A tu per tu con ERRI DE LUCA

«Destino, secondo definizione, è un percorso prescritto. Per la lingua spagnola è più semplicemente arrivo. Per uno nato a Napoli il destino è alle spalle, è provenire da lì. Esserci nato e cresciuto esaurisce il destino: ovunque vada, l’ha già avuto in dote, metà zavorra e metà salvacondotto.»    (da “I pesci non chiudono gli occhi”)
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Nome: Erri De Luca
Città Natale: Napoli
Data di nascita: 20 Maggio 1950

Professione: scrittore, traduttore, poeta.
Ultimo libro: La doppia vita dei numeri (Feltrinelli, 2012)

Attualmente collabora anche con numerosi giornali nazionali (Corriere della Sera, Manifesto, Avvenire, etc.), ama la montagna, pratica l’arrampicata sportiva e vive nella campagna romana.

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I migliori scrittori sono quelli che ti fanno venir voglia di scrivere.
Quelli che fanno venire voglia di scrivere a tutti, non solo ad aspiranti letterati, scribacchini in erba, giovanotti con velleità artistiche, no, intendo proprio quelli che costringano chiunque li legga a prendere un foglio, a scarabocchiare qualcosa, quelli che ti fanno nascere le idee, i pensieri come non li avevi mai pensati prima, come non avresti mai potuto immaginare di poterli pensare.

Ecco, Erri de Luca per me è uno di questi ma è anche di più, perché non solo mi ha fatto, e mi fa, venire voglia di scrivere ma possiede anche lo stupendo potere di far venire la voglia di scrivere come lui.

In realtà, non ho molte parole per uno come Erri De Luca: leggo i suoi libri e in quelle pagine io trovo tutto quello che, secondo il mio parere, dovrebbe esserci.

Amo il modo in cui gioca con le sue due lingue, il napoletano e l’italiano, affondo senza troppe resistenze nella profondità dei sentimenti che le sue piccole frasi esprimono.

Le sue frasi racchiudono mondi, costruiscono vite, parlano del passato con la voce di un presente pregno di nostalgia. Mi riesce, così, molto difficile, come per tutti i romanzi che mi colpiscono davvero, staccarmi dalle sue storie.

Le sue storie sono, per me, piccole cicatrici dalle quali è impossibile dividersi.

E, come si dice ne “Il giovane Holden”, gli scrittori che ami sono quelli con cui vorresti scambiare quattro chiacchiere, quelli che vorresti fossero i tuoi amici per la pelle per poterli chiamare quando ti gira.

Si può dire che io, qualche tempo fa, abbia deciso di prendere il buon vecchio Salinger alla lettera e abbia tentato l’intentabile, ossia, cercare di fare le domande che avrei sempre voluto fare a Erri De Luca: ne è nata questa piccola intervista.

Buona lettura.

1) Secondo lei, “scandalo” e “letteratura” sono due termini antitetici oppure non possono fare a meno di andare a braccetto?

Scandalo è appena una spezia, come la presenza di un delitto, di un intreccio amoroso. Si tratta di ingredienti d’occasione.

2) È stato definito da Giorgio de Rienzo “lo scrittore del decennio”: come vive il paradosso dello scrittore che è quasi sempre diviso tra il desiderio di isolamento e la volontà di essere letto?

L’isolamento è una buona condizione per scrivere. Essere poi apprezzato da un lettore è un effetto gradito, ma esterno e successivo.

3) Come si sente un traduttore ad essere tradotto?

Allo stato attuale alcuni miei libri sono tradotti in una trentina di lingue, l’ultima è una bella edizione in coreano. È per me una moltiplicazione miracolosa della specie dei pani e dei pesci.

4) La principale caratteristica del suo lavoro di traduttore è la volontà di rimanere quanto più fedele possibile all’originale, la sua, quindi, è una traduzione che non ha intento estetico. Pensa di essere riuscito a confutare il luogo comune che risponde al detto “Tradurre è tradire” oppure considera la traduzione in sé un concetto paradossale, visto che è qualcosa che non saprà mai raggiungere la verità e, quindi, la perfezione?

Il traduttore è un facchino da una lingua a un’altra, porta su di sé un liquido che in parte  si disperde nel trasporto. Applico fedeltà maniaca e assoluta solo quando traduco dall’antico ebraico i testi sacri. Lì desidero fare esempio di ricalco. La perfezione è il traguardo di un momento, come la felicità, dura un secondo, per una parola, al massimo per un verso.

