto più facile ammettere che Male e Bene convivono insieme, sono intrisi l’uno dell’altro e non si può, per esempio, amare senza odiare, non si può vivere una vita senza sentimenti negativi senza pagare il pegno di essere persone che moriranno infelici o, ancor peggio, un giorno, esploderanno.

Le persone insospettabili che compiono i delitti sono le vittime di questo meccanismo malato.

Galimberti porta spesso l’esempio del Dio Pan che, nell’antica Grecia, era il dio dello stupro e della violenza carnale ma che risiedeva assieme agli altri Dei nell’Olimpo, beveva Ambrosia come loro perché, d’altronde, anche tutti gli altri Dei erano buoni e cattivi allo stesso tempo. Poi, è arrivato Lucifero che era “il migliore tra gli angeli” ma, secondo una logica molto moderna, provava ambizione, volontà di affermarsi, invidia. Tutti sentimenti umani, se notate.

Ed ecco che viene fatto precipitare dal Paradiso e viene relegato all’Inferno. Eppure da lì fa più male, da lì dà adito a tifoserie, qualcuno comincia a dire che “no, è stata un’ingiustizia, una vigliaccata.”

Talvolta immagino come sarebbe stato se le cose fossero state raccontate diversamente: immagino Dio scendere di fronte a Lucifero e affrontarlo, immagino Dio dimostrare sul campo la sua superiorità, immagino Lucifero ammettere “Hai ragione Dio, sei meglio tu.”

E immaginando tutto questo mi viene da ridere perché, se fosse successo, ora sarei una persona religiosa e la domenica, anziché dormire, mi toccherebbe andare a messa.

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