5) So che uno dei suoi romanzi preferiti è “Don Chisciotte”, le vorrei, quindi, chiedere che cosa significhi per lei la parola “follia”. Secondo lei, la nostra società ha bisogno di più o di meno follia?

Follia è una deviazione dal comportamento comunemente accettato e perciò varia secondo epoche, usi e costumi. Chisciotte non è folle, ma uno che vuole applicare alla lettera le regole della cavalleria errante. Ma quella istituzione è scaduta da secoli e lui è arrivato ultimo e fuori tempo massimo. Lo danno per folle, ma è solo in anticipo o in ritardo.

6) In molte interviste lei ribadisce l’inutilità della figura dell’intellettuale, figura che non sarebbe più capace di incidere nella società odierna. Ma, tornando indietro nel tempo, non è stato sempre così. Secondo lei da cosa è stato determinato l’esaurimento di questo ruolo?

Da noi l’intellettuale ha sempre desiderato di fare il consigliere del re, del potere, da Petrarca in poi. Ma nel 1900 i poeti sono stati rinchiusi in prigione, ammazzati perché scrivevano versi, l’ultimo caso appena emerso è quello di Neruda, ucciso dodici giorni dopo il colpo di stato militare di Pinochet in Cile, con una iniezione mortale mentre era ricoverato in una clinica. Se non si ha quella integrità di vocazione che ammette il sacrificio, la perdita della libertà, allora è meglio che l’intellettuale sia inutile, cioè inservibile al potere.

7) Nel suo ultimo romanzo “La doppia vita dei numeri” lei racconta una partita a tombola tra i due protagonisti, vivi, e i loro genitori, morti, tornati per l’occasione dall’aldilà. Che cosa l’ha spinta a creare questa storia? Quanto ha inciso la consapevolezza che il vero problema della morte non è la morte in sé ma il distacco, il senso di abbandono che essa determina. Anche nella commedia di Eduardo De Filippo “Questi fantasmi” puche la presenza dei fantomatici fantasmi dimostri l’incapacità dei personaggi di maturare, di crescere, di accettare la realtà una volta per tutte. La morte, la verità, i distacchi sono cose che fanno bene o fanno male?

Ho scritto una visita dei miei genitori in una sera di capodanno. Non vivono più da tempo ma li ritrovo in due occasioni, quando mi vengono in sogno e quando scrivo di loro. Mentre lo faccio sto di nuovo con loro. Non  so elaborare lutti, per me è sempre il giorno uno della loro assenza, che non ha una scadenza di fine pena, come per l’ ergastolo. Allora scrivo per farli venire e stare un poco insieme. Mi oppongo con queste forze alla prepotenza della morte. In “Questi fantasmi” gli spettri non esistono e fa ridere colui che ci crede. Nel mio racconto è tutto il contrario.

8) L’ho sentita rivendicare l’unica condizione che le appartiene che sarebbe quella di “figlio” ma nella sua poesia “A mia madre” lei scrive “Non sono stato figlio.” Lungi da me voler indagare la naturale contraddittorietà dell’ispirazione, ma, vorrei chiederle come ha superato, negli anni, questa sensazione di incompletezza, di “non compimento” data sia da una paternità mancata sia da una “figlità” malriuscita?

Sono rimasto figlio perché non sono padre di nessuno. In quella pagina dedicata a mia madre scrivo che per lei assomigliavo a suo padre, a suo fratello. Era lei che mi spostava dalla figura di figlio. Per me restare figlio significa avere una strana complicità con la gioventù seguente, insieme a una mancanza di responsabilità adulta verso di essa.

9) Alcuni critici e anche certi scrittori definiscono l’autobiografismo come qualcosa di antiletterario. Lei, invece, afferma spesso come ci sia davvero poco di inventato in ciò che scrive. Dove sta la ragione (se esiste, ovviamente)?

Scrivo solo storie mie e con io narrante che le dice dall’interno. Questo è il mio ambito, di redattore di cose attraversate piuttosto che di autore di storie inventate. Non capisco bene le categorie usate dalla critica letteraria e non so nemmeno distinguere se mi escono racconti o romanzi, perciò le dico: storie.

10) Quando viene invitato alle varie trasmissioni televisive, vive con ansia il fatto che, essendo uno scrittore da milioni di copie, lei debba in qualche modo anche “fare lo scrittore da milioni di copie”? Ha mai corso il rischio di essere fagocitato dal personaggio “Erri De Luca”?

Non mi viene nessuna ansia, in genere non conosco l’esperienza e perciò nelle cose che scrivo non c’è traccia di questa accelerazione di battiti e di respiro. Del resto non potrei scalare una parete di roccia se soffrissi di ansie. Evito la parola personaggio per me e per gli altri, la considero un peggiorativo della parola “persona”. E io sono e resto la stessa persona, in pubblico e in privato, senza sforzo.

11) Conosco il suo profondo interesse per la politica e, proprio per questo, vorrei chiedere la sua opinione in merito alla spinosa questione delle carceri italiane. Che cosa stanno dimostrando i Radicali secondo lei? Che l’Italia è un Paese che non ascolta nemmeno chi sembra lasciarsi morire di fame oppure che in Italia l’ingiustizia viene curata con l’autodistruzione anziché con una sana proposta di legge?

Siamo un paese che considera le prigioni una discarica e che tollera i campi di concentramento per immigrati colpevoli di viaggio. Del resto chi si può permettere una difesa adeguata, a pagamento abbondante, evita la prigione quasi sempre. La legalità da noi dipende dal censo.

12) Tutti conoscono il suo passato di attivista politico, quello che non tutti sanno è il modo in cui lei consideri il suo passato: crede veramente che la sua sia una generazione che ha perso? E per la nostra, invece, secondo lei, c’è uno spiraglio per la vittoria o, almeno, per la redenzione?

Resto leale con le ragioni della mia generazione, l’ultima rivoluzionaria del 1900. Era necessaria e contemporanea di innumerevoli altre rivoluzioni. Scaduto il 1900 e con esso la parola rivoluzione, spetta alle generazioni seguenti inventare una prassi alternativa al potere, per non restare subordinati e inerti alle scelte fatte sulla loro vita.

13) Rimango in tema, perché vorrei chiederle se considera quella sessuale una rivoluzione persa più o meno come quella comunista.

Non considero persa nessuna rivoluzione, neanche quella cancellata fisicamente, non considero perso nessun movimento di opposizione. Il cambiamento dei costumi sessuali non rientra per me sotto la voce rivoluzione.

14) In un’altra intervista lei afferma che l’attuale classe dirigente viene da tutt’altra parte rispetto alle sue “barricate”. Mi spiegherebbe questa affermazione? Ma, soprattutto, mi saprebbe dire perché il potere sembra attirare solamente chi è già potente di suo?

La classe dirigente di questo paese non ha nessun esponente che è stato nelle lotte rivoluzionarie degli anni ’70 e ’80. È interamente formata da membri delle nomenclature parlamentari.

15) Lei che conosce a fondo sia le Sacre Scritture che la lotta politica, mi saprebbe dire qual è secondo lei il personaggio più rivoluzionario della Bibbia?

La divinità.

16) Negli ultimi anni, si riscontra nella nostra società una crescente paura della povertà che arriva quasi all’isterismo (quando non al suicidio). Si pensa, in qualche modo, che la povertà abbia una portata nullificante per l’individuo. Secondo lei, come e perché è cambiato negli ultimi decenni il rapporto del singolo con la proprietà?

Da noi si è sviluppata una idolatria del denaro che ci ha portato a eleggere capo di governo un riccone, a presidente della repubblica un governatore della banca d’ Italia, a farci governare oggi da un commissario europeo. Siamo un caso clinico del delirio economico, perciò i suicidi  risentono come fallimento generale di tutta l’ esistenza quello che è un deficit di bilancio. S’ingigantisce il pericolo della povertà, ci si vergogna di risparmiare. Passerà come tutte le influenze da opinione pubblica.

17) La proposta di legge del Presidente Hollande sui matrimoni gay ha portato notevole scompiglio nelle piazze francesi. Secondo lei, cosa si nasconde dietro a questa dittatura della maggioranza? Non trova assolutamente irrazionale la volontà che contraddistingue i più di arrogarsi il diritto di decidere per tutti ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? E’ solo paura del diverso o c’è qualcos’altro?

La democrazia fa della maggioranza un feticcio. Ma la storia procede attraverso minoranze. La nostra Resistenza fu opera di  poche decine di migliaia, a fronte di milioni di assuefatti. La scelta di dare legittimità ai legami omosessuali allarga il campo delle libertà individuali in un tempo che invece le restringe. È un segnale che viene da uomini come Hollande e Obama, presidenti che si sono smarcati dalle opinioni della maggioranza.

18) Lei è stato giurato alla 56^ edizione del Festival di Cannes terminata con la premiazione del film “Elephant” di Gus Van Sant, ispirato alla vicenda del massacro alla Columbine High School ad opera di due studenti armati.  Lei cosa pensa del fenomeno delle stragi americane, messe in atto, soprattutto, da giovani? Davvero è tutta colpa della facilità con cui in America è possibile ottenere il porto d’armi? Davvero basta la disponibilità di un fucile a determinare l’istinto omicida?

La gioventù manifesta spesso una volontà di potenza, più o meno repressa dalle circostanze. Un fucile a portata di mano fa sentire il brivido di onnipotenza sulla vita e sulla morte. “Finchè li cerco io, i latitanti sono loro”, canta De André nel Bombarolo.

19) Le statistiche dichiarano che Napoli è penultima per qualità della vita. Il suo amore per la città è notorio, tanto che negli ultimi tempi è stato anche coinvolto in una piccola polemica con lo scrittore Lanzetta. Lei ritiene di avere una visione troppo romantica e, quindi, distorta di Napoli?

Credo che Napoli sia inafferrabile e ingiudicabile da parametri ordinari.

20) In un’altra intervista, lei definisce quella tra un uomo e una donna che si amino l’alleanza più forte possibile tra due individui. Dati recenti, però, dicono che in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa e nella maggior parte dei casi l’assassino è il marito o il fidanzato. Si può dire, quindi, che in Italia l’amore uccide. In che cosa stiamo sbagliando, secondo lei?

L’amore uccide da sempre, perché è il più forte sentimento e la più scatenata energia. Da noi il genere maschile avverte una impotenza nei confronti della donna, che rivendica il diritto di sbarazzarsi di lui, di sostituirlo. Questo sgomento scatena il delirio della distruzione della donna, di se stessi, dei figli. È una resistenza contro l’indipendenza femminile. Alla fine il genere maschile si arrenderà all’evidenza.

21) Il crescere dell’antipolitica in Italia, secondo lei, può essere in qualche modo dovuto a quella che lei spesso ha definito “la mancanza di coesione del popolo italiano”?

Non vedo nessuna manifestazione di antipolitica, escluso quella dei governanti che invece di occuparsi di politica si occupano dei loro interessi privati in atti pubblici. L’antipolitica è una parola usata da chi cerca di scomunicare il dissenso.

22) Negli ultimi decenni sembra essersi sviluppata una visione a dir poco distorta della religione cattolica. Una visione che vorrebbe dimenticarsi regole, dogmi ed istituzioni in favore di un credo fai da te che risponde al motto: “Credo in Dio a modo mio”. Secondo lei, i concetti di religione e progresso sono concetti che possono stare nella stessa frase o rappresentano solo un escamotage per trovare delle autogiustificazioni alla propria pigrizia spirituale o, ancor peggio, all’insensatezza di culti che hanno perso per strada il loro significato di esistere?

Religione è uno strumento per spiegarsi la vita, ha i suoi riti ma anche le sue applicazioni individuali. Quando il credente prega, si rivolge con il tu e stabilisce un contatto esclusivo. In questo rapporto a due il progresso non interviene, così come non interviene in altri campi. In letteratura Goethe non è un progresso rispetto a Dante.

 

23) Un’ultima domanda, la poesia è combattimento, è il dispiegarsi della lotta anche politica. Ma la prosa allora che cos’è? Predilige uno dei due mondi, in qualche maniera?

Nel 1900 la poesia è servita da pronto soccorso, utile in casi di emergenza. In un assedio, in un campo di concentramento, in una prigione, in un ghetto c’era poco tempo e poca carta, allora la poesia concentrava meglio il suo motivo. Sono un lettore di poesia del 1900. La prosa è la forma letteraria di questo secolo seguente, che non ha neanche bisogno di carta e di inchiostro e batte sui tasti la sua abbondanza di tempo.

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